FISIOGNOMICA
FISIOGNOMICA TRATTI SOMATICI RAFFAELA MARIA SATERIALE blog gestito da Raffaela Maria Sateriale |
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domenica, 05 settembre 10 09:50
Gurisatti, Giovanni, Dizionario fisiognomico. Il volto, le forme, l’espressione.Gurisatti, Giovanni, Dizionario fisiognomico. Il volto, le forme, l’espressione. |
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La Morfopsicologia studia le Relazioni tra forme del Viso e la Personalità secondo il principio che il volto è lo specchio dell’anima. Distanziandosi dalla visione statica della Fisiognomica, propone una lettura del volto in ottica dinamica, di continua trasformazione delle forme come riflesso dell’evoluzione interiore. |
Il linguaggio della Morfopsicologia efficace e agevole perché desunto dall’osservazione del viso, consente di capire se stessi e gli altri, comunicare meglio, instaurare relazioni più gratificanti, riconoscere e realizzare il proprio talento.
Ida Merello, Università di Genova
http://www.publifarum.farum.it/n/01/merello.php
...Forse per le stesse ragioni il momento è favorevole anche al moltiplicarsi degli studi di... [...]
http://www.battiato.it/discografia/anni80/fisiognomica.htm
In margine all'album Fisiognomica del 1988, Guido Guerrera ha scritto su questa disciplina o arte dell'umano convivere un testo molto interessante e ricco di suggestioni:
"Il volto, I'incedere, la gestualità, il timbro della voce, le rughe d'espressione, il sorriso non costituiscono aspetti marginali nel complesso della nostra personalità, ma quando insieme considerati sono gli oracoli del nostro destino e i testimoni di ciò che siamo stati e forse saremo.
Si dice comunemente che il volto e gli occhi, in special modo, sono lo specchio dell'anima, lasciando alla fisionomia il compito forse esorbitante di sondare, portandole alla luce, qualità psichiche e morali. Eppure, come lo stesso Umberto Eco sostiene nella prefazione a una recente edizione del celeberrimo lavoro di Lavater 'Della Fisiognomica', nessuno si fiderebbe mai di mettere i risparmi o i propri figli nelle mani di un figuro "dagli occhi iniettati di sangue, dal muso prognato, dal naso camuso, dai grandi canini aguzzi, dalla barba ispida e sudaticcia...". Perciò quella che potrebbe sembrare una forma di psicologia immediata, spicciola, forse dozzinale e popolana, non va liquidata tanto sbrigativamente, privandola del suo indiscutibile valore.
E' evidente che fin dall'antichità le stravaganze morfologiche hanno sempre incuriosito filosofi, naturalisti, pensatori e scienziati.
Aristotele, che diede il nome a questa disciplina, affermava che era possibile giudicare un uomo dalla sua struttura fisica; ma anche Plinio, Seneca e lo stesso Cicerone ebbero modo di esprimere serie valutazioni sul tema. Inoltre allo studio delle affinità tra astrologia e fisiognomica si sono dedicati insigni studiosi come Tolomeo, Manilio e Paracelso che nel 'De Occulta Philosophia', in particolare al capitolo intitolato 'Philosophia Sagax', fa molto riferimento alla tastiera astrologica quale ottimo strumento di indagine della tipologia umana. Dopo gli studi di Darwin e la visione 'criminalizzante' di Lombroso, non sono stati in tempi recenti compiuti studi apprezzabili sull'argomento che per motivi di 'pudore' socio-culturale è stato praticamente trascurato.
E' vero che l' analisi della fisionomia e del comportamento fa parte di quelle scienze inesatte definite 'empiriche' e basate sull'osservazione piuttosto che sulla certezza matematica. Tuttavia non va dimenticato che altre 'scienze' dello stesso genere come la psicologia, la statistica e la meteorologia, sono state curiosamente 'laureate' al rango di dignità accademica, senza opposizioni.
Si potrebbe dire che parlare oggi di fisiognomica necessiti di una considerevole dose di coraggio, senza temere di finire bruciati nel rogo del preteso 'qualunquismo' appiccato dagli ideologi dell'appiattimento etico, culturale ed estetico.
Forse i siciliani, probabilmente perché vicini a canoni di idealizzazione greca, o perché più inclini all' osservazione del prossimo con occhio scrupoloso e non visto, alla maniera araba, sono dei fisionomisti nati ignorando ogni rischio.
In ogni caso cercare di scrutare i tratti del viso, le sue fantastiche analogie con il mondo animale, trarre auspici dalla mimica facciale e gestuale è da considerare l' estrema risorsa di difesa in tutti i popoli che per la loro storia hanno dovuto sempre capire al volo chi poteva essere considerato amico o viceversa doveva essere temuto.
E' vero che l' esasperazione di questa indagine, a volte impietosa, ha in qualche caso dato origine a una sorta di 'razzismo dei poveri' fabbricando 'mostri' inesistenti e comunque legati a psicologismi intrisi di cattolicesimo delirante, vicini alla formula 'brutto come il diavolo', con tutti i suoi derivati e le possibili varianti.
Ma a parte ciò, l'esercizio della psicologia fisiognomica è sinonimo di immediatezza, di poesia, ed ha tutto il fascino possibile delle cose buone e fatte in casa: forse non perfette, certo distanti dal rigore, ma quanto gioiose e creative! Senza dimenticare che la fisiognomica, come abbiamo già potuto considerare, ha una sua tradizione colta. Il fatto che abbia attinto alle abitudini spicciole del popolo non ne sminuisce il significato, ma spiega uno dei non rari processi formativi della ricerca empirica. In fondo non v'è letteratura moderna o antica che non usi la forza delle analogie per far risaltare meglio i personaggi descritti: forte come un leone, dal naso aquilino, con i capelli neri come ala di corvo, dagli occhi di lince...
...
Insomma la morfopsicologia, com'é stata definita dal dottor Corman, aiuta a creare nella mente l'ideogramma di un linguaggio spesso carente di sintesi esemplificativa. E molto più lungo spiegare tutte le bellezze muliebri di una ragazza piuttosto che definirla con un solo tratto espressivo: bella come il sole. Ci si perderebbe in inutili chiacchiere se per descrivere l'uomo avido si trascurasse la pennellata morfologica delle mani abituate naturalmente al gesto rapace dell' afferrare.
Allora stupenda e coraggiosa si staglia l' analisi di Battiato: raffinata e puntuale nel cogliere tutti i sintomi della fragilità, dei conflitti, delle cadute cui l' uomo è esposto, giacché la sua immagine non è più a somiglianza di quel Dio dal quale si è troppo allontanato. Guardare nell'altro tutto un universo di caratteristiche, scrutare con mediorientale sagacia le miriadi di sfumature del comportamento umano significa con certezza avviare un'esplorazione diretta a se stessi, un guardarsi allo specchio per colmare il bisogno di un' urgente indagine introspettiva.
Franco dimostra di essere particolarmente versato in questo genere di osservazioni, proprio per un'abitudine a scrutare e un indulgere "al piacere di stare insieme solo per criticare" come dice la frase di una sua famosa canzone. Lo ha visto fare in casa dalle sartine che aiutavano la zia, lo ha appreso con la naturale sveltezza di chi scopre un codice intelligente e irresistibilmente divertente fino a organizzarlo e farlo proprio.
Regole di vita popolare su cui non si poteva non essere d' accordo: Non vedi che è uno stupido? Ha l'espressione di un asino! Quello ci frega sicuramente: Non hai visto che occhi da volpe? Oppure: Hai riconosciuto quell' anima lunga? Quello è tanto fesso quanto è alto. Forse molti sarebbero tentati a colpevolizzare quest'attitudine tacciandola come poco rispettosa: invece vista nella giusta luce è la testimonianza di un affetto indiscusso e la prova di una ingenua innocenza. Non c'è traccia di malizia in tutto questo, ma anzi la dimostrazione di un' attenzione speciale nei confronti del prossimo, che permette di esercitare il senso critico e di sviluppare in futuro più meditati criteri di giudizio.
Se Battiato, in breve, non fosse vissuto in quel contesto sociale, se di quell'ambiente non avesse gustato tutte le peculiari, acerbe esperienze, oggi difficilmente si sarebbe potuto improvvisare squisito fisiognomista. "Vedo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi": parole intense per esprimere la meraviglia estasiata del filosofo e del poeta di fronte al traslucido abisso dello sguardo, nelle cui profondità possono racchiudersi i segni della memoria universale, di ciò che l' essere umano è stato, è e sarà.
Può allora essere importante il fatto di vivere a lungo, ma nelle tenebre dell' ignoranza spirituale? Oppure come suggerisce l' autore non è essenziale "capire ciò che è giusto" prima di rivolgere, trepidi, mente e attenzione al Signore, affinché scenda l' illuminante certezza della nostra condizione "di miseri ruscelli senza fonte"?
L'uomo immaginato da Battiato è non solo morfologicamente androgino, ma il compendio di ogni possibile attributo: nei suoi limiti è celato il beneficio e viceversa, nelle sue tensioni si nascondono le potenzialità della sua coscienza. E' se non è contemporaneamente, come suggerisce la lezione taoista, oscilla nella perenne ricerca del suo sé, separato da questo dalla malattia silente di un atavico peccato d' orgoglio.
"Fisiognomica" nasce dunque dalla esigenza di cercare nell'uomo i semi del divino ed è la nuova prospettiva spirituale verso la quale il cercatore Battiato sente di dilatare i suoi orizzonti speculativi, per trasformare il metafisico intendere dell'anima in sovrannaturale benedizione dello Spirito."
Testo tratto da:
Guido Guerrera, Franco Battiato: Un sufi e la sua musica,
Ed. Shakespeare and Company, Firenze 1994
Fisiognomica
Leggo dentro i tuoi occhi
da quante volte vivi
dal taglÃo della bocca
se sei disposto all'odio o all'indulgenza
nel tratto del tuo naso
se sei orgoglioso fiero oppure vile
i drammi del tuo cuore
li leggo nelle mani
nelle loro falangi
dispendio o tirchieria.
Da come ridi e siedi
so come fai l'amore
quando ti arrabbi
se propendi all'astio o all'onestà
per cose che non sai e non intendi
se sei presuntuoso od umile
negli archi delle unghie
se sei un puro un avido o un meschino.
Ma se ti senti male
rivolgiti al Signore
credimi siamo niente
dei miseri ruscelli senza Fonte.
Vedo quando cammini
se sei borioso fragile o indifeso
da come parli e ascolti
il grado di coscienza
nei muscoli del collo e nelle orecchie:
il tipo di tensioni e di chiusure
dal sesso e dal bacino
se sei più uomo o donna
vivere venti o quarant'anni in più
è uguale
difficile è capire ciò che è giusto
e che l'Eterno non ha avuto inizio
perché la nostra mente è temporale
e il corpo vive giustamente
solo questa vita.
Ma se ti senti male
rivolgiti al Signore...

http://www.ilcentrista.com/jahia/page397.html
Fisiognomica
"La forma è anche sostanza" potrebbe essere lo slogan degli studiosi di fisiognomica, la scienza che, dall'osservazione dei volti umani,
fa discendere la valutazione del carattere e della psicologia dell'individuo
Fisiognomica
"La forma è la migliore rappresentazione della sostanza". L'aforisma, che è di Aristotele, ha avuto una grande fortuna nel corso dei secoli presso il mondo scientifico, ma anche presso le comunità esoteriche che, tra il '500 ed il '600, si diffondevano in Europa.
"La forma è anche sostanza" potrebbe essere lo slogan degli studiosi di fisiognomica, la scienza che, dall'osservazione dei volti umani, fa discendere la valutazione del carattere e della psicologia dell'individuo.
Un po' la base scientifica del detto popolare secondo cui gli occhi, il viso, il modo di gesticolare, sono lo specchio dell'anima.
Giovanni Battista Dalla Porta, famoso studioso campano della fine del '500, si dedicò con particolare impegno a questa disciplina, sviluppando gli studi che scoprono le somiglianze tra uomo ed animale.
Del resto anche nel gergo popolare i confronti tra uomo e bestia sono frequenti: non si dice forse che quell'uomo ha un passo "felino", e quell'altro una furbizia "volpina", o quel delinquente ha una ferocia "ferina", o di quella donna che ha gli occhi di "serpente" ?
Abbiamo provato ad applicare il rigoroso criterio di Giovanni Battista Dalla Porta ai politici della Seconda Repubblica, per rintracciare, secondo le regole della fisiognomica e della zoomorfologia,i caratteri psicologici e le similitudini tra i nostri leader di oggi con i modelli animaleschi.
D'Alema: tipo GATTO
Cossiga: tipo LEONE
Prodi: tipo TORO
Lamberto Dini: tipo SERPENTE
Fini: tipo CAVALLO
Andreotti: tipo GUFO

Pubblicata in una prima redazione di quattro libri (Vico Equense, G. Cacchio, 1586; riprodotta a Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1986), fu tradotta in volgare dallo stesso Della Porta, con lo pseudonimo di Giovanni De Rosa: Della fisionomia dello uomo, Napoli, T. Longo, 1598. L'anno seguente uscì presso il medesimo tipografo l'edizione definitiva in sei libri e nel 1610 (Napoli, G. G. Carlino e C. Vitale) ne apparve una traduzione italiana, non per cura dell'autore, alquanto scorretta e lacunosa. Su di essa, ricontrollata sul testo latino, si basa l'edizione Guanda, Parma, 1988, con introduzione di Mario Cicognani.
Il primo libro pone le premesse del trattato, esponendo i principi secondo i quali dall'aspetto e dal temperamento dell'uomo si possono trarre conclusioni sulle sue qualità mentali e sul carattere. Della Porta teorizza la corrispondenza perfetta tra carattere e forma esterna del corpo e su questa fonda la possibilità di riconoscere in tutti gli esseri animati le inclinazioni dell'animo dai tratti somatici. Dopo avere esaminato le opinioni degli Antichi intorno alla fisiognomica, illustra la teoria degli umori e passa in rassegna le parti di vari animali, dalle quali si ricavano informazioni sulla natura degli uomini. Il secondo libro esamina nel dettaglio i segni che si ricavano dalle varie parti del corpo e confronta immagini umane e animali. Il corpo è sottoposto a una minuziosa disamina che va, ogni volta con numerose specifiche, dal capo alla fronte, sino alle sopracciglia, tempie, orecchie, naso, e così via sino alle estremità. Il terzo libro è interamente dedicato agli occhi, dei quali si esaminano la forma, i colori, le palpebre e i loro movimenti. Il quarto tratta di altri particolari come capelli, peli, qualità della carne, magrezza, pinguedine, modi di camminare, bellezza o bruttezza di viso, abbigliamento e acconciatura dei capelli.
Il quinto libro è dedicato a delineare i vari caratteri sulla base dei "segni" indicati nei libri precedenti. Della Porta dà così una sequela di ritratti morali ricavati dall'aspetto fisico: il giusto e l'ingiusto, l'uomo dabbene, l'uomo cattivo, il fedele e l'infedele, il prudente e imprudente, l'ingegnoso fino agli esempi massimi di vizio e di virtù rappresentati nell'ordine dal "ferino o bestiale" (sentina di ogni vizio che rende l'uomo simile alla bestia) e dall'eroe (cioè chi per la virtù eroica della carità sopravanza la natura umana e si avvicina a Dio), che concludono la rassegna.
Il sesto libro elenca una serie di rimedi per riparare ai vizi descritti nel libro precedente, ma non mediante il ricorso ai mezzi della filosofia morale, cioè esortazioni, persuasioni, discorsi ed esempi, bensì alla terapeutica medica, vale a dire con esercizi, diete, purghe, salassi vari. Della Porta fornisce così una serie di prescrizioni affinché ad esempio l'uomo ignorante possa diventare savio e prudente, o i mesti diventino allegri, gli innamorati smettano di amare, i ghiottoni e ubriachi divengano morigerati, i pavidi audaci, gli avari e i ladri generosi e onesti. È questa la parte più curiosa del trattato, dato che l'autore prende le distanze dalla farmacopea tradizionale, indicando rimedi spesso inediti o fantasiosi, e d'altro canto rispetto alla medicina rivendica alla fisiognomica un più diretto intervento nella sfera morale come metodo scientifico per emendare i vizi e riportare l'uomo sulla via della virtù.
Con questi caratteri di conciliazione tra scienze naturali e scienze umane, la fisiognomica di Della Porta rappresenta una espressione tarda e già rivolta alla cultura barocca di quelle corrispondenze tra le diverse sfere del cosmo che era stato uno dei capisaldi della cultura umanistica e rinascimentale, e che ora, spogliata delle coloriture neoplatoniche ed ermetiche, trovava nell'opera dello scienziato napoletano una definizione chiara e didascalica in una dottrina dai limiti e dalle metodologie precise, destinate ad essere riprese a partire da altre premesse filosofiche e con più doviziosi mezzi tecnologici dai cultori sette e ottocenteschi della materia.

Brutte facce
Fisiognomica e illegalità
Spesso ci capita di identificare e classificare alcuni individui come aventi "una brutta faccia"; con questa definizione ci riferiamo generalmente ad una serie di tratti somatici che lasciano trasparire una certa durezza e determinazione, e un ipotetico vissuto delinquenziale che avrebbe segnato quei volti.
La valutazione fisiognomica iniziale può anche generare in noi una condizione di "allerta", di sfumato timore, nel caso in cui un essere umano con tali caratteristiche ci si avvicini in un luogo isolato; allo stesso modo il suo "oltrepassarci" può suscitare un certo sollievo, quando si è constatato che non è successo niente di grave per la nostra incolumità.
La dinamica appena descritta si manifesta normalmente anche nelle persone che affermano di essere immuni da certe valutazioni stereotipali e che intellettualmente professano una filosofia di vita "positivista."
Questo quadro emotivo è forse noto a tutti gli abitanti "per bene" delle città occidentali e rappresenta la risposta emotivo-comportamentale ad uno stereotipo appreso assai diffuso e radicato. Tale stereotipo, del resto, in parte affonda le sue radici in meccanismi reali, dovuta alle conseguenze delle lotte per la sopravvivenza che avvengono frequentemente nei gruppi delinquenziali di strada e che abituano i membri di tali gruppi ad utilizzare la mimica facciale per "segnalare" la loro durezza agli altri membri del gruppo evitando così continui scontri cruenti per ribadire il loro valore. Le espressioni del viso corrucciate ed in grado di incutere timore, con il tempo si ritualizzano così come altre caratteristiche esteriori (es. l'abbigliamento, i tatuaggi, il taglio di capelli, l'andatura) costituendo un quadro comportamentale stabile. In alcuni luoghi del pianeta oggetto di flussi migratori, i tratti somatici che destano allarme sono anche quelli appartenenti al fenotipo razziale della popolazione giunta da altri luoghi che spesso presenta difficoltà di integrazione ed è statisticamente più incline a forme delittuose di strada più che ai white collar crimes.
Una cospicua porzione dello stereotipo della "faccia da ladro" è comunque anche frutto delle generalizzazioni cognitive tipiche del genere umano. Com'è noto, gli stereotipi diffusi sono legati all'incapacità della mente umana di affrontare la complessità esterna con un continuo e stressante processo di selezione e organizzazione delle informazioni. Un'esperienza saltuaria si trasforma in una categoria interpretativa stabile e si diffonde poi come atteggiamento a livello sociale.
Lo stereotipo del criminale
La dimensione stereotipale ha costituito nella storia della Criminologia un fattore assai importante, e su di esso si sono focalizzate intere scuole scientifiche. I più famosi teorici dell'etichettamento (Labelling approach) e degli stereotipi in Criminologia tra cui Becker, Lemert, Kitsuse, agli inizi degli anni Sessanta, consideravano il crimine quasi esclusivamente come l'esito di un processo di etichettamento sociale. Tale processo, ritenuto in grado di provocare alla fine una riorganizzazione del Sé del deviante (il delinquente comincia a sentirsi come tale), è per questi autori dovuto ad un intervento selettivo della società sul deviante stesso. La devianza si costruisce quindi progressivamente in base all'azione della società sui soggetti che hanno commesso qualche piccola infrazione o che sono stati addirittura ritenuti ingiustamente responsabili, a causa del loro modo di fare, di qualcosa di illegale.
Il Sociologo inglese Dennis Chapman, nel suo famoso saggio Sociology and the stereotype of the criminal (1968) attribuiva proprio agli stereotipi sociali e istituzionali la responsabilità di generare il crimine. Secondo lo studioso, la discriminazione dei soggetti in base alla classe sociale e alla visibilità pubblica, operata a livello sociale e istituzionale, avrebbe generato un comportamento più "ostile" nei loro confronti rispetto a quello riservato agli appartenenti alle classi agiate. Tale ostilità avrebbe poi in qualche modo incanalato alcuni individui (solitamente i poveri) su un percorso di devianza difficilmente reversibile. L'individuo con l'aspetto fisico e comportamentale poco rassicurante, in tale ottica, godrebbe di minore immunità rispetto all'individuo esteriormente rassicurante, nei processi selettivi della rappresentazione sociale e del controllo istituzionale. Lo stereotipo di Chapman è stato effettivamente documentato da ricerche sull'attribuzione semantica del crimine in cui la parola "criminale" è stata frequentemente associata dagli intervistati ai delinquenti delle classi svantaggiate mentre il termine "disonesto" è stato riservato ai delinquenti per bene, i famosi white collars crime.
Per i teorici dell'etichettamento il delinquente sarebbe quindi come "sballottato" dal controllo sociale e avrebbe una ridotta capacità di selezionare ed organizzare, attraverso la mente, il suo comportamento sociale. Il deviante, colpito dagli stereotipi, entrerebbe quindi nei processi di selezione sociale solo come oggetto di selezione, senza essere in grado in alcun modo di variare il corso della sua storia personale.
Lo stereotipo del matto criminale
Altra storica convinzione stereotipale è legata ai parallelismi teorici tra crimine e malattia mentale. Alcuni criminologi tradizionali hanno addirittura affermato che il reato dovrebbe essere sempre considerato come un sintomo di un disagio psichico, supportati da un'apposita categoria diagnostica nel D.S.M. (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders).
La ricerca criminologica moderna ha però ampiamente dimostrato che quasi tutti i criminali non presentano disturbi psichiatrici significativi e che i cosiddetti "matti" non commettono statisticamente più reati rispetto ai cosiddetti "sani di mente". La maggior parte dei crimini posti in essere da soggetti con patologie psichiatriche è oltretutto relativa a comportamenti illegali di basso o bassissimo profilo (atti osceni, danneggiamenti, eccetera). Ciò nonostante, gli studi sulla percezione sociale dei malati di mente mostrano un livello di allarme elevatissimo tra la gente rispetto a possibili azioni delinquenziali di tali soggetti, evidenziando la presenza di un diffusissimo stereotipo.
La situazione attuale
In effetti la dimensione stereotipale riveste ancora oggi, nelle società che si autodefiniscono moderne, un ruolo primario all'interno dei processi di valutazione e giudizio da parte della gente nei confronti del crimine. L'immagine sociale del ladro, quella che per prima si affaccia nella mente quando nominiamo tale parola, è quella del balordo di strada che si introduce "furtivamente" nelle case di notte e non quella del giovane "per bene" che sottrae della merce nei grandi magazzini per provare il gusto del brivido o quella dell'amministratore pubblico che si appropria di fondi destinati alla collettività.
I criminologi moderni, però, pur riconoscendo la significatività dei processi di etichettamento in talune dinamiche delinquenziali, tendono ad essere più cauti, relativizzando ed inserendo tali meccanismi all'interno di un processo più complesso di attribuzione di significato e di pensiero razionale. Il criminale "vistoso", quello con la faccia, l'abbigliamento e i modi da criminale, subisce probabilmente degli atteggiamenti più ostili, da parte della società rispetto al suo collega con giacca, cravatta e modi gentili, ma tali atteggiamenti non sono più ritenuti sufficienti per spiegare interamente la sua condotta illegale.

Morfopsicologia, dal volto all'anima
a cura di Domenico Esile, morfopsicologo e fondatore
della Scuola di Psicofisionomia IntegrataIl volto è lo specchio dell'anima. Questa frase, spesso oggetto di banalità, cela, al contrario, significati e relazioni molto più profondi di quanto siamo abituati a pensare. Ben lo sanno scrittori e registi quando devono animare un personaggio attraverso un volto. L'analisi dei lineamenti del viso non è cosa nuova e si perde nella notte dei tempi.
Aristotele studiò il legame tra carattere e costituzione fisica; Pitagora favorì l'approccio alle proprie discipline a quei soggetti che rivelassero segni esteriori di un'intelligenza riflessiva; il filosofo Lavater scrisse nel settecento un'opera monumentale sulla fisiognomica; Lombroso nell'Ottocento diede il via alla criminologia tramite l'analisi di particolari anomalie fisiche, che vi si creda o meno.
Le origini della morfopsicologia (da "morfo", volto e "psiche", persona) risalgono dunque alla fisiognomica, ma da questa ben presto se ne differenzia. Se la fisiognomica nasce in pieno periodo illuminista, quando la ragione assurge a timone della civiltà occidentale, la morfopsicologia si sviluppa a partire dal 1937 nell'arco del XX secolo e rispecchia sia la crisi del pensiero unilaterale, sia i tentativi di dare delle risposte inglobando altri metodi di conoscenza.
Louis Corman, medico psichiatra e pediatra francese (1901 - 1996) definisce quali siano le linee guida di questa nuova materia e diventa ben presto un nome di riferimento nel panorama della psicologia francese, tanto da far assurgere l'insegnamento della morfopsicologia in ambito universitario.
La fisiognomica, troppo analitica, statica e concentrata sull'utilizzo dell'emisfero logico sinistro della mente umana, mal risponde alle necessità di ricerca della nostra epoca, in cui la diffusa libertà di scelta, l'essere artefici del proprio destino si dovrebbe accompagnare ad una approfondita conoscenza di se stessi.
Si può arrivare all'integrazione prendendo finalmente in considerazione il grande escluso della civiltà occidentale: l'emisfero destro della mente, che porta con sé capacità analogiche, sintetiche, intuitive. La morfopsicologia cerca dunque di formare una visione globale di ciò che noi siamo. Certo perché l'analisi è rivolta innanzitutto a se stessi, a comprendere meglio il proprio lato nascosto, i talenti da valorizzare, i nodi su cui lavorare per arrivare ad un miglior equilibrio e benessere.
Se il nostro volto è lo spazio su cui vanno ad agire nel tempo le forze della vita, quale migliore materia di studio potremmo avere a disposizione? L'obiettivo della morfopsicologia non è quello di imporre un'analisi asettica, ma di proporre una visione nuova, olistica delle nostre carenze e potenzialità, soprattutto di portarle alla nostra attenzione.
Come avviene l'interpretazione morfopsicologica? La legge di base su cui si fonda l'analisi è la legge di dilatazione e ritrazione. Rappresenta due livelli estremi di rappresentazione all'interno dei quali si colloca il reale percorso fatto dal soggetto durante l'arco della propria esistenza. All'interno di questa legge si riscontrano cinque modelli fondamentali: il dilatato tonico, il dilatato atonico, il contratto laterale, il contratto frontale ed il contratto estremo.
Si tratta di tipologie pure, difficilmente riscontrabili nella realtà dove abbondano invece le cosiddette tipologie miste che portano con sé elementi sia di dilatazione che di ritrazione. In un secondo momento si analizzano le tre zone in cui viene suddiviso il volto: la zona istintiva, la zona affettiva e quella cerebrale.
L'integrazione delle tre aree permette di esprimere una sintesi caratteriale su cui lavorare. L'obiettivo, immutato da secoli, è sempre il "Conosci te stesso" dell'oracolo di Delfi, ma cambiano gli strumenti.

di Lucia Rodler
L'interesse per la fisiognomica nasce da una curiosità per così dire filosofica circa il nesso tra corpo e anima, esteriorità e interiorità, che costituisce uno dei processi di tematizzazione più complessi della cultura occidentale. Bisogna anzitutto prestare attenzione alla teoria della percezione, così come suggerito tra gli altri da Rudolph Arnheim e Ernst Gombrich [1] . Si comprende allora che l'occhio non registra tutti i dati visivi, ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che riconosce gli elementi più semplici (nel senso di marcati, che risaltano con evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge, una serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza di economia percettiva. La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé: non per caso nelle Lezioni americane, alla voce Visibilità, Italo Calvino si diceva convinto che «la nostra immaginazione non può che essere antropomorfa» [2] . Ecco allora che la selezione operata dall'occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde al bisogno di attribuire un senso coerente a ciò che circonda. E poiché difficilmente si accetta di avere sbagliato, Gombrich ha parlato di un vero e proprio «pregiudizio fisiognomico».
(tratti somatici)
Fisiognomica.
La Fisiognomica è una antica scienza che attraverso lo studio delle espressioni del volto e dei suoi lineamenti evidenzia i caratteri psicologici e morali di una persona. Le forme del viso sarebbero quindi una guida generale per comprendere non solo il carattere, ma anche il destino di una persona. Il più antico trattato di fisiognomica
è di Aristotele. Poi anche i greci, i romani, gli arabi ed i cinesi svilupparono un sistema di lettura del viso.
