FISIOGNOMICA

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Quanto conta il pregiudizio fisiognomico nel nostro approccio con l'altro?

Quanto conta il pregiudizio fisiognomico nel nostro approccio con l'altro? Questa scienza controversa, che nella storia è stata spesso male interpretata nasconde invece potenzialità importanti.

di Vera Paola Termali (pubblicato su "Profili d'Italia")

Naturopata

Presidente SiHen (Sindacato Italiano Heilpraktiker e Naturopati)

"Lo studio che più s'addice all'uomo è lo studio dell'uomo" diceva Alexander Pope, poeta inglese della prima metà del '700, ma è dalla sua comparsa sulla Terra che l'uomo cerca un metodo per capire dall'aspetto dell'altro se è il caso di concedergli fiducia. Innumerevoli sono i modi di dire che nella nostra lingua, come in tutte le altre, esprimono questo bisogno di "etichettare" l'altro.

Faccia da schiaffi, faccia di bronzo o faccia tosta, perdere la faccia, salvare la faccia, avere una brutta faccia, ma soprattutto il parallelismo tra l'aspetto e le doti o i difetti degli animali. "Sembra un leone", "pare un orso", occhi da civetta, faccia da cavallo, faccia puntuta come una volpe, faccia da porco!

Quando un uomo presenta un aspetto simile, troppo simile, a un animale, sembrando addirittura deforme, significa che in lui prevale l'aspetto irrazionale del comportamento, quello più lontano dalla medietà (in medio stat virtus), regola aurea del mondo antico e quindi questo tipo di uomo è da evitare. Questo approccio si chiama zoomorfismo ed è testimoniato in centinaia di disegni e testi classici, riuniti da Giovanni della Porta nel '500 nel suo "De humana fisiognomia".

Il pregiudizio fisiognomico si sedimenta in ognuno di noi fin dall'infanzia, essendoci trasmesso dalle parole delle persone che ci circondano. Esso però non è da criticare, perché è conoscenza fondamentale con un profondo senso biologico. Alla vista di qualcuno che ci risulta "strano", "diverso", reagiamo con le domande che ci possono salvar la vita: fuggo? attacco? resto? accolgo? La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione utile alla sopravvivenza. L'occhio non registra tutti i dati visivi, ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che riconosce gli elementi più semplici e stabili. Perciò ognuno interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé, dalla propria individuale esperienza di vita.

Un altro aspetto che ancora condiziona parecchio il nostro giudizio è il legame bellezza-bontà, come ben sapevano gli antichi Greci che avevano coniato la locuzione "Kalokagathìa" che abbraccia entrambi i concetti. La bellezza è qui l'espressione visibile del bene. Questo concetto percorre indisturbato anche l'era cristiana in quanto l'Uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non può che rispecchiare le sue virtù nell'avvenenza fisica.

Affascinati dalla tassonomia di Linneo, molti studiosi cercarono di dividere la specie umana in categorie che abbinassero tratto somatico e tratto caratteriale, ma l'impresa falli. Da Lavater a Lichtemberg, a Gall per finire con Lombroso, sconfinando nella filosofia, nel fanatismo religioso e nella semeiotica medica, gli scienziati intellettualmente più onesti non poterono che arrendersi davanti all'evidenza: l'eccezione era sempre in agguato, era impossibile arrivare ad una classificazione dell'essere umano, eppure ancora ci si prova.

Uno dei concetti più semplici per capire chi abbiamo di fronte è quello della suddivisione del volto. Immaginiamo una persona di profilo e dividiamo idealmente in tre i suoi lineamenti: dall'attaccatura dei capelli alle sopracciglie abbiamo la zona che rappresenta l'intelletto, dalla linea delle sopracciglie a sotto il naso quella che rappresenta la sensibilità e dalla linea del naso al mento la zona dell'istintualità. Maggiore è la proporzione fra le parti del viso, più la persona è equilibrata. Arte complessa la fisiognomica, se pensiamo che finora abbiamo parlato soltanto del volto in generale, dello sfondo di una fotografia, e non abbiamo ancora inserito i singoli elementi (occhi, naso, bocca, ma anche orecchie, attaccatura dei capelli, mento). Per ognuno di questi elementi si è voluto trovare un significato per arrivare poi ad ammettere che nessuno ha una corrispondenza assoluta con una determinata qualità o difetto, ma che è l'armonia fra i vari elementi a darci la valutazione finale. Siamo quindi ritornati a poco più del vecchio concetto che ciò che è bello e armonioso è buono. Permettiamoci quindi di evitare di sezionare l'altro e affidiamoci all'istinto che difficilmente sbaglia.

tratto da http://www.rivistadinaturopatia.com/fisiognomica.html

Tra atavismo e fisiognomica

 DI Doriana Rodino

 

Le teorie lombrosiane non sono considerate valide perché prive dei passaggi tipici del metodo scientifico, eppure continuano a suscitare interesse nell’epoca dell’”immagine”. Perchè?

Cesare Lombroso e la sua fisiognomica, la pseudoscienza che afferma di poter individuare il carattere di una persona solo dall’aspetto fisico, sono tornati alla ribalta: articoli sui giornali, libri dedicati e quant’altro.

E questo mentre le nuove ricerche neuroscientifiche identificano, “fotografando” con tecniche moderne di imaging, le aree del cervello deputate a caratteristiche psicologiche come sincerità e onestà, come riferisce a luglio New Scientist, autorevole rivista scientifica inglese.

Tuttavia non stupisce il ritorno di Lombroso in un momento storico e sociale in cui l’immagine sembra essere l’unica forma attraverso la quale i nostri cervelli sono ancora in grado di recepire stimoli: perché l’immagine è veloce, è immediatamente carpita e capìta, anche se talvolta non con lo stesso significato che chi ce la propone (o impone) la pensava in origine.

Il percorso dell’immagine dalla retina al cervello, attraverso il nervo ottico, è stato ampiamente documentato, eppure ancora molte sono le lacune sul resto della strada, ovvero su come e dove va a sistemarsi quello che abbiamo visto nei meandri della corteccia cerebrale, la sede delle attività cosiddette superiori dell’uomo.

E forse proprio perché la scienza, o meglio, le già citate neuroscienze, tardano a spiegare questi complicati meccanismi, o ne danno solo parziali interpretazioni, che alcune vecchie teorie semplicistiche riprendono piede.

Sarebbe certo più facile poter conoscere l’animo umano solo dai tratti antropometrici, come sosteneva Lombroso, e così decidere, nel caso di un responsabile del personale, se una persona è più o meno affidabile per un certo tipo di lavoro. Ma il rischio è naturalmente la discriminazione e per fortuna oggi i tempi non sono più quelli di Lombroso.

Resta pur vero, e tutti lo abbiamo provato, che la prima impressione è quella che conta. Lo ha ricordato anche Oliviero Toscani ai microfoni di Oscar Giannini su Radio24 (16 luglio 2009): la faccia parla, serve a decifrare una persona. E infatti uno degli ultimi lavori di Toscani e la Sterpaia consiste in centinaia di grandi fotografie che ritraggono facce di città di tutta Italia, Finale compresa come è stato possibile ammirare durante l’ultima Festa dell’Inquietudine. E per il grande fotografo che, pur ritiene che siano i fattori culturali quelli distintivi della “razza umana”, la fisiognomica di Lombroso ha un qualcosa di suggestivo, anche per questo vale la pena di soffermarsi sulla sua storia.

Lo psichiatra, laureatosi in medicina a Pavia nel 1858, dove divenne direttore della clinica per le malattie mentali per poi trasferirsi a Torino come professore di medicina legale, era un uomo decisamente inquieto; già a vent’anni aveva pubblicato il saggio “Su la pazzia di Cardano”  in cui viene fuori il suo tema ricorrente tra genio e follia: in effetti il giunto cardanico, una tra le invenzioni più utili della storia è risultato di un’idea geniale, ma non vi sono altri indizi, se non un naso particolarmente accentuato e il destino poco felice dei suoi figli (giocatori d’azzardo, traditori del genitore, morti di sifilide), che potessero far pensare a una pazzia del povero Girolamo, grande scacchista peraltro.

La continua ricerca nei campi di studio preferiti da Lombroso – che andavano dalla psichiatria all’igiene pubblica, dall’antropologia alla medicina legale, conditi da un’ampia conoscenza di storia, etnologia, mitologia e letteratura – lo portò a diventare uno tra i maggiori esperti di medicina forense e psichiatria del panorama culturale italiano della seconda metà del XIX secolo: oggi lo vedremmo bene in qualche serie televisiva alla CSI o Criminal minds.

Il suo atavismo dunque ritorna: una teoria secondo la quale i criminali (ma non solo, anche i pazzi e i selvaggi) mantengono alcuni caratteri primitivi dell’essere umano e pertanto sono da considerare inferiori. Nella società occidentale odierna, questi caratteri ancestrali li vediamo in tutto ciò che  è diverso da noi, il caso emblematico è rappresentato dagli immigrati.

La recente legge approvata dal Parlamento italiano, che trasforma in reato l’immigrazione clandestina e autorizza le ronde di cittadini in una sorta di pulizia etnica, fa pensare al fatto che ci siano ancora oggi parecchi estimatori del Lombroso estremista e delle sue teorie intrise di positivismo materialista, che già avevano dato spazio alla pubblicazione di saggi razzisti, come Italiani del Nord e italiani del Sud di Alfredo Niceforo (1901), poi sfociati in tendenze e stereotipi tuttora vivi e presenti. Eppure le teorie lombrosiane non sono considerate valide perché, tra le altre cose, sono prive dei passaggi tipici del metodo scientifico.

Già ai suoi tempi gli erano state mosse critiche in questo senso persino da un suo ex allievo, Camillo Golgi, premio Nobel per la medicina e fisiologia nel 1906: non l’ultimo della classe quindi. Golgi accusava Lombroso (moderatamente s’intende) di non applicare il metodo galileiano pertanto le conclusioni da lui tratte sulla personalità degli individui non potevano derivare solo dalle caratteristiche morfologiche, ma dovevano essere il risultato di un insieme di  ben altri fattori, sia psicologici sia fisiologici (Il Nobel dimenticato. La vita e la scienza di Camillo Golgi. Mazzarello P., Bollati Boringhieri, Torino 2006)..

Eppure, proprio con Lombroso, Golgi aveva partecipato come volontario a un esperimento di “algometria elettrica” in cui i pazienti venivano testati tramite scosse elettriche di intensità graduale, per determinare la diversa sensibilità al dolore. Nel lavoro che pubblicarono insieme nel 1873 si legge: “I principii della moralità, anche nella problematica ipotesi che siano innati nell’uomo, bisogna che siano risvegliati e mantenuti da una attenta e continuata educazione, senza la quale l’uomo ritorna a quegli stati primitivi e animaleschi nei quali il senso morale è affatto nullo.”

Golgi in seguito dichiarò che i metodi grossolani di Lombroso “non rispondono che assai parzialmente al desiderio di approfondire l’intima essenza dei fatti morbosi” (Pensa A., Discipine e maestri dell’ateneo pavese, Arnoldo Mondadori, Verona 1961).

In ogni caso gli studi di fisiognomica hanno rappresentato un curioso e originale approccio alle primitive scienze cognitive legate alla clinica forense, come dimostra il saggio del 1865 La medicina legale delle alienazioni mentali studiata col metodo sperimentale, che anticiperà molti temi di “Genio e follia” (1872), forse uno dei lavori più celebri di Lombroso.

Tornando alla nostra attuale società dell’immagine, sarebbe interessante osservare Lombroso di fronte al fenomeno Facebook: in breve tempo sarebbe in grado di farsi tantissimi “amici” e avere così a disposizione tanto di quel materiale fotografico per le sue ricerche che non avrebbe mai potuto immaginarsi. Con l’aggiunta delle notizie presenti nei profili poi, come la provenienza geografica e il tipo di lavoro o educazione ricevuta, sarebbe una manna dal cielo per i suoi studi e le conclusioni che ne avrebbe tratto sarebbero sfociate sicuramente in un best seller.

Eppure qualche cosa di verosimile nelle sue teorie sembra esserci quando dichiara nel saggio Il ciclismo nel delitto (ripubblicato nel 1988) che “la passione del pedalare trascina al truffa, al furto e alla grassazione”, visti tutti gli episodi di doping a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni.

Onesti si nasce, e io modestamente…

New scientist riferisce di una ricerca effettuata allla Harvard University di Boston che è stata pubblicata su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences, 2009): è stato messo a punto un test dell’onestà che svela se i pazienti sono onesti o imbroglioni grazie all’utilizzo di tecniche che permettono di vedere quale zona del cervello sia attiva durante una certa operazione. In questo caso la prova è stata fatta lanciando una moneta. Le persone testate dovevano pensare una previsione (testa o croce), la moneta veniva lanciata e quando si osservava il risultato dovevano dire se avevano indovinato o no, quindi si poteva tranquillamente mentire affermando ogni volta di aver indovinato anche se non era vero. In molti hanno mentito, e proprio in questi giocatori bari erano attive aree della corteccia che invece sono rimaste spente negli onesti. (D.R)

La nuova fisiognomica

Grazie alle tecniche moderne l’approccio lombrosiano è stato rivalutato, ma ancora non si sa come il cervello possa decidere al primo sguardo se la persona che abbiamo davanti ci piace oppure non la riteniamo buona per noi. Siamo in grado di farci un’impressione in pochissimo tempo: bastano 100 millisecondi davanti a una faccia, o anche solo a una foto e ci facciamo un’idea di chi abbiamo davanti (Willis e Todorov, Psychological Science, 2006). La spinta verso queste ricerche è arrivata dopo uno studio più ampio volto a verificare la percezione di affidabilità dei politici mostrandone la foto ai partecipanti allo studio. In modo piuttosto curioso il risultato elettorale era in accordo con la sola osservazione dei volti, ovvero se una faccia piace ci sono buone probabilità che vinca le elezioni. Chissà se qualche nostro politico è a conoscenza di questo studio…

TRATTO DA http://lacivetta.wordpress.com/2009/07/24/tra-atavismo-e-fisiognomica/

LA FISIOGNOMICA

La Fisiognomica

 

La Fisiognomica (dal greco physis  =“natura”  e gnosis =“conoscenza”) è la dottrina che studia l’aspetto esteriore delle strutture fisiche corporee, in relazione alle caratteristiche fisiologiche, mentali ed interiori dell’individuo.  

L’osservazione dei tratti somatici è fondamentale per la comprensione “tridimensionale” dell’individuo che si rivolge  noi. Una valutazione attenta della costituzione individuale e delle relative predisposizioni  dovrà  considerare l’intera struttura della persona in quanto essa comunica all’esterno con molteplici modalità: manierismi, gestualità, portamento, comunicazione verbale e soprattutto  non verbale. 

 

Possiamo osservare il viso, le rughe che solcano la fronte, la forma del naso, della lingua, i colori delle varie zone della pelle, le orecchie, le labbra, le mani ed i piedi. 

Tutti questi elementi consentono di ridurre al minimo il margine di “errore” nel classificare i sintomi con le loro modalità di comparsa. Sono inoltre fondamentali per individuare con la massima precisione il tipo di trattamento più adatto, il rimedio più simile, la via possibilmente più breve per consentire alla persona di ritrovare i perduti equilibri e di imparare ad osservarsi sotto una luce che forse prima non conosceva.

 

 

Tratti caratteriali e predisposizioni patologiche 

dalla  fisiognomica del viso

 

Nell’analisi dei tratti caratteristici del volto, distinguiamo quelli della porzione  frontale, della  centrale e di quella inferiore.

Nella parte superiore o frontale, trova sede l’intelligenza, in quella centrale la psiche, in quella inferiore possiamo collocare la parte emotivo-sensuale (la “dispensa alimentare”) ed il controllo di una parte del metabolismo. 

E’ importante osservare quale delle tre porzioni del viso prevale sulle altre.

Possiamo affermare che mentre la seconda (psiche) sostiene la prima (intelligenza), la terza non può che sottomettersi.

Per quello che riguarda la fronte, osserveremo le sue dimensioni. In primis il suo sviluppo in altezza. 

Una fronte “alta” (non è un luogo comune), indica un grado di intelligenza superiore a quello espresso da una fronte più bassa. 

Tutti avrete presente la figura di Albert Einstein, che come esempio è uno dei più centrati.

Una fronte con uno sviluppo notevole in larghezza oltre che in altezza, è indice di consapevolezza, capacità e coraggio, decisione nella pianificazione e nella realizzazione dei propri intenti.

Se riscontriamo un sopracciglio molto basso, vicino agli occhi, questo tradisce un carattere serio, realista e forte. 

Sopracciglia diritte indicano sempre realismo.

Se il sopracciglio è gibboso, indica nel soggetto un gran senso della logica, della forma, dell’estetica, ma rivela un influsso epato-biliare che predispone all’impulsività e ai facili scatti d’ira. Se presenta un’arcata sopracciliare corta indica poca disponibilità e labilità endocrine.

Se troviamo un soggetto con viso largo ma sopracciglia corte, possiamo pensare ad eventuali predisposizioni verso diabete o pre-diabete.

L’eccessiva vicinanza delle sopracciglia al bulbo oculare tradisce invece oltre a quanto suesposto anche impazienza, impulsività,  irrequietezza.

 Alcune scuole collegano la profonda piega orizzontale della radice del naso ad ambizione, aggressività, facoltà di concentrazione ed inibizioni. Sulla base delle personali esperienze si preferisce interpretarla come tendenza inibitoria.

Se la radice del naso è larga esprime talento organizzativo, forte ed accentuata sensualità; sono persone che riescono bene nei lavori manuali.

Se le sopracciglia sono rade indicano scarsa vitalità. 

Se diritte, indicano buone capacità di osservazione, spirito di iniziativa, intuito, predisposizione al comando. 

Se sono folte e crescono verso il basso, indicano il tipo combattivo; se donna, molto conflittuale.

La forma degli occhi ci dà ulteriori informazioni in base alla loro dimensione, larghezza, lunghezza. 

Se gli occhi presentano una ptosi della palpebra inferiore (cioè che tende ad essere cascante), troviamo grande potenziale emotivo, suscettibilità, persone che con i loro sfoghi finiscono spesso per compromettere i rapporti umani e le relazioni. Sono molto sensuali. 

Gli occhi con una buona simmetria orizzontale corrispondono a soggetti più cauti, che si fanno guidare dalla ragione e hanno molto senso pratico.

Gli occhi con l’angolo temporale più stretto e con una maggiore apertura verso il settore nasale indicano un grande potenziale di intelligenza, generosità, disponibilità, ma sono anche soggetti che tendono a considerarsi superiori agli altri, hanno una elevata  opinione di sé, tendono a disprezzare gli altri, sono misantropi.

Gli occhi infossati sono tipici degli osservatori precisi e risoluti che comunque tendono ad isolarsi dimostrandosi apparentemente inavvicinabili.

Un naso lungo ed ipertrofico indica soggetti calmi, equilibrati nella personalità, forti, autonomi, determinati ed energici. 

Il dorso nasale è ampio e la punta vigorosa. Se il terzo distale è molto largo tradisce voluttuosità, dedizione alle cose materiali e al mondo dei sensi. 

In riferimento al naso proviamo a suddividere il profilo in tre parti: terzo prossimale, terzo mediale e terzo distale.

A volte possiamo trovare un sostanziale equilibrio tra le parti: la fronte alta evidenzia intelligenza e spirito critico, logica e carisma. 

La porzione terminale della fronte indica attitudine all'osservazione e al realismo. Se questo segmento della fronte ha una forma lievemente sfuggente nella parte alta, cioè verso la sommità del capo, rivela buon intuito nella sfera di interesse materiale e in quella morale.

Se la troviamo priva o quasi di rughe in età avanzata, siamo di fronte ad un soggetto che non è stato vittima delle preoccupazioni che la vita riserva spesso e che non è stato segnato da particolari esperienze. 

Come già detto, sopracciglia corte e labilità endocrina hanno un rapporto strettissimo.

La radice del naso indica il grado di resistenza psichica e la decisione nell’imporre le proprie idee.

Meno essa è rientrante, tanto più scorrevole sarà il flusso dei pensieri e i processi di apprendimento in ambito cerebrale.

Una netta interruzione nel tratto che delimita il dorso si discosta in maniera evidente da quello che viene considerato il classico “naso greco”. 

Segnala difficoltà ad esprimere verbalmente i propri pensieri e le proprie emozioni. Un naso gibboso indica la propensione alle attività; questa caratteristica associata a  zigomi alti e pronunciati, con angoli mandibolari ampi e la lunghezza del segmento naso-labiale fa comprendere una forza di volontà e determinazione notevoli.

L’autore Norbert Glas, nel suo testo “Das Anlitz offenbart den Menschen” (letteralmente: “Il volto è lo specchio dell'anima”) parlando delle orecchie dice che queste “posizionate regolarmente dovrebbero avere il canale uditivo esterno collocato all'altezza dell'arcata zigomatica”.

Glas riconduce l'osservazione di orecchie collocate più in basso alla predisposizione depressiva. Orecchie più basse accompagnate dalla piega  trasversale della radice del naso indicano tendenze inibitorie. 

Secondo i maestri di fisiognomica di scuola cinese, orecchie grandi e ben fatte indicano coraggio. Questo anche quando sono ben aderenti alla testa. Se tutto l'orecchio è carnoso ed anche il lobo presenta questa caratteristica, sarà segno di eccesso linfatico. 

Quando il semicerchio disegnato dall’elice è ampio possiamo ritenere che il soggetto è dotato di slancio interiore sufficiente; se sono presenti irregolarità dell’antielice (per esempio una maggiore estroversione rispetto al rilievo dell’elice) indica una persona con bisogno di emergere, tenace, determinata, egocentrica ed introversa. 

Lobi auricolari staccati indicano soggetti calmi, realisti portati alla riflessione, ma bisognosi di libertà. 

Se il lobo è più basso della columella del naso, questi individui tenderanno a rimuginare.

Un mento quadrato e volitivo, indica astuzia, intelligenza, aggressività, vitalità, autorità, decisione.

Un labbro inferiore rigonfio ci farà pensare alla labilità epatica.

L'orecchio obliquo è segno di aggressività, fantasia, distacco dalla realtà.

Una mascella obliqua indica inibizioni e timori, mentre se il labbro inferiore pende a sinistra verso il basso segnala malinconia e pessimismo. Se di profilo vediamo le guance molto prominenti, siamo nell’area della psiche e abbiamo riflessi sullo stomaco.

Lobi delle orecchie appuntiti indicano sbalzi di umore, una lingua larga indica molta energia  yang, mentre una lingua stretta indica un carico di energia  yin.

Una incisura del lobo inferiore dell’orecchio, se stretta, indica problemi ormonali, se molto larga segnala eventuali riflessi sulla tiroide.

Il lobo attaccato indica soggetti molto impegnati, se accentuato indica presunzione, se largo e tirato all’indietro indica il tipo collerico.

Presteremo attenzione anche alle vescicole che si manifestano sulla congiuntiva: se presenti indicano disfunzione linfatica e terreno predisposto alle neoplasie, ma anche a gozzo, mioma, ecc.

Lacune all’interno della corona o collaretto dell’iride segnalano il rischio di cancro allo stomaco, se sono poi presenti in soggetti femminili nell’occhio destro possono indurre tumori della mammella.

Lacune a scaletta o a siluro indicano terreno cancerinico.

Se visto di fronte troviamo un naso più sottile da una parte, questo è segno tipico di spasmo gastrico.

Il labbro superiore è in relazione con  stomaco e duodeno, quello inferiore con vescica, tessuto connettivale e colon. 

Chiusura labiale diritta non ondulata indica persona combattiva, se troppo ondulata persona eccessivamente “morbida”, che parla molto, poco affidabile.

Una radice del naso molto stretta indica sforzo per controllare la propria emotività.

Dal punto di vista omeopatico, il naso che presenta il dorso arrossato è un segno fisico che consiglia l’assunzione del rimedio Magnesium. La diagnostica cinese invece lo vede come un disturbo del metabolismo epatobiliare.

Se il naso nella parte inferiore è piegato verso il basso, con punta ipertrofica e alette tese, siamo in presenza di un soggetto coscienzioso, scrupoloso, fidato, con capacità di self-control notevoli, con buona sopportazione del dolore. 

Se il naso presenta arrossamento, lo si collega usualmente all’assunzione smodata di alcoolici; anche se talvolta la diagnosi è esatta, i motivi per cui il naso assume queste colorazioni sono vari. Sotto il profilo energetico, il flusso metabolico tocca prima l’orbita epatica e poi confluisce in quella polmonare.

Quindi un eventuale blocco energetico della sfera polmonare dipende direttamente da un problema a carico dell'apparato epatobiliare. Questo se il naso presenta arrossamento nella zona del terzo prossimale. 

Se presenta lo stesso problema in corrispondenza del terzo distale ed è relativamente asciutto, dovremmo pensare a sovraccarico dei metabolismi del colon e dello stomaco.

Il naso adunco con punta rivolta verso il basso indica propensione verso assunzione di cibi solidi.

I rimedi omeopatici più indicati da consigliare a soggetti con naso arrossato sono: Bryonia, Carbo animalis/vegetabilis,  Natrium muriaticum, Jodum, Chelidonium, Lycopodium.

Un naso diritto, allungato, cosiddetto “greco”, è indice di processi intellettivi rapidi. Attitudini psicologiche e talento per arti figurative e disegno, ponderatezza, tatto, spirito di adattamento. 

Un naso lungo sporgente e appuntito indica sensibilità, suscettibilità, labilità gastrica. 

La radice del naso è legata allo sviluppo intellettuale, se quindi è spiccata indica notevoli capacità, se è rientrante o sottile volontà e vigore sono decisamente insufficienti. Il dorso nasale è lo specchio della personalità.

Inoltre è in relazione con la capacità di imporsi. 

Viene così suddiviso:

 

           terzo prossimale         =       conscio

           terzo mediale              =       subconscio

           terzo distale                =       tubo digerente, senso del piacere

           alette nasali                =       vie respiratorie.

 

Dorso nasale molto largo uguale a grande vigore fisico, nervi saldi, forte struttura ossea. Se anche la radice è larga si aggiungono vitalità e robustezza, senso pratico, testardaggine nonché attrazione per la sfera materiale.

Il naso deviato verso destra indica espressione delle difficoltà che il soggetto incontra in campo professionale, se devia verso sinistra è indice di imprevedibilità nell’ambito della sfera affettiva e dei sentimenti.

Una piega naso-labiale più profonda sul lato destro segnalerà possibili problematiche epatiche, se sarà la sinistra invece possibili complicazioni cardiache. 

Labbra sottili, quasi invisibili, persone gelose e invidiose, labbra carnose persone passionali e molto istintive.

 

 

Informazioni tratte da “Il Rimedio dall’Iride” di Fabrizio Minisini e Serena Pizzini

LA NUOVA FISIOGNOMICA

 

La nuova fisiognomica: il “briciolo di verità” nel legame tra aspetto e personalità

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 20:24 in Psicologia sociale

 

Nel 2008 Justin Carré and Cheryl McCormick della Brock University hanno condotto uno studio su 90 giocatori di hockey su ghiaccio per verificare se e in che misura differenze individuali nel rapporto larghezza/altezza del volto fossero associate al tratto di personalità “dominanza” (valutato con un questionario) e all’aggressività (valutata durante un compito comportamentale e in un setting naturalistico).

I risultati hanno evidenziato che gli uomini con un maggior rapporto larghezza/altezza del volto ottenevano punteggi più alti al questionario sul tratto dominanza e mostravano comportamenti più aggressivi misurati, in partita, come numero di penalità ottenute per gioco scorretto o falloso. Per quanto riguarda dominanza e aggressività appare pertanto non fittizio il legame fra aspetto e personalità, tutt’al più che è stata plausibilmente ipotizzata la variabile che media il suddetto legame: l’ormone sessuale testosterone.

Secondo un recente studio pilota condotto sempre da Carrè gli uomini con facce più larghe avrebbero infatti una maggior concentrazione di testosterone nella loro saliva.

Questo potrebbe significare che uomini con alti livelli di testosterone, noti per essere più grossi, più forti e più dominanti, potrebbero avere con maggior probabilità facce più larghe che lunghe e noi tutti ci saremmo evoluti con l’abilità di individuare al volo questa loro caratteristica stante la forte probabilità di ricevere da essi un attacco.

 

Ma la dominanza o l’aggressività non sono gli unici elementi di personalità che sembriamo in grado di rintracciare nei volti degli altri. Anthony Little della University of Stirling e David Perrett della University of St Andrews hanno individuato per esempio un legame tra aspetto e personalità relativo all' estroversione. La ricerca, pubblicata su Social Cognition, ha coinvolto 146 uomini e 148 donne che hanno fornito le loro fotografie e hanno completato un questionario di personalità (Big Five). 10 soggetti hanno poi giudicato queste fotografie sulla base di cinque dimensioni di personalità.

I risultati hanno evidenziato una congruenza superiore al caso fra risposte dei giudici e questionari self-report per quanto riguardava l’estroversione e, solo per i volti maschili, anche per quanto riguardava la stabilità emotiva e l’apertura all’esperienza. Il briciolo di verità nell’ipotetico legame tra aspetto e personalità è pertanto rintracciabile anche su queste dimensioni personologiche, ma in questo caso è molto più complicato immaginare quale possa essere la variabile che media questo legame.

In altre parole cosa “dipinge” sul viso di una persona la sua estroversione? Cosa scrive sul volto di un uomo la sua stabilità emotiva o la sua apertura all’esperienza?

 

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La nuova fisiognomica: le profezie che si autoavverano e si autodistruggono

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 18:14 in Psicologia sociale

 

Abbiamo raccontato nel post precedente che esiste “un briciolo di verità” nel presunto legame tra aspetto fisico e personalità. In alcuni casi tale legame, per esempio tra facce maschili più larghe e dominanza e/o aggressività, potrebbe essere mediato da fattori biologici come i livelli di testosterone. In altri casi il legame tra aspetto e personalità è parimenti rintracciabile, ma sono meno chiari i fattori che lo determinano.

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che un ruolo non specifico abbastanza rilevante sarebbe giocato da una profezia che si autoavvera. In altre parole se un individuo in giovane età ha un aspetto particolare ("infantile" piuttosto che "accigliato", piuttosto che "mascolino" e così via) i pregiudizi degli altri in merito alle presunte caratteristiche di personalità associate a quel tipo di volto finirebbero per plasmare effettivamente il carattere della persona in conformità con quanto atteso.

Ad esempio sentirsi dire continuamente che si ha “un viso angelico” potrebbe influenzare a comportarsi in coerenza con tale caratteristica sviluppando pazienza, cortesia, garbo, altruismo, onestà, imparzialità etc. etc. con il risultato di realizzare un’ accoppiata aspetto-personalità per induzione esterna diciamo.

Questo stesso meccanismo potrebbe avere però esiti completamente opposti se si innestasse una cosiddetta profezia che si autodistrugge, ovvero una predizione che diventa falsa come diretta conseguenza dell’ essere stata pronunciata.

Le persone con visi particolarmente “angelici” potrebbero “ribellarsi” allo stereotipo in cui gli altri sarebbero portati a inserirle e reagire modellando il proprio comportamento e la propria personalità in assoluta controtendenza.

Leslie Zebrowitz della Bradeis University ha per esempio scoperto che uomini con volti particolarmente infantili sono in media più educati, ma anche più assertivi o francamente ostili, ottengono un maggior numero di medaglie al valor militare, e tendono a diventare dei criminali con probabilità maggiori rispetto a coloro che hanno un viso dall’aspetto più maturo (!). Nell’immagine in alto c’è Al Capone e si commenta da sè!

Ad ogni modo noi tutti di fronte a un viso adulto dalle caratteristiche infantili saremmo portati istintivamente ad attribuire al possessore qualità caratteriali di remissività e ingenuità, anche toppando talvolta clamorosamente.

Secondo la Zebrowitz questo accade perché sovrageneralizziamo le nostre ancestrali reazioni ai volti dei bambini piccoli.

tratto da http://psicocafe.blogosfere.it/2009/02/la-nuova-fisiognomica-il-briciolo-di-verita-nel-legame-tra-aspetto-e-personalita.html

Il viso, specchio di noi

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I tratti del volto esprimono la nostra personalità e le emozioni

Guardare qualcuno negli occhi può aiutarci a capire tantissime cose, ma anche gli altri particolari del viso sono importanti per conoscere chi abbiamo di fronte ancora prima che possa parlare o agire.

 La fisiognomica studia i dati caratteriali di una persona attraverso l’aspetto fisico, ed in particolare i tratti del viso. Ogni parte del volto ci svela qualcosa, ma bisogna saper osservare con attenzione. Partiamo daicapelli.

Indicano la nostra capacità di resistenza alla fatica e alle emozioni. Se abbiamo capelli grossi, consistenti, probabilmente siamo persone dotate di forza di volontà e abbastanza forti emotivamente. Al contrario, avere capelli piuttosto fragili denota una forte sensibilità, ed anche poca resistenza allo stress. La fronteindica invece quanto siamo intelligenti e aperti alla vita.

Una fronte con attaccatura alta e piuttosto tonda appartiene ad una persona molto socievole, che ci tiene all’amicizia. In genere chi tende a sognare ad occhi aperti ha una fronte bombata. Avere una fronte piatta è tipica di chi è molto pratico e materialista. Una fronte sfuggente denota grandi ambizioni e una certa impulsività. Avete una fronte larga alla base ma stretta in alto?

Può significare che siete persone geniali e molto capaci. Le sopracciglia stanno ad indicare le caratteristiche del temperamento. Se abbiamo sopracciglia che formano un piccolo ponte in mezzo alla fronte allora probabilmente siamo persone possessive nei confronti di chi amiamo e manifestiamo spesso la nostra gelosia.

 Le sopracciglia arcuate svelano un temperamento passionale, che si entusiasma subito per quello che fa. Se le sopracciglia sono distanziate tra loro e dritte vuol dire che siamo persone molto sensibili e attente agli altri. E veniamo agli occhi, da sempre considerati “lo specchio dell’anima”, poiché esprimono le emozioni che proviamo. Difficilmente gli occhi possono mentire.

Chi ha gli occhi grandi è di sicuro più estroverso di chi li ha piccoli. Chi ha uno sguardo sfuggente che non si fissa mai in un punto denota una personalità poco incline ad assumersi impegni e responsabilità. Chi ha uno sguardo penetrante e fermo quasi sicuramente è una persona sicura e determinata.

E chi ha gli occhi rivolti all’insù, come quelli di un gatto? Tipici di una persona molto decisa ma nello stesso tempo opportunista. Occhi diversi uno dall’altro sono tipici di chi riesce a trovare soluzioni originali e vedere la realtà da diversi punti di vista. Avere occhi vicini significa possedere un carattere insicuro e dipendente dagli altri, dal giudizio della famiglia, che in genere si appoggia a chi è più forte per lasciarsi proteggere.

Occhi distanti denotano una persona equilibrata e aperta, piuttosto tollerante con tutti. Occhi molto lontani? Forse siamo un po’ ribelli, e ci teniamo troppo alla nostra libertà e indipendenza. Anche il colore degli occhi può avere un preciso significato.

Occhi di colore verde: indicano una persona creativa e fantasiosa; occhi azzurri: appartengono di solito a persone superficiali che non amano le relazioni troppo impegnative; occhi grigi: forse tipici di una persona troppo razionale; occhi neri: è raro trovarli, ma in genere denotano una grande passionalità, per cui se abbiamo una relazione con una persona con occhi di questo colore prepariamoci ad una grande passione; occhi blu: esprimono una dolcezza molto rara; occhi marroni: in base alle sfumature, possono appartenere a persone fredde o generose nei sentimenti.

tratto da  http://benessere.guidaconsumatore.com/news-benessere/00155_il-viso-specchio-di-noi-prima-parte/

Le funzioni della fisiognomica da Della Porta a Lombroso

Lucia Rodler
Le funzioni della fisiognomica da Della Porta a Lombroso

L'interesse per la fisiognomica nasce da una curiosità per così dire filosofica circa il nesso tra corpo e anima, esteriorità e interiorità, che costituisce uno dei processi di tematizzazione più complessi della cultura occidentale. Bisogna anzitutto prestare attenzione alla teoria della percezione, così come suggerito tra gli altri da Rudolph Arnheim e Ernst Gombrich [1] . Si comprende allora che l'occhio non registra tutti i dati visivi, ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che riconosce gli elementi più semplici (nel senso di marcati, che risaltano con evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge, una serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza di economia percettiva. La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé: non per caso nelle Lezioni americane, alla voce Visibilità, Italo Calvino si diceva convinto che «la nostra immaginazione non può che essere antropomorfa»[2] . Ecco allora che la selezione operata dall'occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde al bisogno di attribuire un senso coerente a ciò che circonda.  E poiché difficilmente si accetta di avere sbagliato, Gombrich ha parlato di un vero e proprio «pregiudizio fisiognomico».

Con questa base teorica diviene possibile individuare una serie di funzioni che la fisiognomica ha svolto nel corso della sua storia plurisecolare e che rispondono al bisogno di economia e coerenza, nel senso di un dominio sulla complessità del reale che riporti l'ignoto al noto (è economico che ogni fisionomia nuova venga ricondotta entro schemi precostituiti), e l'invisibile al visibile (è coerente che ogni carattere-anima possa essere conosciuto attraverso i segni del corpo). Si cerca così in ogni modo di evitare  lo spaesamento dinanzi al nuovo, reso inoffensivo attraverso una serie di schemi di riconoscimento ben collaudati.

Per illustrare quanto detto conviene fare riferimento al trattato che Giambattista Della Porta ha edito nel 1586 e ampliato nel primo Seicento. Si tratta di un testo di letteratura comparata, anche per quanto riguarda la ricezione europea dell'opera. Il titolo latino è De humana physiognomonia, quello italiano Della fisonomia dell'uomo [3] . E' un'opera di sintesi del pensiero classico-medievale sull'uomo, il suo aspetto fisico e il carattere, che comprende anche la chiromanzia e l'astrologia. Rispetto alle fonti, non ci sono elementi nuovi, se non una certa preoccupazione circa l'affidabilità della fisiognomica: se l'uomo finge - si chiede Della Porta che è anche autore di testi teatrali - la fisiognomica è in grado di smascherarlo? Anche di là dalla simulazione, per Della Porta resta vero che un carattere può cambiare nel tempo, con l'età. Come Socrate del quale si diceva che aveva saputo modificare un temperamento predisposto al vizio (che corrispondeva al suo aspetto fisico deforme) attraverso l'esercizio quotidiano della virtù. Non sempre perciò i belli sono buoni, e i brutti cattivi.

Questi problemi (la finzione del comportamento, la trasformazione del carattere) non incidono sul successo della fisiognomica che risponde a un bisogno innato di orientamento nel mondo, soddisfatto a mio avviso sotto quattro punti di vista che corrispondono alle quattro funzioni della fisiognomica aristotelico-dellaportiana:    

1. Chiamo la prima funzione previsionale o temporale, perché la lettura del corporeo utilizza le competenze della medicina prognostica e dell'astrologia per dominare il tempo. Già i babilonesi, gli arabi e poi Pitagora e Tolomeo cercavano di indovinare il futuro; Della Porta propone anche delle terapie  alchemiche e dunque scientifiche per sanare i difetti psicofisici, a garanzia di un futuro eticamente migliore.

2. La seconda funzione è quella topografica o spaziale, perché la lettura del corporeo tenta di connettere ordinatamente ogni presenza terrena entro il sistema degli elementi-umori-temperamenti per semplificare la comprensione del reale. Anche in questo caso Della Porta prende le mosse dal mondo greco, in cui la fisiognomica era legata alla medicina degli "umori" e dei "temperamenti", nata con Ippocrate (un medico un poco più vecchio di Aristotele). E' noto che la sistemazione della materia avvenne nel II secolo d.C., grazie a Galeno che definì lo schema dei temperamenti sulla base dei quattro elementi che si credeva costituissero la realtà (acqua, aria, terra, fuoco). Galeno assicurava di avere derivato questi dati dall'osservazione, dall'esperienza medica. Questo schema più o meno identico restò valido sino alla fine del Cinquecento. E anche chi manifestò qualche perplessità verso la fisiognomica (ad esempio Leonardo da Vinci) finì poi con accettarla perché questo schema medico-fisiognomico permise di ordinare le forme visibili, evitando la sensazione di spaesamento dinanzi a corpi nuovi e sconosciuti.     

3. Chiamo la terza funzione simbolica o paradigmatica, volendo usare una categoria linguistica, perché la congettura sul corpo-carattere diviene giudizio di valore secondo alcuni paradigmi che caratterizzano la cultura occidentale. E' una funzione assai importante dal punto di vista letterario: la fisiognomica studia il rapporto tra esterno e interno, tra corpo e carattere. Si muove dunque tra valori estetici (bellezza) e valori etici (bontà), cercando di organizzare un discorso coerente che colleghi questi fattori. Come spiega Della Porta, sin dal mondo antico, in ambito platonico e poi stoico, il corpo viene sottoposto a giudizio: alcune parti vengono giudicate migliori di altre, in particolare - attraverso un'analisi di tipo simbolico - ciò che sta in alto sarebbe più nobile di ciò che sta in basso. Così nel corpo umano la testa e il volto (e in esso soprattutto gli occhi) esprimerebbero l'anima. Tra un bel volto e un bel corpo, bisognerebbe preferire dunque il primo caso, perché mostrerebbe un buon carattere. A questo proposito - passo dunque a considerare l'interiorità - l'ideale greco, e poi occidentale, è basato sul concetto di medietà, di ragionevolezza. Ciò significa che il carattere migliore è quello che vince l'irrazionalità dell'istinto, evita gli eccessi, e si comporta in modo equilibrato. Questa è lakalokagathia  greca che ritroviamo nello studio caratterologico di Teofrasto e, dopo molti secoli, in quello di La Bruyère. Per meglio definire un modello di medietà psico-fisica la fisiognomica ha elaborato un criterio di confronto fra uomo e animale (che a mio avviso definisce la quarta funzione): quando un uomo presenta un aspetto simile, troppo simile, a un animale, sembrando deforme, significa che in lui prevale l'aspetto irrazionale del comportamento, quello più lontano dalla medietà. Questo tipo di uomo è da evitare. 

4. E dunque si può definire la quarta  funzioneanalogica o sintagmatica, perché la congettura sul corpo-carattere combina giudizi su uomini e animali, differenziati solo da un grado diverso di complessità psicologica (solo gli uomini infatti possono fingere). Jurgis Baltrusaitis ha parlato in questo caso di aberrazione, analizzandone gli sviluppi nell'ambito figurativo della caricatura [4] . Ma anche la letteratura si avvale di questa funzione analogica, ad esempio nel genere letterario della favola esopica che, nella teoria di Gotthold Eprhaim Lessing, risulta strettamente legata alla  fisiognomica zoomorfica.

Queste quattro funzioni a volte sono presenti in uno stesso autore (è il caso del Della Porta); a volte una prevale sull'altra (basta pensare a Lessing teorico della favola). Spesso la letteratura registra la prevalenza della funzione simbolica in base alla quale il corpo viene considerato un ostacolo che copre la scoperta dell'interiorità. Conoscere sé significa rimuovere il soma  a favore della psiche. Conoscere gli altri significa osservare la loro anima attraverso una «finestra sul cuore» (secondo iltopos attribuito a Socrate da Vitruvio) allestita appunto dalla fisiognomica che però su questa strada entra decisamente in crisi. Non per caso nell'Italia seicentesca si scrivono solo semplici  rifacimenti di Della Porta. Certo, l'accento sull'interiorità posto dalla religione controriformista non rende facile un'indagine naturalistica sul corporeo. E così occorre attendere Cesare Lombroso per avere un dibattito sulla leggibilità del corporeo a livello europeo, mentre nel XVIII secolo il centro della riflessione si sposta in Germania.

I protagonisti sono il pastore protestante zurighese Kaspar Lavater e il docente di fisica dell'Università di Göttingen Georg Lichtenberg: il primo scrive un'opera sulla fisiognomica tradizionale, recuperando Aristotele e Della Porta, intitolataFrammenti fisiognomici (1775), apprezzata tra gli altri da Balzac; il secondo attacca il pensiero di Lavater in numerosi scritti nei quali nega alla fisiognomica la possibilità di conoscere l'interiorità dell'uomo attraverso l'analisi dell'aspetto esteriore[5] : come ricorda Hans Blumenberg, per Lichtenberg la fisiognomica è una disciplina fondata sul pregiudizio: a seguire le regole di Lavater, si rischia di impiccare i bambini prima che abbiano commesso qualsiasi colpa, solo sulla base del loro aspetto fisico [6] .

Colpisce il fatto che, con Lavater, la fisiognomica sia divenuta un vero fenomeno sociale,  anche grazie all'uso delle silhouettes, i profili del corpo su sfondo bianco, per i quali Lavater inventa anche una macchina, una sorta di strumento fotografico che permette di fissare i profili delle persone. Da tutta Europa gli giungono disegni, silhouettes, incisioni, di persone che vogliono conoscere il loro carattere. Filosofi e scrittori lo vanno a trovare ammirati (Goethe, ad esempio). Ma proprio questo entuasismo preoccupa Lichtenberg che sottolinea il fatto che l'uomo finge, si maschera, nasconde le sue deformità fisiche e psichiche. E questi meccanismi di finzione dovrebbero essere analizzati. Così Lichtenberg propone di sostituire la fisiognomica con la patognomica, cioé lo studio delle passioni transitorie che deformano i corpi nelle varie circostanze della vita. E' un sogno antico (già Aristotele, poi Della Porta ne avevano parlato). Il fatto è che la complessità della patognomica impedisce di giungere a regole chiare e semplici come quelle della fisiognomica. Lichtenberg ha un'abbondante produzione critica nei confronti di Lavater, mentre risulta meno ricca a sua parte costruttiva.

Sembra facile dire che Lichtenberg ha ragione. Bisogna però rinunciare a intepretare ciò che vediamo. E ciò non è possibile. Abbiamo infatti bisogno della fisiognomica come orientamento nel nostro essere uomini sociali. La patognomica è faticosissima: presuppone un'attenzione capillare ai dettagli che un volto presenta in tutti gli attimi in cui lo osserviamo. E non ci fornisce alcun sistema di riferimento sicuro: non ci sono misure del cranio, non c'è proporzione del volto e del corpo, cui fare riferimento. Tutto si gioca sull'interazione, sull'incontro tra me e un altro che devo analizzare presuppondendo anche la sua finzione.

Se la fisiognomica si basa sul risparmio della fatica percettiva e garantisce uno schema di riferimento sicuro, la patognomica moltiplica il dispendio psichico e giunge al relativismo (perché l'occhio dell'osservatore è sempre in qualche modo affetto da pregiudizi, mentre il corpo dell'osservato è in contnuo cambiamento). Lo scontro tra Lavater e Lichtenberg è molto importante anche per il discorso sulle funzioni della fisiognomica. In questo caso propongo di adottare il punto di vista della critica letteraria. Lavater sostiene infatti che il fisionomo è un poeta perché è capace di esprimere attraverso le parole la verità del carattere e l'armonia del cosmo, che sfuggono alla vista della maggior parte delle persone. Lichtenbergcondivide questa opinione, ma la condanna in nome della scienza: accusa infatti Lavater di scambiare dei ritratti inventati con delle descrizioni vere, di costruire dei personaggi adatti alla letteratura senza osservare chi gli sta a fronte. Per Lichtenberg bisogna distinguere quella che, sulle orme di Freud, il critico italiano Giovanni Bottiroli ha di recente definito «rappresentazione di parola» (un reale stereotipato, veicolato dai luoghi comuni del linguaggio) e la «rappresentazione di cosa» (un reale altro, inatteso, non etichettabile con parole abituali) [7] . Lichtenberg accusa perciò Lavater di proporre una teoria della rappresentazione che svolge una funzione diegetica (per parlare in termini di critica letteraria), raccontando ciò che un uomo può diventare; ad essa Lichtenberg vuole sostituire una teoria dell'espressione, che si occupa solo di ciò che un uomo è in ogni determinata situazione, sulla base funzione mimetica della patognomica. 

Il romanzo ottocentesco che nasce proprio per raccontare storie compiute con un inizio e una fine, con personaggi riconoscibili perché semplificati, utilizza la fisiognomica lavateriana. Balzac ne è un esempio, anche se non semplice. Sembra infatti di capire che dal punto di vista della teoria letteraria Balzac sostenga la capacità mimetica della patognomica (mi riferisco all'introduzione a Facino Cane, 1836) per poi applicare invece gli schemi fisiognomici nella descrizione dei personaggi. E anche qui non sempre in modo meccanico: il romanzo La vieille fille (1836) è una vera discussione sulla fisiognomica [8] 

Ma nell'Ottocento si sviluppa anche una settima funzione della fisiognomica, quella sociale, a proposito della quale risultano utili i suggerimenti di Jean Baudrillard sul «delitto perfetto» che il linguaggio avrebbe compiuto ai danni del corporeo[9] . Essa interessa soprattutto i secoli della moderna sensibilità, dal Sette al Novecento, nei quali il discorso psicofisico ha teso alla sovrapposizione di analisi naturale e culturale, codice descrittivo e normativo, ai fini di un controllo collettivo del comportamento. Il caso italiano più importante da questo punto di vista si trova verso gli anni Ottanta dell'Ottocento con l'antropologia criminale di Cesare Lombroso, un medico militare che comprese la necessità dell'analisi fisiognomica dei corpi durante le visite di leva fatte ai giovani soldati. Nel suo testo più famoso, L'uomo delinquente (1876) lo studio dell'aspetto esteriore dell'uomo permette di riconoscere la predisposizione a commettere crimini [10] . E' evidente l'importanza sociale di questo pensiero: sostenendo che il corpo condiziona l'anima, si limita la libertà dell'uomo e si discrimina una parte della società, quella degli esseri fisicamente sfortunati. Questo pericolo era già stato segnalato da Lichtenberg.

La ricerca lombrosiana risulta particolarmente interessante perché è nata dall'incontro di un uomo del nord Italia (Lombroso è nato a Verona) con la realtà arretrata del sud, dove era appunto medico militare. Il mondo criminale si confonde dunque con quello delle fisionomie altre, selvagge, straniere. E questo pregiudizio di natura etnica  può essere verificato anche oggi, dal momento che viviamo per la prima volta in un mondo "multifacciale", per il quale non abbiamo strumenti adeguati di interpretazione. Basta pensare alla difficoltà di leggere i tratti somatici delle altre razze, distinguendo ad esempio i volti dei cinesi da quelli dei giapponesi; o le fisionomie dei neri. Non solo in Italia, da qualche decennio questa incapacità provoca un crescente disagio, perché genera insicurezza, almeno ad ascoltare illustri sociologi come Zygmunt Bauman o Alessandro Dal Lago [11] . Sappiamo o crediamo di sapere interpretare lo sguardo di simpatia o minaccia di un europeo, ma ci sentiamo impauriti dinanzi a volti che parlano un altro linguaggio. Vorremmo dunque uno schema semplice come quello della fisiognomica dei temperamenti. Dimentichiamo però che lo sguardo fisiognomico è fatto di pregiudizi (parola di Gombrich), e che non ci permette mai di conoscere qualcosa di nuovo, ma ci costringe a riconoscere gli schemi nei quali siamo cresciuti. Da tempo l'argomento ha interessato gli studi postcoloniali e interculturali e l'imagologia di Hugo Dyserinck, Daniel-Henri Pageaux, Benedict Anderson e Joep Leerssen [12]. Ma c'è ancora spazio per l'approfondimento della questione sotto il profilo fisiognomico. 

Questa ricerca permetterebbe tra l'altro di verificare la permanenza della fisiognomica nel mondo contemporaneo. Sembra di capire che  a livello alto la nascita della psicoanalisi ha determinato la crisi della fisiognomica come scienza. Fisiognomica e psicoanalisi considerano infatti fondamentale il rapporto tra esterno e interno, ma in modo quasi opposto, almeno per tre motivi. 1. La fisiognomica osserva e giudica attraverso lo sguardo, l'occhio indiziario che osserva alcune tracce e ricostruisce un'identità psicosomatica; la psicoanalisi è fondata sull'ascolto, sulla comprensione delle parole; 2. La fisiognomica, anche nella più recente versione lombrosiana, afferma che il corpo condiziona l'anima, cioé che un uomo fatto in un certo modo ha molto probabilmente un dato carattere; per la psicoanalisi invece i turbamenti psichici si impongono al corpo, e non per caso si parla nel linguaggio comune di somatizzazione, cioé di incarnazione dei problemi della psiche. 3. La fisiognomica azzarda previsioni psicofisiche, affermando che un dato corpo avrà un dato destino (anche se tanto l'antica astrologia quanto la moderna antropologia criminale parlano solo di inclinazione); la psicoanalisi è fondata invece su un metodo regressivo, guarda all'indietro, sino all'infanzia.

Naturalmente il fallimento della fisiognomica è legato anche allo sviluppo delle scienze naturali, sempre più specialistiche, contro la natura enciclopedica della fisiognomica. Basta pensare alla scoperta dei microbi della fine dell'Ottocento. Cosa può dire la fisiognomica a questo proposito? Può parlare di carattere?

Ma nell'immaginario collettivo, cioé a livello medio-basso le cose sono diverse. Direi che fino agli anni Cinquanta del Novecento resta vera l'idea che il corpo condiziona il comportamento, essendo entrambi fattori legati alla natura. Proprio questa ipotesi ha giustificato tra l'altro i pregiudizi razziali. Dopo la seconda guerra mondiale, si fa lentamente strada l'idea che il corpo sia modificabile; molti fattori contribuiscono a questo nuovo modo di concepire il corporeo, tra cui lo sviluppo degli studi medici; le migliori condizioni economiche; la volgarizzazione della psicoanalisi, con cui abbiamo imparato a non vergognarci della fisicità. Ecco allora che dedichiamo moltissima attenzione al corporeo: non solo con la palestra o la moda, ma con la chirurgia plastica, le diete possiamo diventare ciò che vogliamo, o crediamo di volere. Dal punto di vista dell'osservazione, sembra che abbia avuto ragione Lichtenberg; nel secondo Novecento la patognomica è stata più importante della fisiognomica. Il corpo viene osservato come fattore culturale, simbolico, più che naturale. Non si giudica una persona solo per il suo aspetto fisico, ma anche per la cura che ha di se stessa, per il modo di fare, insomma per la patognomica.

Questo però ci ha reso più insofferenti verso le forme di diversità:  dinanzi a un corporeo da plasmare vorremmo vedere sempre rispettati una serie di pregiudizi di tipo estetico-culturale elaborati dall'Occidente. Per trovare una verifica, è sufficiente leggere i settimanali maschili e femminili e le brochures dei cosmetici che costituiscono una sorta di paraletteratura con molte indicazioni fisiognomiche che rispondono, a livello divulgativo, al bisogno di mettere in relazione i dati somatici con quelli interiori. Concludo rammentando che questa necessità corrisponde all'esigenza di dominare ciò che ci circonda, evitando la sensazione di spaesamento che coglie dinanzi al nuovo. Lo sguardo fisiognomico è infatti capace di collocare ogni nuova fisionomia entro uno schema di interpretazione e di giudizio che aiuta a riconoscere il nuovo attraverso il vecchio, ma non a conoscere il nuovo di per sé stesso. Questa sua funzione limitata, ma tranquillizzante costituisce precisamente la ragione della secolare fortuna della fisiognomica.

tratto da  http://www.griseldaonline.it/percorsi/3rodler.htm

LA MORFOPSICOLOGIA

La disciplina svela l'indole delle persone attraverso la forma del volto, inteso come punto di incontro tra il nostro patrimonio genetico a l'ambiente che ci ha formati. A differenza della fisiognomica lo studio è dinamico: ogni elemento del viso dà significati diversi a seconda del contesto in cui si inserisce.

Le osservazioni si basano sul quadro cranio-facciale, il telaio osseo e muscolare del viso e del profilo. Una struttura larga è segno di estroversione; una stretta di abilità difensiva e sensibilità. Si basano anche sui recettori (occhi, naso e bocca), che esprimono gli scambi inconsci. Recettori grandi in un quadro stretto indicano che si assorbono più informazioni di quanto si possa elaborarne. La tipologia che ne deriva è quella del reagente, chi disperde le energie con una certa facilità. Recettori piccoli in un quadro largo sono segno di concentrazione. Questa struttura si ritrova in persone che procedono per obiettivi, ferme e determinate. Il modello esprime il comportamento e l'atteggiamento verso il mondo. Scavato, evoca allarmismo, agitazione; tondo, diplomazia; piatto, difesa; tonico, dinamismo, attività; rilassato, rinuncia e tranquillità. Quest'ultime sono caratteristiche prevalentemente femminili. Il viso è diviso in tre piani: quello superiore o cerebrale, che comprende la fronte e gli occhi, corrisponde alla funzione del pensiero e dell'immaginario e traduce il grado della nostra comprensione razionale del mondo. Il piano medio o affettivo-sociale, con gli zigomi e il naso, è legato ai sentimenti e ai valori ed esprime la nostra percezione intuitiva del mondo. Il piano inferiore o istintivo, mascella e bocca, corrisponde alle funzioni di nutrizione e indica il nostro interesse per il concreto, la materialità. In un'analisi completa, vengono presi in considerazione l'equilibrio fra i tre piani, il piano dominante, che rivela le principali tendenze del comportamento, e quello meno sviluppato. Le due emifacce del viso rivelano la nostra dualità interna, la ricerca di equilibrio e il cammino di evoluzione. In genere il lato sinistro dà informazioni legate al passato, il destro su come la persona affronta la realtà e su come si proietta nel futuro.

Si può procedere a un'analisi del volto a partire dall'adolescenza. Nel bambino non si potrebbe avere un quadro competo perché la zona relativa all'affettività non è ancora ben sviluppata. Salendo con l'età, non ci sono limiti: siamo in continua evoluzione, anche se certi elementi, come la struttura ossea, non cambiano. Tra zero e due anni, il bebè si trasforma fisicamente e mentalmente. Fino a otto mesi, assimila passivamente tutti i contributi dell'ambiente circostante. Il viso è dilatato, sviluppato in rotondità, poco tonico, gli occhi sembrano quasi galleggiare, il naso è all'insù, la bocca socchiusa. Verso il nono mese, con lo sviluppo del sé soggettivo, l'eruzione dei denti, i primi passi e le prime parole, il viso diventa più tonico, il naso si affina, la mascella e la bocca sono più definiti. Verso i tre anni, gli occhi, il naso, la bocca arretrano, la figura diventa più ritratta. A questo punto è già possibile vedere le tendenze, gli eventuali squilibri e le caratteristiche importanti del piccolo, come il grado di introversione, se è portato o no al dialogo, se è diretto o impacciato...

L'analisi del volto permette di orientarsi professionalmente perché identifica il potenziale di ognuno, aiutando a trovare la propria vocazione. Può anche dare una mano nell'educazione dei bambini: una volta definito il loro atteggiamento verso il mondo -e quello dei genitori- è più facile stabilire una buona comunicazione. Utile anche per le coppie in difficoltà: riconoscendo le motivazioni del partner, si può adottare più facilmente un linguaggio comune. È una disciplina che si lega molto al concetto di amore, inteso in senso lato, come capacità di sintonizzarsi al meglio con chi si ha di fronte. Nel suo delicato lavoro, il morfopsicologo deve rispettare un severo codice deontologico, mantenendo il segreto professionale e presentando il proprio contributo come aiuto, non come critica. La frase ci lo rappresenta è: non giudicare ma comprendere, non convincere ma proporre. Ma ci si può fidare di una disciplina che non è oggetto di alcuna statistica? È una scienza clinica che si basa su innumerevoli osservazioni, a partire dalle quali non si stabiliscono leggi, ma ipotesi, che permettono di interpretare e comprendere in parte alcuni comportamenti, non di spiegarli in maniera esaustiva e definitiva, pur avendo conferma e verificabilità. Quando si analizza l'uomo, occorrono delicatezza e uno studio accurato, oltre al beneficio dell'inventario.

 

Il vostro viso: il quadro è piuttosto stretto. Colpiscono la grandezza e l'apertura della bocca. Gli occhi sono abbastanza larghi, mentre il naso è più fine e piccolo.

Il vostro carattere: curiosi, siete portati a partecipare attivamente alle cose della vita. Avete tanti interessi e la tendenza a iniziare più attività insieme, facendo poi fatica a portarle a termine. Vi contraddistingue l'"argento vivo" dell'adolescente, caratterizzato da immediatezza e improvvisazione: gli imprevisti non vi fanno paura e ammortizzate bene i cambi di scena. Tutto questo può portare a volte a un'inquietudine interiore. A livello affettivo, siete piuttosto selettivi.

 

Il vostro viso: il quadro è largo, dilatato, con un modellato tondo dalle carni atoniche. I recettori, in rapporto al quadro, sono abbastanza piccoli, con il naso che ricorda quello di un bambino.

Il vostro carattere: aperti e in fusione con l'ambiente circostanze, siete socievoli e avete un buon grado di ricettività nei confronti degli altri. La vostra voglia di partecipazione è grande e vi trovate molto bene in compagnia. A volte non riuscite a esprimervi pienamente. Altre rischiate di allacciare rapporti di dipendenza affettiva e/o sociale. Un po' lunatici, vivete spesso momenti alterni di "alti e bassi" umorali.

 

Il vostro viso: il quadro è ben compatto, il modellato decisamente tonico. I recettori non sono molto grandi e gli occhi, tendenzialmente incavati, rendono lo sguardo fisso e deciso. Le tempie sono un po' appiattite.

Il vostro carattere: intensi, dinamici e vitali, avete un buon acceleratore unito a un buon freno. Fuor di metafora, amate il rischio e la velocità. Allo stesso tempo volete anche indagare, capire il perché delle cose. E il vostro autocontrollo vi dà una mano a interiorizzare ciò che vi succede. Una volta presa una decisione, non vi guardate mai indietro.

 

Il vostro viso: il quadro è largo, il modellato tonico, con carni sode. I recettori sono abbastanza aperti con occhi pronti a captare quello che succede intorno. Il piano istintivo, largo, è quello dominante.

Il vostro carattere: siete così attivi e dinamici che le vostre riserve vitali sembrano infinite. In voi è la componente maschile a essere più sviluppata. Decisi e determinati, raggiungete obiettivi che vi ponete, grazie al buon mix di ambizione e caparbietà. Sopportate bene la fatica e gli sforzi fisici. Ottimo senso del ritmo.

 

Il vostro viso: giusto equilibrio fra quadro e recettori, che sono ben disegnati. Il naso ha le narici fini. Il piano cerebrale, con una fronte ben suddivisa e bombata in alto, è quello dominante.

Il vostro carattere: sensibili e intuitivi, riuscite a captare e selezionare le informazioni e gli stimoli ambientali. Più che all'apparire, siete portati per lo stare dietro le quinte a descrivere e raccontare gli eventi. Doti di strategia vi portano ad avere lungimiranza su fatti e persone, grazie al vostro formidabile "fiuto" psicologico. Non esagerate con l'idealismo.

 

Il vostro viso: il quadro, abbastanza largo, ha linee morbide e piene. I recettori sono ben disegnati: occhi lievemente indagatori, labbra carnose, naso dritto con punta tondeggiante (a patatina). Zigomi sono abbastanza larghi, guance tornite.



Il vostro carattere: disponibili e comprensivi, vi contraddistinguete per la positività verso gli altri e l'amore nei confronti della vita. Sapete di essere seducenti, ma per voi la sessualità non è mai slegata dai sentimenti. Siete l'archetipo di Venere, con uno sviluppato senso estetico e ponete particolare attenzione alla vostra immagine.

TRATTO DA http://bracca82.myblog.it/archive/2007/03/30/la-morfopsicologia.html

Storia della fisiognomica

Storia della fisiognomica
di Luca Leonello Rimbotti - 24/03/2009

Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]

 

La fisiognomica è qualcosa più di una scienza: è il dominio della realtà, che si esprime con tratti visibili. È la mistica dell’apparenza. La possibilità di conoscere l’anima attraverso i segni esteriori del volto e del corpo. Che non sono forma, ma sostanza. Non sono intercambiabili, ma fissi. Ad ogni tipo umano corrispondono dei tratti esteriori, fisiognomici appunto. E ad ogni sistema di cultura corrispondono tratti comuni, un tipo, un profilo, alla fine una stirpe particolare. Con un’apparenza fisica e una natura psichica. E solo quelle. Dice la fisiognomica che la nostra faccia non appartiene soltanto a noi, ma al tipo umano a cui noi stessi apparteniamo. Tutti quelli come noi si somigliano e ognuno somiglia nel fisico a chi gli è simile nell’anima, nel carattere, nell’indole. La natura ha creato tipi omogenei, e i tipi sono segnati dallo stigma: un marchio d’identità, anzi un marchio di qualità che si mostra all’occhio con sintomi inconfondibili. La scienza dei segni fissi è inalienabile come la natura dell’uomo. È dall’antichità che l’uomo ha imparato a verificare l’attinenza tra conformazione esteriore e qualità dell’anima, E che quindi studia le identità che accomunano e quelle che differenziano.

I filosofi greci erano incuriositi dalle varietà dei volti umani e dei relativi caratteri. Il viso come specchio dell’anima. E spesso apparentavano i caratteri umani alle specie animali: c’erano l’uomo leonino, quello volpino, quello rapace. Chi ha il naso di coniglio vorrà dire che è codardo; chi ce l’ha d’aquila sarà d’animo grande; chi camuso è lussurioso come i cervi; chi ha il labbro superiore che sporge su quello inferiore è stupido come gli asini; chi ha le gengive sporgenti è litigioso come i cani…e così via. Troviamo queste similitudini elencate nel testo straordinario intitolato Fisiognomica, opera dagli antichi attribuita ad Aristotele in persona, dai moderni invece ritenuta di mano di qualche suo allievo. Fronti alte e basse, complessioni grossolane o esili, occhi piccoli o sgranati, labbra sottili o tumide, corpi gentili e ben proporzionati oppure tozzi e sgraziati: tutto partecipa di un vero e proprio sistema in cui, alla maniera greca, ciò che è bello è anche buono e ciò che è brutto è anche cattivo. E non si tratta di pregiudizi o di sciocchi paragoni.

Al contrario, si tratta di giudizi espressi solo dopo l’osservazione e l’analisi comparativa dei tipi. Dietro c’era un’intera visione del mondo. Lo pseudo-Aristotele costruisce una vera scienza della forma umana. Della fisionomia, i Greci fecero una techne, un sapere: e il fisiognomo è colui che dallo sguardo comprende il pensiero, dalla conformazione fisica, dagli occhi, dalla fronte, dal naso trae gli elementi per capire la sostanza morale di chi gli sta dinanzi. Secondo questi parametri, Socrate, che era notoriamente bruttissimo, avrebbe dovuto essere anche stupido… e difatti non fu Nietzsche a scrivere che la «bruttezza di Socrate è di per sé una confutazione», intendendo dire che la sua bruttezza aveva generato pensieri brutti e pericolosi, da rifiutare senz’altro? Il Greco fa della tipologia fisica un’estetica e dell’estetica un’ideologia. E l’ideologia è la seguente: i caratteri umani sono differenziati nel corpo e nell’anima, da individuo a individuo ma, ancor più, da gruppo a gruppo, dato che si hanno i tipi dominanti che decidono il tipo fisico di un popolo e, con esso, il tipo psichico, culturale, morale. Come si vede, nulla a che fare con l’egualitarismo universale o con la globalizzazione multietnica…

Questi primi antropologi della nostra civiltà avevano un criterio: “a un determinato corpo è connesso un determinato comportamento“. Alcuni millenni prima dei “comportamentisti” americani, quei geniali pionieri avevano dunque ben chiara la connessione tra caratteristiche fisiche, ambiente e caratteri innati, ciò che è il nocciolo del differenzialismo antico. Ad esempio, la Fisiognomica dello pseudo-Aristotele studiava anche la gestualità, sia umana che animale, e ne traeva conclusioni generali sui tipi e sulle razze, anticipando di parecchio gli studi di David Efron su Razza, gesto e cultura, risalenti agli anni settanta del Novecento. Nel Trattato di fisiognomica di un anonimo latino che alcuni credono sia Apuleio, ma altri fanno invece risalire a un autore pagano del IV secolo d.C., noi leggiamo sorprendenti anticipazioni di Jung. Quando, ad esempio, si dice che i sessi, pur nella loro differenziazione, mostrano alcuni lati presenti sia nelle donne che negli uomini: «non c’è un’indole buona se non accoglie in sé il valore del maschio e la saggezza della femmina». Oppure quando si dimostra l’evidenza della psicologia collettiva, che riconduce gli individui alla somiglianza con il proprio popolo: «Questo è simile a un Egizio, e gli Egizi sono scaltri, ma cedevoli, incostanti, sfrontati, dediti ai piaceri del sesso. Questo assomiglia a un Celta o, se si vuole, a un Germano, e i Celti sono indomiti, forti e fieri; questo a un Trace e i Traci sono malvagi, pigri e amanti del vino». È insomma la scienza del dettaglio, che attribuisce importanza sostanziale a un particolare, piccolo o grande. È una scienza dei segni, ma solo quelli costanti e naturali, non quelli occasionali o momentanei. Spesso rifacendosi ad Aristotele, che trattò di fisiognomica, o al medico Losso, che stabiliva nel sangue la sede dell’anima, questi antichi batterono una strada oggi politicamente scorrettissima, ma che - quando i popoli non avevano ancora tra i piedi anabattisti o liberali a insegnar loro cosa dovessero pensare - è sempre stata percorsa dalla nostra cultura.

Fu infatti Leonardo, nel suo Trattato sulla pittura,  a scrivere: «Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo: altrimenti la tua arte non sarà laudabile». Era l’idea che tra apparenza e sostanza, tra corpo e spirito, corre un nesso essenziale. E l’occhio diventerà allora “finestra dell’anima“. Leggendo la Storia della fisiognomica. Arte e psicologia da Leonardo a Freud di Flavio Caroli, noi comprendiamo quanto, lungo tutto l’arco della cultura europea, la fisionomia dell’uomo sia stata considerata una vera e propria filosofia. E l’arte, nella sua rappresentazione dei tipi, ne è stata la più evidente dimostrazione. Corpo e psiche, secondo lo stile greco, sono stati sempre considerati un’unità inscindibile. Nel Cinquecento umanista, nel Seicento scientista, nel Settecento razionalista, nell’Ottocento romantico o nel primo Novecento sperimentalista, noi ritroviamo la medesima attitudine aristotelica di sogguardare l’uomo nella sua totalità: un essere il cui corpo ci parla di lui prima ancora che apra bocca. Dagli schizzi di Rubens sugli uomini leonini ai profili fisiognomici di Lavater; dagli studi sull’angolo facciale (dal perfetto profilo di Apollo si degrada a quello piatto del rettile) fino alle moderne ricerche antropometriche e agli studi di Lombroso sul legame tra criminalità ereditaria e depravazione fisiologica: si è detto che vi fosse, in tutto questo, una sorta di lotta culturale tra l’intuito e la ragione. Tra chi riconosce valore psicologico e concreto alla forma e chi invece - dapprima pochi, poi sempre di più - nega l’assonanza che corre tra il proporzionato e il nobile, e giunge a vedere nello scarabocchio umano o in quello artistico un vertice culturale da affiancare alla Venere di Milo.

L’ideologia della bruttezza e della mescolanza degradante di tutte le forme umane ha così finito col produrre la ben nota attitudine contemporanea all’informe: che oggi domina le menti tanto nell’arte quanto nella politica, nella letteratura come nel comune immaginario. Fu Spengler a scrivere di questa lotta tra la fisiognomica e la sistematica: tra l’onore che è nella bellezza (sia quella reale sia quella ideale) e l’involuzione che è nel corrodersi con i concetti, trascurando le evidenze. Diceva Spengler che la fisiognomica è storia: «la più profonda, la più naturale, la più antica immagine del mondo, è quella che ci offre la fisiognomica. Mentre l’altra, quella sistematica, è artificiale e transeunte». L’istinto dei nostri antenati faceva loro rappresentare la realtà per come era: e chiamava brutto il brutto e deforme il deforme. L’istinto conosce la forza e la rispetta, ne capisce il segreto di energia di natura, comprende che quella è la vita. E l’istinto tende a rappresentare l’anima per come essa è, non le sue degradazioni imposte dal pregiudizio. Quella presente è invece l’epoca del trionfo dell‘uomo informale: informe egli stesso nell’animo come nel corpo, questo tipo d’uomo tardo e ottuso è afflitto da pregiudizi inumani legati all’indifferenza per ciò che è sano e ciò che è malato, per ciò che è chiaro e ciò che è scuro, il bello parendogli - per la prima volta nella storia - esattamente equivalente al brutto.

«In questo momento - ha scritto Caroli - l’uomo contemporaneo ha perso anche il residuo orgoglio umanistico che lo portava a interrogare - fuori - gli spazi della natura e - dentro - i mostri della psiche. Ha un’opinione disperata di sé, l’uomo informale». Questa disperazione è il frutto maturo di quelle ideologie contronatura che da qualche secolo, martellando la mente dell’uomo, vanno compiendo un’inaudita catastrofe antropologica. Oggi non è più l’uomo che osserva se stesso e che si giudica e rappresenta, come tranquillamente ha fatto per millenni. Oggi l’occhio cieco della scimmia egualitaria vede attorno a sé soltanto un universo di miliardi di altre scimmie, tutte uguali e tutte egualmente incapaci di avere un’anima.

FISIOGNOMICA

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FISIOGNOMICA

di Tommaso Iorco
(autore tutelato dalla S.I.A.E.)

 

«Non ti ho dato né viso né luogo che ti sia peculiare,
né alcun dono speciale, o uomo, affinché
il tuo viso, il tuo posto e i tuoi doni
tu li scelga, li conquisti e li possegga da te stesso.
[…] Ti ho messo al centro del mondo affinché tu
possa meglio contemplare ciò che il mondo contiene.
Non ti ho creato né celeste né terrestre, mortale o immortale,
così che per tua scelta, liberamente, alla maniera
di un buon pittore o di un abile scultore
tu completi la tua stessa forma».
Pico della Mirandola

 

La fisiognomica è una scienza affascinante e molto antica. Già nel Mahabharata troviamo alcuni passi che mostrano quanta importanza gli indiani accordassero allo studio dei tratti del volto per capire le pieghe più nascoste della personalità di un individuo. E qualcosa di simile accadeva anche presso molte altre popolazioni, cinesi, greche, romane e via di seguito. Ma, come ogni scienza, la fisiognomica (o, utilizzando il termine coniato dallo psichiatra francese Louis Corman, la ‘morfopsicologia’) richiede pazienza e precisione; non la si può penetrare con un atteggiamento sbrigativo e frettoloso, leggendo un semplice manualetto — richiede anni di studio, di osservazione, e una capacità di analisi il più possibile globale. In questo articolo mi propongo perciò di effettuare solo qualche breve riflessione e nulla più.

Il nostro volto rivela assai più di quanto crediamo, e probabilmente è anche per questo che si sta diffondendo in modo direi patologico il ricorso alla chirurgia plastica: oltre al bisogno di apparire eternamente giovani (indice di enorme immaturità e insicurezza), c’è il desiderio inconscio di nascondere agli altri il nostro vissuto (quando non lo accettiamo) e, più ancora, le nostre menzogne. Ci si illude insomma di poter annullare il proprio fardello mediante un semplice lifting facciale. Recentemente ho incontrato una donna anziana, che aveva almeno ottant’anni, la quale aveva visibilmente il viso completamente rifatto, ma anche il seno e il fondoschiena; era vestita in modo molto giovanile, con indumenti piuttosto attillati (perfino nel parlato cercava di imitare i giovani), ed era raccapricciante guardarla: mi hanno colpito particolarmente le mani, tutte incartapecorite e anche un po’ segnate da una sia pur lieve forma di artrosi; insomma, era impressionante guardare il suo corpo, che era quello di una donna anziana, ma con un seno e delle natiche turgidissime, del tutto innaturali e in disarmonico contrasto con il resto del corpo, e con un volto che sembrava quasi una maschera (alla Michael Jackson, per intenderci)! Credo che quella signora, quando si guarda allo specchio, rimuove inconsciamente tutte le parti cascanti del suo corpo e vede solo quelle passate al bisturi, al punto che la sua stessa visione della propria fisionomia è totalmente falsata da ciò che lei desidera vedere: un corpo giovane e attraente. Devo confessare di non aver mai visto nulla in vita mia di così repellente (e dire che in India ho visto persone il cui corpo era visibilmente e drammaticamente segnato dalla lebbra, senza considerare che all’età di vent’anni prestai per alcuni mesi volontariato presso il Cottolengo), e sono certo che se quella signora si vedesse con uno sguardo distaccato, al pari di chi la guarda, si vergognerebbe infinitamente e non uscirebbe più di casa.

Ritornando alla fisiognomica, il nostro volto è la parte del corpo forse più imbarazzante, perché possiamo vederlo solo riflesso in uno specchio, mai direttamente. È qualcosa che, in genere, vedono gli altri, non noi. E questo ci causa un certo comprensibile disagio... Se, per fare un esempio molto banale, abbiamo qualcosa sul viso, da una semplice macchietta a una caccola, sono gli altri ad accorgersene prima di noi, e questo ci imbarazza enormemente. Oltre al fatto che viviamo in una società che tende a nascondere, per senso di pudore o di difesa, ciò che può diventare preda di altri, come ad esempio gli organi sessuali (soprattutto femminili). Ecco allora il bisogno di nascondere il nostro volto, di camuffarlo con il trucco o con la chirurgia estetica, con l’illusione di calcellare in tal modo le tracce del tempo, le sofferenze, e qualche volta anche i segni di una natura malvagia.
Molto significativo, nel riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con il proprio volto e con la sensazione di denudamento che si percepisce quando qualcuno ci guarda dritto negli occhi, è il rapporto che intercorre fra uno psicanalista e il suo paziente: durante le sedute, l’analista non guarda mai in faccia il suo paziente, perché sa che questo metterebbe a disagio il paziente stesso, il quale tenderebbe a innalzare meccanismi di difesa e a mentire; mentre, facendolo sdraiare comodamente su un lettino, facendolo conversare come se parlasse a se stesso, senza dover guardare in faccia nessuno, ci sono possibilità molto più elevate che emerga qualcosa di più intimo e rivelatorio ai fini della terapia. Una analoga riflessione si può fare a proposito delle ‘chat-lines’ su Internet, in vertiginoso aumento: quanti non si accettano per quello che sono (sempre più individui, purtroppo), preferiscono contattare persone a distanza, senza mai essere visti in faccia. In questo modo la menzogna può continuare a regnare senza correre il rischio di essere spodestata. L’assenza di contatto fisico mi pare sia uno dei segni più inquietanti dei nostri tempi. Si trascorrono ore del proprio tempo libero davanti al computer, o davanti alla televisione, perché questo esclude la possibilità di confrontarsi con gli altri e quindi di mettersi a nudo, di mostrare loro le nostre falle e, ancor più, di mostrare a noi stessi quelle imperfezioni che ci danno fastidio. È un modo molto sbrigativo per mettere a tacere la nostra coscienza (la quale saprà tuttavia prendersi la sua rivalsa, in un modo o nell’altro), ma è anche la perdita della grande opportunità di progredire attraverso il riconoscimento dei nostri stessi limiti. Viviamo in una società dove sbagliare è segno di debolezza, perciò molti tendono a circoscrivere al massimo i propri errori limitando il più possibile di interagire con gli altri, di vivere. E questa è la scappatoia più veloce, ma anche la più ingenua e inefficace, per non affrontare l’ombra che è in ognuno di noi.

Il nostro volto contiene un centinaio di muscoli che quotidianamente utilizziamo, contraendoli e rilasciandoli in continuazione. A ogni stimolo forte che ci colpisce in maniera sensibile, i muscoli si contraggono; se lo stimolo è tenue e piacevole, i muscoli si distendono. Uno stimolo forte non è necessariamente negativo — può avere un effetto positivo o negativo a seconda del tipo di stimolo stesso; infatti, quando qualcuno non reagisce a stimoli forti, lo definiamo un pezzo di ghiaccio e ci dispiace del fatto che non sappia godere di questi stimoli. Ognuno di noi ha un suo modo particolare di reagire davanti alle sollecitazioni della vita, alle gioie, ai dolori, alle delusioni, alle sconfitte, alle vittorie e alle nostre stesse pulsioni interne. Il nostro viso diventa in tal modo, con il trascorrere degli anni, il risultato di una accumulazione del nostro vissuto quotidiano. Si dice che da bambini il nostro volto è opera di Madre Natura, mentre con l’avanzare degli anni — soprattutto dopo i quaranta — il volto diventa una nostra personale, sia pur involontaria, creazione. La bocca, gli occhi, il naso, le orecchie e ogni nostra ruga ci smascherano, mettono a nudo ciò che realmente siamo. Insomma, tutti gli elementi del viso sono, come dice Garboli, i correttivi facciali del pensiero.

Prendiamo la bocca, per esempio: si tratta di una parte del volto particolarmente importante, poiché attraverso di essa noi comunichiamo con gli altri per mezzo del linguaggio verbale: esprimiamo i nostri pensieri e talvolta addirittura, raramente, esterniamo le nostre emozioni. E tuttavia, se attraverso le parole possiamo mentire, la bocca in sé rivela la nostra vera natura. I muscoli della bocca sono quelli maggiormente in attività nel nostro volto, e mentre parliamo la bocca prende la forma delle parole che pronunciamo. Se ci alleniamo a osservare i volti (il nostro e quello degli altri), possiamo ricevere una quantità impressionante di indizi e fare scoperte molto interessanti. Noto ad esempio una grande quantità di bocche che, quando parlano, assumono una strana piega, come se fossero storte o per metà irrigidite. E lo trovo un segno piuttosto sintomatico di una società fasulla, come quella attuale, dove molti individui mentono, non solo nella sfera privata, ma attraverso l’esercizio stesso di professioni in cui mentire è fondamentale per la buona riuscita del proprio obiettivo: spillare quattrini agli altri. Viviamo in una società profondamente disonesta, e ognuno di noi, volente o nolente, deve fare una scelta: essere sincero (anzitutto con se stesso e, di conseguenza, con gli altri) e quindi accettare anche l’eventualità di vivere ai margini, senza avere alcun riconoscimento (economico o di altro tipo), oppure accettare di prostituirsi e farsi parte integrante di questa dilagante menzogna, che ci ripagherà abbondantemente con onori, soldi, carriera, prestigio. È la battaglia che avviene in ognuno di noi fra la mediocrità e la libertà. La mediocrità è sempre la via più facile, mentre la libertà è molto esigente, richiede attenzione, sincerità, approfondimento continui.

Lo studio della fisiognomica spesso può essere utile per capire alcuni lati nascosti degli individui che conosciamo poco (o che crediamo di conoscere bene), per non ricevere brutte sorprese. Sarebbe tuttavia un grossolano errore generalizzare, come fece Lombroso, credendo che tutti quelli che hanno determinate caratteristiche hanno un certo carattere: le labbra sottili sarebbero proprie di nature crudeli, la fronte bassa di persone poco intelligenti e così via. Avere delle labbra sottili è un segno esteriore di crudeltà, ma non sempre: talvolta può rappresentare il segno di una natura dotata di una capacità di autocontrollo superiore alla norma (un asceta, per esempio). Così come la fronte bassa non è sempre indizio di mancanza di intelligenza. La corrispondenza è sempre fra il dentro e il fuori, mai tra il fuori e il fuori. Vale a dire che è l’interno che modella l’esterno, e bisogna sempre partire da lì per capire i segreti della personalità — segreti che uno studio accurato e intelligente della forma esteriore, presa nella sua globalità e non dissezionando le varie parti costituenti, può aiutarci a cogliere. In un determinato volto, grosse labbra possono rappresentare una natura socievole, affabile, aperta, disponibile; in un altro volto, quelle stesse labbra possono rappresentare una persona lasciva, infedele, scostante, facilmente irritabile.

Ci sono, certo, alcune linee base per decifrare i tratti del volto, ma non si può dedurne leggi rigide. Come recita un trattato attribuito a Aristotele: «Ciò che è duraturo nella forma esprime quanto è immutabile nella natura dell’essere e ciò che è mobile e fugace in detta forma esprime quanto, nella medesima natura, è contingente e variabile». La prima distinzione riguarda infatti il rapporto fra la natura permanente della psicologia di un individuo, rappresentata dall’ossatura del volto, e la natura mobile rappresentata dai muscoli e dalla pelle.

Alcuni ricercatori (a partire da Adamanzio per arrivare al grande Giordano Bruno), hanno notato singolari rassomiglianze fra alcuni volti umani e quelli degli animali. Mentre altri (come i medici cinesi dell’antichità) hanno cercato di leggere nel volto il grado di salute dell’individuo, vedendo nel viso uno specchio energetico dei vari organi del corpo umano e delle sue funzioni. Similmente, in tempi più recenti (ma rifacendosi comunque a studi medioevali), in Europa sono state individuate alcune tipologie che individuano caratteristiche psicosomatiche (celebre in tal senso il trattato del medico francese Léon Vannier).

A un medico lionese (ai principi del XX secolo), Claude Sigaud, si deve comunque il merito di aver formulato la legge basilare della morfopsicologia: il principio della dilatazione-ritrazione in rapporto alla forma degli organismi viventi, secondo cui il corpo (il volto in particolare) passa dalla dilatazione alla ritrazione in rapporto all’impatto che riceve con l’ambiente che lo circonda, in particolare il modo di reagire nei confronti delle difficoltà della vita. Perché le esperienze determinanti della nostra vita lasciano sempre una traccia sul nostro volto.

Uno studio del genere può risultare molto utile per guardare bene in faccia eventuali colleghi di lavoro, vicini di casa, amici e conoscenti. Così come può essere di grandissimo aiuto nello smascherare le vere intenzioni di persone che non conosciamo ma di cui dobbiamo formarci una qualche opinione — mi riferisco ai politici, per esempio. Noi non li conosciamo personalmente, ma diamo o neghiamo loro la nostra fiducia quando andiamo a votare. Perciò è importantissimo per noi capire se quanto dicono rappresenta solo un discorsetto preparato per fare presa sui potenziali elettori, oppure se è il risultato di una verità che sta dentro. La fotografia di un manifesto elettorale, soprattutto se scattata con tutti gli accorgimenti del caso (filtri più o meno sofisticati) e successivamente ritoccata, può ingannarci. Ma una ripresa video effettuata in presa diretta, senza cioè un lavoro di montaggio e di post-produzione, è infallibile in questo senso. Può rivelare perfino dietro un sorriso apparentemente innocuo una perversione diabolica. Perché nessuno può stare in posa per più di tre o quattro minuti, parlando, senza smascherarsi, sia pur per qualche istante. La telecamera è impietosa nel mettere a nudo ciò che veramente siamo. Ricordo che parecchi anni fa Dario Fo consigliò, molto saggiamente, di registrare una tribuna elettorale e di rivederla escludendo l’audio: in questo modo la nostra attenzione si sarebbe focalizzata esclusivamente sulla fisicità del politico, assai più loquace delle stesse parole nel trasmetterci il grado di convinzione e di sincerità (o di falsità) che sta sotto. Ma qui alla fisiognomica si aggiunge lo studio del linguaggio non verbale, ovvero della gestualità.

FISIOGNOMICA

 

La fisiognomica (detta anche fìsiognonomia, o fisiognomia, o fisiognomonomia) è nota fin dall'antichità, ma istituzionalizzata in una traiettoria proto-scientifica a partire dal XVI secolo. Fu fin dall'inizio un metodo per cogliere dalle forme del volto e dalle sue espressioni, il carattere e le tendenze interiori dell'uomo.

Partendo da una base empirica, diretta ad analizzare i personaggi valutandone le connotazioni simboliche di tradizione esoterica ed astrologica, la fisiognomica in tempi più recenti è stata occasione per valutazioni introspettive, per conoscere i "moti dell'animo" che hanno attratto e affascinato artisti e scienziati in particolare a partire dal XVIII secolo. Si è assistito quindi ad una valutazione dei caratteri interiori, rivelati da quelli esteriori, che anticipò metodi e sistemi di indagine tipici della moderna psicoanalisi.

Cardano

Un importante contributo alla ricerca sulla fisiognomica giunse nel XVI secolo da Gerolamo Cardano (1501-1576): medico e autore di pubblicazioni e trattati sui più diversi ambiti dello scibile. Esperto di astrologia e in odore di occultismo e magia nera, Cardano nel 1557 fu arrestato a Bologna dall'Inquisizione e costretto all'abiura de vehementi. Definitosi "magus, incantator, religioniis contemptor" nella Autobiografìa, Cardano pose all'interno della sua nutrita bibliografia anche un libro che in questa sede ci interessa particolarmente: “Metoposcopia libris tredecim, et octingentis faciei humanae eiconibus complexa”.


Della Porta

Un contributo fondamentale allo studio proto-scientifico della fisiognomica giunse da Giovan Battista Della Porta (1550-1615) che, pur non negando alcuni legami con la cultura magica, offrì un primo interessante momento di riflessione simbolica intorno al ruolo della raffigurazione umana.

Nella sua opera scientifica, "Magiae naturalis sive De miraculis rerum naturalium libri III" (1558), il Della Porta si proponeva di dimostrare, attraverso la magia, come fosse possibile scorgere delle oggettive analogie fra micro e macrocosmo, fra l'uomo e i fenomeni della natura, tra i vegetali e gli animali.

In questo libro è rinvenibile quella ricerca di corrispondenze tra l'uomo e gli altri esseri che sarà uno degli elementi trainanti del suo testo più emblematico, "De humana physiognomonia" (1586).


Bacone

Con Francesco Bacone (1561-1626) la fisiognomica entrava nell'ottica di un'analisi che non si fermava alla sola valutazione esteriore, ma diventava occasione per affondi psicologici: “Ci si dica anzitutto quali sono questi lineamenti corporali, determinandone anche il numero; poi come siano connessi e subordinati gli uni agli altri, affinché si possa esercitare una sapiente anatomia delle nature e delle anime; infine, che di quanto c'è di più segreto e di più nascosto nelle disposizioni degli uomini sia messo in piena luce, e che da tale conoscenza si possano trarre migliori precetti per la cura delle anime”.

Lavater

Nel suo "Della fisiognomica" è raccolto il testo di una conferenza che Lavater tenne nel 1772 presso la Società di Scienze naturali di Zurigo, che in seguito fu ulteriormente elaborato e completato con altri contributi, fino a raggiungere un corpus considerevole, quattro volumi intitolati: "Frammenti di fisiognomica".

Mentre, di certo in buona fede, Lavater non mancava di aggiungere: “Il fisignomono vero deve avere il carattere degli Apostoli e dei primi cristiani, che ricevettero nella Pentecoste il dono di conoscere gli spiriti e di leggere i pensieri nell'anima”.

Lichtenberg

Il lapidario commento di Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799), docente di fìsica sperimentale a Gottinga, non lascia dubbi sugli atteggiamenti nei confronti delle tesi di Lavater, espressi da gran parte del mondo scientifico: “Se la fisiognomica diventerà un giorno quello che si aspetta Lavater, si impiccheranno i bambini prima che abbiano compiuto imprese che meritano la forca: vorrà dire che ogni anno si assisterà a un nuovo tipo di cresima generale: e sarà un autodafé fìsiognomico”.

Messerschmidt

Verso la fine del XVIII secolo, accanto alle prese di posizione pro e contro la fisiognomica, sorte sulla scorta del dibattito aperto da Lavater, si inserì l'esperienza di Franz Xavier Messerschmidt (1736-1783): esperienza della quale non possediamo alcuna fonte, ma solo 64 misteriosi busti riproducenti contrazioni, smorfie di dolore e mimica che sembrerebbero anticipare le inquietanti fotografie di Duchenne de Boulogne.


Darwin

Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, cioè nel punto in cui era forte l’anello di congiunzione tra l'Illuminismo e il Positivismo, la fisiognomica di Lavater e la patognomica di Lichtenberg, conobbero una sorta di evoluzione applicativa nella frenologia e nella mimica.

Sul piano scientifico la frenologia, la fisiognomica e la mimica trovarono alcuni sostenitori tra i cosiddetti alienisti, studiosi della malattia mentale e delle problematiche sociali ad essa collegate.

La mimica (che si avvale di espressioni passeggere a differenza della fìsiognomica che invece è determinata dai tratti persistenti) servì a Charles Darwin (1809-1882) per condurre i propri studi sull'espressione dei sentimenti nell'uomo e degli animali (1872), ricerca iscritta nel percorso teorico dell'evoluzione. Secondo Darwin, però, non era corretto credere che esistesse un meccanismo statico dell’espressione, ma un processo evolutivo determinante espressioni evolute in relazione alle necessità naturali.

Al di là dell'eco che incontrarono le teorie di Darwin sulla continuità fra tutte le razze umane, esplicitata con l'ausilio della fotografia, va segnalato che il mezzo adottato dallo studioso si rivelò comunque uno strumento essenziale per una reinterpretazione scientifica della tradizione fisiognomica e mimica, che in Italia fu ripresa da Mantegazza e da Lombroso, se pur con indirizzi e finalità diversi.


Tratto da ENCICLOPEDIE DELLE DISCIPLINE BIO-NATURALI DI Valerio Sanfo ed A.E.ME.TRA.

Qualche indicazione fisiognomica

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 Autoritratto informale, 2009 di Raffaela Maria Sateriale

 

Il colorito "ideale" è quello rosato e acceso, poichè esprime vitalità, positività ed estroversione; il viso troppo pallido indica malumore, negatività e pigrizia; quello olivastro irascibilità ma anche altruismo. Il naso greco indica lealtà, sensualità e in generale bontà d'animo, mentre quello aquilino indica tenacia, carisma ma anche nervosismo e iracondia. Il naso a patata indica tristezza e idealismo; il naso all'insù è sintomo di ottimismo e apertura verso il mondo che può però talvolta sconfinare nell'eccessiva invadenza. Il labbro sottile indica introversione e romanticismo, mentre quello carnoso, viceversa, l'esuberanza e la sensualità. Gli occhi più sono grandi più denotano la tendenza ai grandi sentimenti e ai grandi valori, mentre se piccoli indicano la razionalità e la maggiore attenzione alla vita pratica.

 

La nuova fisiognomica: le profezie che si autoavverano e si autodistruggono

Nel 2008 Justin Carré and Cheryl McCormick della Brock University hanno condotto uno studio su 90 giocatori di hockey su ghiaccio per verificare se e in che misura differenze individuali nel rapporto larghezza/altezza del volto fossero associate al tratto di personalità “dominanza” (valutato con un questionario) e all’aggressività (valutata durante un compito comportamentale e in un setting naturalistico).
I risultati hanno evidenziato che gli uomini con un maggior rapporto larghezza/altezza del volto ottenevano punteggi più alti al questionario sul tratto dominanza e mostravano comportamenti più aggressivi misurati, in partita, come numero di penalità ottenute per gioco scorretto o falloso. Per quanto riguarda dominanza e aggressività appare pertanto non fittizio il legame fra aspetto e personalità, tutt’al più che è stata plausibilmente ipotizzata la variabile che media il suddetto legame: l’ormone sessuale testosterone.
Secondo un recente studio pilota condotto sempre da Carrè gli uomini con facce più larghe avrebbero infatti una maggior concentrazione di testosterone nella loro saliva.
Questo potrebbe significare che uomini con alti livelli di testosterone, noti per essere più grossi, più forti e più dominanti, potrebbero avere con maggior probabilità facce più larghe che lunghe e noi tutti ci saremmo evoluti con l’abilità di individuare al volo questa loro caratteristica stante la forte probabilità di ricevere da essi un attacco.

Ma la dominanza o l’aggressività non sono gli unici elementi di personalità che sembriamo in grado di rintracciare nei volti degli altri. Anthony Little della University of Stirling e David Perrett della University of St Andrews hanno individuato per esempio un legame tra aspetto e personalità relativo all' estroversione. La ricerca, pubblicata su Social Cognition, ha coinvolto 146 uomini e 148 donne che hanno fornito le loro fotografie e hanno completato un questionario di personalità (Big Five). 10 soggetti hanno poi giudicato queste fotografie sulla base di cinque dimensioni di personalità.
I risultati hanno evidenziato una congruenza superiore al caso fra risposte dei giudici e questionari self-report per quanto riguardava l’estroversione e, solo per i volti maschili, anche per quanto riguardava la stabilità emotiva e l’apertura all’esperienza. Il briciolo di verità nell’ipotetico legame tra aspetto e personalità è pertanto rintracciabile anche su queste dimensioni personologiche, ma in questo caso è molto più complicato immaginare quale possa essere la variabile che media questo legame.
In altre parole cosa “dipinge” sul viso di una persona la sua estroversione? Cosa scrive sul volto di un uomo la sua stabilità emotiva o la sua apertura all’esperienza?
Qualcuno suggerisce la profezia che si autoavvera….

esiste “un briciolo di verità” nel presunto legame tra aspetto fisico e personalità. In alcuni casi tale legame, per esempio tra facce maschili più larghe e dominanza e/o aggressività, potrebbe essere mediato da fattori biologici come i livelli di testosterone. In altri casi il legame tra aspetto e personalità è parimenti rintracciabile, ma sono meno chiari i fattori che lo determinano.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che un ruolo non specifico abbastanza rilevante sarebbe giocato da una
profezia che si autoavvera. In altre parole se un individuo in giovane età ha un aspetto particolare ("infantile" piuttosto che "accigliato", piuttosto che "mascolino" e così via) i pregiudizi degli altri in merito alle presunte caratteristiche di personalità associate a quel tipo di volto finirebbero per plasmare effettivamente il carattere della persona in conformità con quanto atteso.
Ad esempio sentirsi dire continuamente che si ha “un viso angelico” potrebbe influenzare a comportarsi in coerenza con tale caratteristica sviluppando pazienza, cortesia, garbo, altruismo, onestà, imparzialità etc. etc. con il risultato di realizzare un’ accoppiata aspetto-personalità per induzione esterna diciamo.
Questo stesso meccanismo potrebbe avere però esiti completamente opposti se si innestasse una cosiddetta profezia che si autodistrugge, ovvero una predizione che diventa falsa come diretta conseguenza dell’ essere stata pronunciata.
Le persone con visi particolarmente “angelici” potrebbero “ribellarsi” allo stereotipo in cui gli altri sarebbero portati a inserirle e reagire modellando il proprio comportamento e la propria personalità in assoluta controtendenza.
Leslie Zebrowitz della Bradeis University ha per esempio scoperto che uomini con volti particolarmente infantili sono in media più educati, ma anche più assertivi o francamente ostili, ottengono un maggior numero di medaglie al valor militare, e tendono a diventare dei criminali con probabilità maggiori rispetto a coloro che hanno un viso dall’aspetto più maturo (!). Nell’immagine in alto c’è Al Capone e si commenta da sè!
Ad ogni modo noi tutti di fronte a un viso adulto dalle caratteristiche infantili saremmo portati istintivamente ad attribuire al possessore qualità caratteriali di remissività e ingenuità, anche toppando talvolta clamorosamente. 
Secondo la Zebrowitz questo accade perché sovrageneralizziamo le nostre ancestrali reazioni ai volti dei bambini piccoli. 

tratto da http://psicocafe.blogosfere.it/2009/02/la-nuova-fisiognomica-le-profezie-che-si-autovverano-e-si-autodistruggono.html

La nuova fisiognomica: le profezie che si autoavverano e si autodistruggono

Nel 2008 Justin Carré and Cheryl McCormick della Brock University hanno condotto uno studio su 90 giocatori di hockey su ghiaccio per verificare se e in che misura differenze individuali nel rapporto larghezza/altezza del volto fossero associate al tratto di personalità “dominanza” (valutato con un questionario) e all’aggressività (valutata durante un compito comportamentale e in un setting naturalistico).
I risultati hanno evidenziato che gli uomini con un maggior rapporto larghezza/altezza del volto ottenevano punteggi più alti al questionario sul tratto dominanza e mostravano comportamenti più aggressivi misurati, in partita, come numero di penalità ottenute per gioco scorretto o falloso. Per quanto riguarda dominanza e aggressività appare pertanto non fittizio il legame fra aspetto e personalità, tutt’al più che è stata plausibilmente ipotizzata la variabile che media il suddetto legame: l’ormone sessuale testosterone.
Secondo un recente studio pilota condotto sempre da Carrè gli uomini con facce più larghe avrebbero infatti una maggior concentrazione di testosterone nella loro saliva.
Questo potrebbe significare che uomini con alti livelli di testosterone, noti per essere più grossi, più forti e più dominanti, potrebbero avere con maggior probabilità facce più larghe che lunghe e noi tutti ci saremmo evoluti con l’abilità di individuare al volo questa loro caratteristica stante la forte probabilità di ricevere da essi un attacco.

Ma la dominanza o l’aggressività non sono gli unici elementi di personalità che sembriamo in grado di rintracciare nei volti degli altri. Anthony Little della University of Stirling e David Perrett della University of St Andrews hanno individuato per esempio un legame tra aspetto e personalità relativo all' estroversione. La ricerca, pubblicata su Social Cognition, ha coinvolto 146 uomini e 148 donne che hanno fornito le loro fotografie e hanno completato un questionario di personalità (Big Five). 10 soggetti hanno poi giudicato queste fotografie sulla base di cinque dimensioni di personalità.
I risultati hanno evidenziato una congruenza superiore al caso fra risposte dei giudici e questionari self-report per quanto riguardava l’estroversione e, solo per i volti maschili, anche per quanto riguardava la stabilità emotiva e l’apertura all’esperienza. Il briciolo di verità nell’ipotetico legame tra aspetto e personalità è pertanto rintracciabile anche su queste dimensioni personologiche, ma in questo caso è molto più complicato immaginare quale possa essere la variabile che media questo legame.
In altre parole cosa “dipinge” sul viso di una persona la sua estroversione? Cosa scrive sul volto di un uomo la sua stabilità emotiva o la sua apertura all’esperienza?
Qualcuno suggerisce la profezia che si autoavvera….

esiste “un briciolo di verità” nel presunto legame tra aspetto fisico e personalità. In alcuni casi tale legame, per esempio tra facce maschili più larghe e dominanza e/o aggressività, potrebbe essere mediato da fattori biologici come i livelli di testosterone. In altri casi il legame tra aspetto e personalità è parimenti rintracciabile, ma sono meno chiari i fattori che lo determinano.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che un ruolo non specifico abbastanza rilevante sarebbe giocato da una
profezia che si autoavvera. In altre parole se un individuo in giovane età ha un aspetto particolare ("infantile" piuttosto che "accigliato", piuttosto che "mascolino" e così via) i pregiudizi degli altri in merito alle presunte caratteristiche di personalità associate a quel tipo di volto finirebbero per plasmare effettivamente il carattere della persona in conformità con quanto atteso.
Ad esempio sentirsi dire continuamente che si ha “un viso angelico” potrebbe influenzare a comportarsi in coerenza con tale caratteristica sviluppando pazienza, cortesia, garbo, altruismo, onestà, imparzialità etc. etc. con il risultato di realizzare un’ accoppiata aspetto-personalità per induzione esterna diciamo.
Questo stesso meccanismo potrebbe avere però esiti completamente opposti se si innestasse una cosiddetta profezia che si autodistrugge, ovvero una predizione che diventa falsa come diretta conseguenza dell’ essere stata pronunciata.
Le persone con visi particolarmente “angelici” potrebbero “ribellarsi” allo stereotipo in cui gli altri sarebbero portati a inserirle e reagire modellando il proprio comportamento e la propria personalità in assoluta controtendenza.
Leslie Zebrowitz della Bradeis University ha per esempio scoperto che uomini con volti particolarmente infantili sono in media più educati, ma anche più assertivi o francamente ostili, ottengono un maggior numero di medaglie al valor militare, e tendono a diventare dei criminali con probabilità maggiori rispetto a coloro che hanno un viso dall’aspetto più maturo (!). Nell’immagine in alto c’è Al Capone e si commenta da sè!
Ad ogni modo noi tutti di fronte a un viso adulto dalle caratteristiche infantili saremmo portati istintivamente ad attribuire al possessore qualità caratteriali di remissività e ingenuità, anche toppando talvolta clamorosamente. 
Secondo la Zebrowitz questo accade perché sovrageneralizziamo le nostre ancestrali reazioni ai volti dei bambini piccoli. 

tratto da http://psicocafe.blogosfere.it/2009/02/la-nuova-fisiognomica-le-profezie-che-si-autovverano-e-si-autodistruggono.html

I tratti somatici del volto

 

I tratti somatici del volto

I tratti somatici del volto possono essere rilevati anche attraverso i “punti caldi” generati dal passaggio dal sangue nelle vene e nelle arterie: punti che nel tempo possono anche variare di intensità ma non di posizione. In questo caso una videocamera a raggi infrarossi fotografa la testa del soggetto e genera una mappa termica dettagliata, analizzando soprattutto le zone della faccia attorno agli occhi e alla fronte, che risultano meno influenzabili dalla temperatura esterna rispetto, ad esempio, al naso o alle orecchie.

 

La Scientifica dà un volto alle mummie

Finalmente ha un volto una delle mummie dell'antico Egitto, custodite presso il Museo Egizio di Torino. Il volto ricostruito è quello di Harua I, figlio di Nesamondjaemaniut e di Ireru. La Polizia Scientifica di Torino, in collaborazione con l'Istituto di Radiologia Diagnostica dell'ospedale "Le Molinette" e l'aiuto di un pool di esperti antropologi e radiologi, è riuscita a riprodurne i lineamenti. E' stato realizzato un modello fisico tridimensionale del volto e della testa dell'egiziano vissuto secoli fa, dopo circa un anno e mezzo di studi sull'uomo mummificato.

Il progetto di ricostruzione facciale
Ecco le principali fasi del progetto di ricostruzione facciale che, per la prima volta al mondo, hanno permesso di "ridare vita" ad Harua I.
Gli artisti forensi della Polizia Scientifica, in collaborazione con medici e analisti dell'immagine, grazie all'uso di complesse strumentazioni tecnologiche, sono partiti da un calco del prototipo della mummia ed applicando il protocollo di Manchester hanno ricostruito l'aspetto dell'antico egiziano con lo stile della "maschera funeraria".

 

TRATTO DA  http://www.poliziadistato.it

I MOSTRI DALLA A ALLA Z:

LINGUAGGIO GLOBALE

Tratti fisici bestiali in una stampa di fine '800

 

 

 

 

 

 

Termine di derivazione aristotelica con cui si indica lo studio, parascientifico, dei caratteri fisici dell'individuo e del loro aspetto corporeo con l'intento di dedurne i caratteri spirituali e morali. 
Nell'antichità e nel Medioevo alcune pubblicazioni si occupano di fisiognomia animale, che consiste nell'individuare nei tratti somatici degli uomini delle similitudini con quelli degli animali, il che avrebbe permesso di coglierne le affinità comportamentali.
"Il Della Porta lo dichiara esplicitamente nell'introduzione al suo trattato, costruendo un sillogismo in cui la premessa maggiore, la premessa minore e la conclusione affermano che: 1. Ogni specie animale ha una figura, corrispondente alle sue proprietà e alle sue passioni; 2. Gli elementi di tali figure si ritrovano nell'uomo; 3. L'uomo che presenta le stesse fattezze ha, di conseguenza, carattere analogo. Così il leone, possente e generoso, ha petto ampio, spalle larghe ed estremità grosse. Le persone in cui si riscontrano gli stessi segni sono coraggiose e forti" (J. Baltrusaitis, Aberrazioni, Adelphi 1983, p. 16).

Questa concezione si ritrova, su basi pseudoscentifiche e con differenti argomentazioni, anche nell'opera di Lombroso che tenta di individuare nelle anomalie fisiche alcune anomalie comportamentali criminali.

(AZ)

Criminologia e fisiognomica: da Lombroso al "profiler"

Avv. Mario Pavone

[...]

FISIOGNOMICA DI TOMMASO IORCO

FISIOGNOMICA

di Tommaso Iorco
(autore tutelato dalla S.I.A.E.)

«Non ti ho dato né viso né luogo che ti sia peculiare,
né alcun dono speciale, o uomo, affinché
il tuo viso, il tuo posto e i tuoi doni
tu li scelga, li conquisti e li possegga da te stesso.
[…] Ti ho messo al centro del mondo affinché tu
possa meglio contemplare ciò che il mondo contiene.
Non ti ho creato né celeste né terrestre, mortale o immortale,
così che per tua scelta, liberamente, alla maniera
di un buon pittore o di un abile scultore
tu completi la tua stessa forma».
Pico della Mirandola

La fisiognomica è una scienza affascinante e molto antica. Già nel Mahabharata troviamo alcuni passi che mostrano quanta importanza gli indiani accordassero allo studio dei tratti del volto per capire le pieghe più nascoste della personalità di un individuo. E qualcosa di simile accadeva anche presso molte altre popolazioni, cinesi, greche, romane e via di seguito. Ma, come ogni scienza, la fisiognomica (o, utilizzando il termine coniato dallo psichiatra francese Louis Corman, la ‘morfopsicologia’) richiede pazienza e precisione; non la si può penetrare con un atteggiamento sbrigativo e frettoloso, leggendo un semplice manualetto — richiede anni di studio, di osservazione, e una capacità di analisi il più possibile globale. In questo articolo mi propongo perciò di effettuare solo qualche breve riflessione e nulla più.

Il nostro volto rivela assai più di quanto crediamo, e probabilmente è anche per questo che si sta diffondendo in modo direi patologico il ricorso alla chirurgia plastica: oltre al bisogno di apparire eternamente giovani (indice di enorme immaturità e insicurezza), c’è il desiderio inconscio di nascondere agli altri il nostro vissuto (quando non lo accettiamo) e, più ancora, le nostre menzogne. Ci si illude insomma di poter annullare il proprio fardello mediante un semplice lifting facciale. Recentemente ho incontrato una donna anziana, che aveva almeno ottant’anni, la quale aveva visibilmente il viso completamente rifatto, ma anche il seno e il fondoschiena; era vestita in modo molto giovanile, con indumenti piuttosto attillati (perfino nel parlato cercava di imitare i giovani), ed era raccapricciante guardarla: mi hanno colpito particolarmente le mani, tutte incartapecorite e anche un po’ segnate da una sia pur lieve forma di artrosi; insomma, era impressionante guardare il suo corpo, che era quello di una donna anziana, ma con un seno e delle natiche turgidissime, del tutto innaturali e in disarmonico contrasto con il resto del corpo, e con un volto che sembrava quasi una maschera (alla Michael Jackson, per intenderci)! Credo che quella signora, quando si guarda allo specchio, rimuove inconsciamente tutte le parti cascanti del suo corpo e vede solo quelle passate al bisturi, al punto che la sua stessa visione della propria fisionomia è totalmente falsata da ciò che lei desidera vedere: un corpo giovane e attraente. Devo confessare di non aver mai visto nulla in vita mia di così repellente (e dire che in India ho visto persone il cui corpo era visibilmente e drammaticamente segnato dalla lebbra, senza considerare che all’età di vent’anni prestai per alcuni mesi volontariato presso il Cottolengo), e sono certo che se quella signora si vedesse con uno sguardo distaccato, al pari di chi la guarda, si vergognerebbe infinitamente e non uscirebbe più di casa.

Ritornando alla fisiognomica, il nostro volto è la parte del corpo forse più imbarazzante, perché possiamo vederlo solo riflesso in uno specchio, mai direttamente. È qualcosa che, in genere, vedono gli altri, non noi. E questo ci causa un certo comprensibile disagio... Se, per fare un esempio molto banale, abbiamo qualcosa sul viso, da una semplice macchietta a una caccola, sono gli altri ad accorgersene prima di noi, e questo ci imbarazza enormemente. Oltre al fatto che viviamo in una società che tende a nascondere, per senso di pudore o di difesa, ciò che può diventare preda di altri, come ad esempio gli organi sessuali (soprattutto femminili). Ecco allora il bisogno di nascondere il nostro volto, di camuffarlo con il trucco o con la chirurgia estetica, con l’illusione di calcellare in tal modo le tracce del tempo, le sofferenze, e qualche volta anche i sengi di una natura malvagia.
Molto significativo, nel riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con il proprio volto e con la sensazione di denudamento che si percepisce quando qualcuno ci guarda dritto negli occhi, è il rapporto che intercorre fra uno psicanalista e il suo paziente: durante le sedute, l’analista non guarda mai in faccia il suo paziente, perché sa che questo metterebbe a disagio il paziente stesso, il quale tenderebbe a innalzare meccanismi di difesa e a mentire; mentre, facendolo sdraiare comodamente su un lettino, facendolo conversare come se parlasse a se stesso, senza dover guardare in faccia nessuno, ci sono possibilità molto più elevate che emerga qualcosa di più intimo e rivelatorio ai fini della terapia. Una analoga riflessione si può fare a proposito delle ‘chat-lines’ su Internet, in vertiginoso aumento: quanti non si accettano per quello che sono (sempre più individui, purtroppo), preferiscono contattare persone a distanza, senza mai essere visti in faccia. In questo modo la menzogna può continuare a regnare senza correre il rischio di essere spodestata. L’assenza di contatto fisico mi pare sia uno dei segni più inquietanti dei nostri tempi. Si trascorrono ore del proprio tempo libero davanti al computer, o davanti alla televisione, perché questo esclude la possibilità di confrontarsi con gli altri e quindi di mettersi a nudo, di mostrare loro le nostre falle e, ancor più, di mostrare a noi stessi quelle imperfezioni che ci danno fastidio. È un modo molto sbrigativo per mettere a tacere la nostra coscienza (la quale saprà tuttavia prendersi la sua rivalsa, in un modo o nell’altro), ma è anche la perdita della grande opportunità di progredire attraverso il riconoscimento dei nostri stessi limiti. Viviamo in una società dove sbagliare è segno di debolezza, perciò molti tendono a circoscrivere al massimo i propri errori limitando il più possibile di interagire con gli altri, di vivere. E questa è la scappatoia più veloce, ma anche la più ingenua e inefficace, per non affrontare l’ombra che è in ognuno di noi.

Il nostro volto contiene un centinaio di muscoli che quotidianamente utilizziamo, contraendoli e rilasciandoli in continuazione. A ogni stimolo forte che ci colpisce in maniera sensibile, i muscoli si contraggono; se lo stimolo è tenue e piacevole, i muscoli si distendono. Uno stimolo forte non è necessariamente negativo — può avere un effetto positivo o negativo a seconda del tipo di stimolo stesso; infatti, quando qualcuno non reagisce a stimoli forti, lo definiamo un pezzo di ghiaccio e ci dispiace del fatto che non sappia godere di questi stimoli. Ognuno di noi ha un suo modo particolare di reagire davanti alle sollecitazioni della vita, alle gioie, ai dolori, alle delusioni, alle sconfitte, alle vittorie e alle nostre stesse pulsioni interne. Il nostro viso diventa in tal modo, con il trascorrere degli anni, il risultato di una accumulazione del nostro vissuto quotidiano. Si dice che da bambini il nostro volto è opera di Madre Natura, mentre con l’avanzare degli anni — soprattutto dopo i quaranta — il volto diventa una nostra personale, sia pur involontaria, creazione. La bocca, gli occhi, il naso, le orecchie e ogni nostra ruga ci smascherano, mettono a nudo ciò che realmente siamo. Insomma, tutti gli elementi del viso sono, come dice Garboli, i correttivi facciali del pensiero.

Prendiamo la bocca, per esempio: si tratta di una parte del volto particolarmente importante, poiché attraverso di essa noi comunichiamo con gli altri per mezzo del linguaggio verbale: esprimiamo i nostri pensieri e talvolta addirittura, raramente, esterniamo le nostre emozioni. E tuttavia, se attraverso le parole possiamo mentire, la bocca in sé rivela la nostra vera natura. I muscoli della bocca sono quelli maggiormente in attività nel nostro volto, e mentre parliamo la bocca prende la forma delle parole che pronunciamo. Se ci alleniamo a osservare i volti (il nostro e quello degli altri), possiamo ricevere una quantità impressionante di indizi e fare scoperte molto interessanti. Noto ad esempio una grande quantità di bocche che, quando parlano, assumono una strana piega, come se fossero storte o per metà irrigidite. E lo trovo un segno piuttosto sintomatico di una società fasulla, come quella attuale, dove molti individui mentono, non solo nella sfera privata, ma attraverso l’esercizio stesso di professioni in cui mentire è fondamentale per la buona riuscita del proprio obiettivo: spillare quattrini agli altri. Viviamo in una società profondamente disonesta, e ognuno di noi, volente o nolente, deve fare una scelta: essere sincero (anzitutto con se stesso e, di conseguenza, con gli altri) e quindi accettare anche l’eventualità di vivere ai margini, senza avere alcun riconoscimento (economico o di altro tipo), oppure accettare di prostituirsi e farsi parte integrante di questa dilagante menzogna, che ci ripagherà abbondantemente con onori, soldi, carriera, prestigio. È la battaglia che avviene in ognuno di noi fra la mediocrità e la libertà. La mediocrità è sempre la via più facile, mentre la libertà è molto esigente, richiede attenzione, sincerità, approfondimento continui.

Lo studio della fisiognomica spesso può essere utile per capire alcuni lati nascosti degli individui che conosciamo poco (o che crediamo di conoscere bene), per non ricevere brutte sorprese. Sarebbe tuttavia un grossolano errore generalizzare, come fece Lombroso, credendo che tutti quelli che hanno determinate caratteristiche hanno un certo carattere: le labbra sottili sarebbero proprie di nature crudeli, la fronte bassa di persone poco intelligenti e così via. Avere delle labbra sottili è un segno esteriore di crudeltà, ma non sempre: talvolta può rappresentare il segno di una natura dotata di una capacità di autocontrollo superiore alla norma (un asceta, per esempio). Così come la fronte bassa non è sempre indizio di mancanza di intelligenza. La corrispondenza è sempre fra il dentro e il fuori, mai tra il fuori e il fuori. Vale a dire che è l’interno che modella l’esterno, e bisogna sempre partire da lì per capire i segreti della personalità — segreti che uno studio accurato e intelligente della forma esteriore, presa nella sua globalità e non dissezionando le varie parti costituenti, può aiutarci a cogliere. In un determinato volto, grosse labbra possono rappresentare una natura socievole, affabile, aperta, disponibile; in un altro volto, quelle stesse labbra possono rappresentare una persona lasciva, infedele, scostante, facilmente irritabile.

Ci sono, certo, alcune linee base per decifrare i tratti del volto, ma non si può dedurne leggi rigide. Come recita un trattato attribuito a Aristotele: «Ciò che è duraturo nella forma esprime quanto è immutabile nella natura dell’essere e ciò che è mobile e fugace in detta forma esprime quanto, nella medesima natura, è contingente e variabile”. La prima distinzione riguarda infatti il rapporto fra la natura permanente della psicologia di un individuo, rappresentata dall’ossatura del volto, e la natura mobile rappresentata dai muscoli e dalla pelle.

Alcuni ricercatori (a partire da Adamanzio per arrivare al grande Giordano Bruno), hanno notato singolari rassomiglianze fra alcuni volti umani e quelli degli animali. Mentre altri (come i medici cinesi dell’antichità) hanno cercato di leggere nel volto il grado di salute dell’individuo, vedendo nel viso uno specchio energetico dei vari organi del corpo umano e delle sue funzioni. Similmente, in tempi più recenti (ma rifacendosi comunque a studi medioevali), in Europa sono state individuate alcune tipologie che individuano caratteristiche psicosomatiche (celebre in tal senso il trattato del medico francese Léon Vannier).

A un medico lionese (ai principi del XX secolo), Claude Sigaud, si deve comunque il merito di aver formulato la legge basilare della morfopsicologia: il principio della dilatazione-ritrazione in rapporto alla forma degli organismi viventi, secondo cui il corpo (il volto in particolare) passa dalla dilatazione alla ritrazione in rapporto all’impatto che riceve con l’ambiente che lo circonda, in particolare il modo di reagire nei confronti delle difficoltà della vita. Perché le esperienze determinanti della nostra vita lasciano sempre una traccia sul nostro volto.

Uno studio del genere può risultare molto utile per guardare bene in faccia eventuali colleghi di lavoro, vicini di casa, amici e conoscenti. Così come può essere di grandissimo aiuto nello smascherare le vere intenzioni di persone che non conosciamo ma di cui dobbiamo formarci una qualche opinione — mi riferisco ai politici, per esempio. Noi non li conosciamo personalmente, ma diamo o neghiamo loro la nostra fiducia quando andiamo a votare. Perciò è importantissimo per noi capire se quanto dicono rappresenta solo un discorsetto preparato per fare presa sui potenziali elettori, oppure se è il risultato di una verità che sta dentro. La fotografia di un manifesto elettorale, soprattutto se scattata con tutti gli accorgimenti del caso (filtri più o meno sofisticati) e successivamente ritoccata, può ingannarci. Ma una ripresa video effettuata in presa diretta, senza cioè un lavoro di montaggio e di post-produzione, è infallibile in questo senso. Può rivelare perfino dietro un sorriso apparentemente innocuo una perversione diabolica. Perché nessuno può stare in posa per più di tre o quattro minuti, parlando, senza smascherarsi, sia pur per qualche istante. La telecamera è impietosa nel mettere a nudo ciò che veramente siamo. Ricordo che parecchi anni fa Dario Fo consigliò, molto saggiamente, di registrare una tribuna elettorale e di rivederla escludendo l’audio: in questo modo la nostra attenzione si sarebbe focalizzata esclusivamente sulla fisicità del politico, assai più loquace delle stesse parole nel trasmetterci il grado di convinzione e di sincerità (o di falsità) che sta sotto. Ma qui alla fisiognomica si aggiunge lo studio del linguaggio non verbale, ovvero della gestualità.

STORIA DELLA FISIOGNOMICA

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Appunti: STORIA DELLA FISIOGNOMICA
Materia: Storia dell'arte
Corso di laurea: Scienze e Tecnologie della Comunicazione
Facoltà: Lingue e Comunicazione
Università: Libera Università di lingue e comunicazione IULM-MI
Docente: Flavio Caroli
Descrizione: Arte e psicologia da Leonardo a Freud
Giudizio: 5
Formato: Pdf (.pdf)
Dimensione: 219 Kb

IL CRIMINAL PROFILING

Dott.ssa Valentina Di Giovanni (biologa)

 

continua   criminal profiling

 

 

Il criminal profiling non potrà mai prendere il posto di un'approfondita e ben pianificata investigazione, non potrà mai sostenere l'esperienza, la competenza e l'addestramento professionale del detective, ma costituisce un'arma in più nell'arsenale di coloro i quali devono combattere con il crimine violento

 

  H. Paul Jeffers

 

 

 

La fisionomica nasce come l'arte di interpretare i segni scritti sul corpo, con particolare attenzione al volto, poiché 'centro' dell'organismo umano. Il padre della fisionomica può considerarsi Aristotele, il quale studiava le somiglianze tra uomo ed animali, per poter poi trasferire ad ogni individuo le qualità proprie di ogni animale (es. il leone simbolo di forza, la volpe d'astuzia, e così via). Questa arte assume grande importanza nella cultura araba, ed è proprio nei circoli esoterici legati alla cultura araba che si formano gli scrittori medievali di fisionomica. Considerata, comunque, una dottrina pagana venne accantonata, per poter poi esser rivalutata nel Rinascimento. Nel 1558 Giovanni Battista Della Porta pubblica il De humana Physionomia, in cui afferma che 'la fisionomia è il mezzo che fa conoscere quali sono il naturale e il costume degli uomini attraverso i segni fissi e permanenti del corpo'. Il successo di quest'opera è tale che un magistrato di Napoli lo utilizza come manuale per amministrare il diritto di grazia o di morte, a seconda della fisognomia degli accusati.