giovedì, 01 novembre 07 17:02
giovedì, 01 novembre 07 16:59
Extreme Makeover è il reality show più seguito negli Usa. Picco di ascolti per la puntata trasmessa da Raidue
Come rifarsi la faccia in diretta tv
Due persone a episodio si affidano, gratis, alle mani del chirurgo che le trasforma dalla testa ai piedi
di Giovanna Antonelli

Il mito della metamorfosi rivive nel reality show più seguito d’America. In ogni puntata di Extreme Makeover in onda sulla Abc due persone, spesso donne ma non mancano i maschietti, si affidano alle mani di un chirurgo estetico, di un truccatore e di un personal trainer per trasformarsi da brutti anatroccoli in cigni.
E il pubblico impazzisce. Perché è stupefacente vedere come una pelle piena d’acne diventi setosa e vellutata e un sedere cellulitico diventi miracolosomante un maestoso didietro alla Jennifer Lopez.
Un’americanata? Niente affatto perché anche da noi la formula è destinata a sbancare. Basti pensare che la puntata dello show con i sottotitoli in italiano trasmessa da Raidue martedì sera ha avuto un boom di ascolti con 2 milioni 579 mila spettatori e il 19.32% di share.
Un successo imprevisto che ha spinto i dirigenti di Raidue a cambiare collocazione al programma in una posizione strategica migliore. Tutto questo a poche settimane dal debutto su Italia 1 di Bisturi, nessuno è perfetto. Dal 20 febbraio Platinette e Irene Pivetti si preparano a fare da madrine alla trasformazione di eccessivi fianchi mediterranei in più “esteticamente corrette” curve da pin up.
Insomma, se prima si andava in tv per vincere un’automobile, un monterpemi milionario o più semplicemente qualche gettone d’oro adesso ci si va per regalarsi labbra più turgide, una taglia in più di reggiseno o un nasino alla francese.
E chi partecipa allo show ne esce sempre entusiasta. Come Tammy Guthrie (nella foto), una casalinga di 40 anni appena rientrata in famiglia a St. Petersburg in Florida dopo una permanenza di cinque settimane e mezza con gli esperti della rete che le hanno assottigliato il naso, risollevato gli occhi e gli zigomi, rassodato il collo. ''Ora mi sento più sicura, sia con mio marito che con gli estranei. Non ho più paura delle loro reazioni e devo dire che anche a lui piaccio di piu' cosi'', ha confidato Tammy al quotidiano New York Times. (Pubblicato il 15 gennaio 2004) (Aggiornato il 15 gennaio 2004 alle ore 16:26)
giovedì, 01 novembre 07 16:24
sono state svolte sette missioni ( rispettivamente nel corso del 1988, 1990, 1992, 1994, 1996, 1998 e 2000) presso il "dhaka medical college" di dhaka. l'attività dell'equipe di interplast nei confronti del primo paese visitato dell'organizzazione - nata nel 1988 - si è mantenuto costante anche grazie al rapporto instauratosi con organizzazioni ed autorità localialle missioni in bangladesh, fa seguito una ulteriore iniziativa di interplast italy. nell' ottobre del 1991 sono giunte infatti a bologna tre giovani pazienti provenienti dal bangladesh, affette da gravi malformazioni del volto, il cui trattamento ha richiesto molteplici interventi svolti nell'arco di un anno. accompagnava le pazienti il dr.shahidul bari, chirurgo di dhaka, cui interplast italy ha assegnato una borsa di studio di 1 anno presso il servizio chirurgia plastica del s.orsola-malpighi di bologna, per apprendere i principi della chirurgia plastica ricostruttiva.
 
TRATTO DA http://www.interplastitaly.it/missioni/bangladesh.htm
IL PRIMA E DOPO DI PERSONAGGI FAMOSI...
NON ERANO BELLI ANCHE PRIMA?

Angelina Jolie

Robert Redford

Clint Eastwood
giovedì, 01 novembre 07 16:01
I figli nelle adozioni internazionali hanno facilmenti tratti somatici molto differenti da quelli dei loro genitori. Non solo, hanno tratti differenti da quelli degli zii, dei nonni, dei cugini, della maggioranza dei loro compagni di scuola, dei loro vicini di casa, di chiunque incontrino per strada.
Mi chiedo quale tipo di complessità contenga questo aspetto, e che cosa comporti nella costruzione dell’identità personale dei nostri figli. Cosa significa vivere sapendo di essere costantemente diversi? Ma non è questa la domanda giusta. Sono in molti a vivere quella che viene percepita e riconosciuta come una ‘diversità etnica’, ma in condizioni completamente differenti da quelle dei nostri figli, dai figli arrivati da lontano. Il figlio dell’immigrato sa di essere diverso, perché lo è in modo sostanziale, corposo: è immerso in una cultura familiare, che consapevolmente si sente ‘altra’; lo è in tanti gesti, nella lingua parlata, nel cibo che la mamma cucina per pranzo, in tutti quei rituali quotidiani che la famiglia porta con sé dal paese di provenienza e che decide di mantenere. Il bambino figlio di immigrati fa la spola tra mondi diversi, compie traduzioni, tenta delle sintesi. Ma ha ben chiari i diversi ambiti, li riconosce, perché li vive entrambi, e sa distinguerli. Sente di appartenere a universi differenti, ma li sente propri entrambi (oppure rifiuta uno dei due, ma comunque li riconosce).
I nostri figli, i figli per adozione internazionale, lasciano un mondo, a volte piccolissimi, altre volte più grandicelli o già adolescenti, per entrare definitivamente in un altro. E’ un salto nel buio quello che fanno; un taglio netto con tutto ciò che era stato prima, la loro lingua, gli affetti, le abitudini, i punti di riferimento, le sicurezze acquisite... per ricominciare tutto da capo, da un’altra parte. Senza mediazioni, senza nulla a fare da ponte, senza valigie dei ricordi, senza niente. Affrontano l’ignoto immenso da soli, a mani nude, portando con sè la loro voglia di vivere. Cominciano una vita completamente nuova, in un mondo sconosciuto, divenuti figli di due sconosciuti. Ma il miracolo si compie, e i due sconosciuti diventano mamma e papà, e poi ci sono i nonni, gli zii, gli amici; pian piano si abbandonano i gesti abituali del mondo di provenienza per sostituirli con altri, si impara a parlare quella nuova lingua, si cambiano le espressioni del viso, le posture, i modi di approcciarsi alle persone... si compie il processo di acculturazione nella nuova realtà.
La domanda vera allora è: cosa significa vivere con tratti somatici che sono un puro significante, una superficiale marcatura che rinvia ad un significato che è tale solo per chi ti guarda? Perché ‘l’indianità’ di un figlio arrivato dall’India a 8 mesi, a 15 mesi, cresciuto ad acculturato qui, in una famiglia italiana, parlante italiano da sempre, ecco, quell’’indianità’ è un fantasma. A meno di non credere che l’indianità passi attraverso il sangue. Cosa che non è lecito credere. E’ un fantasma. Ma un fantasma con cui i nostri figli (e noi con loro) sono costantemente costretti a venire a patti, a confrontarsi, a fare i conti.
Ci costruiamo un’idea di quello che siamo, di ‘chi’ siamo, specchiandoci negli occhi dell’altro. E quello sguardo altrui, spesso mosso dall’automatismo “tratti somatici= appartenenza etnica”, attribuisce un’identità etnica che è assente, affibia un’etichetta che in realtà è vuota. Come si costruisce un’identità assieme ad un fantasma costantemente evocato?
Come si convive con la fatica di dover spesso dimostrare che non si è degli stranieri? Perché appena i nostri figli escono dalla cerchia familiare e dei conoscenti, trovano subito qualcuno che si stupisce che parlino italiano, o che li trattano come stranieri. E’ una fatica che si deve imparare ad affrontare; è una seccatura, un inciampo del passo, ma si può imparare a conviverci. Quel che mi chiedo è: quel pezzo della tua identità che gli altri ti costringono ad assumere, a far diventare tua (perché se tutti ti dicono ‘cinesino’ o ‘indiano’ quell’etichetta sei costretto a prendertela in carico), quell’identità come te la riempi? Non puoi tornare a casa e dire ai tuoi genitori: “Mi chiamano sempre cinesino” ed essere confortato dal sentirti rispondere con orgoglio: “Rispondigli che noi cinesi prima o poi gli mangeremo il riso in testa!”. A casa trovi dei genitori, i tuoi genitori, che nessuno ha mai chiamato cinesi, che possono solo dirti: “Tu sei italiano come loro”. Ed è vero, verissimo. Ma anche non lo è. Ed allora possono dirti: “Vai fiero dei tuoi tratti orientali, perché quella cinese è stata una grande civiltà”. Ma che significa? Perché lui dovrebbe andare fiero di qualcosa che non ha mai conosciuto, che di fatto non gli appartiene? Oppure possono risponderti: “Vai fiero della tua faccia perché porta il segno del paese in cui sei nato, che è un bellissimo paese. Ora sei italiano, un italiano che ha in oriente le sue origini ”.
Le origini... Il paese in cui sei nato... che non è il tuo paese, non è il paese in cui sei cresciuto. Ma sul tuo corpo c’è scritta la storia di quel paese, te la porti addosso con il tuo volto, la tua pelle, le forme del tuo corpo; ti porti addosso la storia dell’evoluzione genetica di una popolazione. Lì stanno quella donna e quell’uomo che ti hanno generato. Ma la tua appartenenza culturale non sta lì. Forse nemmeno la tua storia, perché magari di te, della tua nascita, delle vicissitudini che hanno fatto di te un bambino in stato di abbandono, si sa poco o nulla. Etnicamente a chi appartieni?
E qui mi chiedo: cosa significa tutto questo per chi non ha l’ombra di un ricordo, di un profumo, di un suono? Quali diverse connotazioni assume il mistero delle origini, che per ciascuno di noi sono avvolte in brume misteriose; che per tutti, nessuno escluso, affondano nell’indicibile? Sono origini che non rimandano solo a umide caverne inesplorabili, a scrigni colmi di rimpianto. Si colorano di esotico, che è il luogo dell’altrove. Un altrove che diventa un paradiso meraviglioso dove il miele scorre a fiumi. O un luogo spaventoso dove si è consumato un rifiuto, una rinuncia, o un abbandono. Il luogo delle origini, in che modo appartiene a chi quel luogo ha lasciato da piccolissimo? Cosa se ne può fare uno di quell’appartenenza etnica, riconosciuta solo dagli altri?
E come si rimodella l’identità dei nostri figli quando fanno l’esperienza di tornare al paese d’origine? Tornare in un luogo di cui nulla si conosce, dove non ci sono parenti, nonni, zii, amici da andare a trovare. Dove spesso c’è solo un istituto come luogo della tua storia. Lo spaesamento di trovarti, finalmente, tra simili... che ti sono totalmente estranei. Stranieri. Perché non ne comprendi la lingua, perché appartengono ad un mondo altro dal tuo. Lo spaesamento di trovarti in un mondo dove sei nato, dove si trovano i tuoi genitori... che spesso non conosci, e che comunque non sono veri come quelli con cui hai vissuto la tua vita, che ti hanno amato, formato, reso simile a loro. In che cosa, allora, ci si rispecchia? Dove si trovano gli appigli per riconoscere un’appartenenza? Ancora una volta in quel guscio vuoto delle fattezze somatiche?
Il corpo che diventa un fantasma. Nel paese in cui vivi, fantasma di una etnicità ‘altra’ assente; nel paese d’origine, fantasma di un’appartenenza, di una etnicità condivisa che è di nuovo assente. Un fantasma capace in ogni caso di generare inquietudine. L’inquietudine di vivere una perenne sfasatura tra ciò che il tuo corpo racconta ed evoca agli occhi altrui, e ciò che ti senti di essere. Due facce che non potrai mai far coincidere perfettamente.
Nota: Articolo di Emanuela Tomè
TRATTO DA http://www.mammeonline.it
giovedì, 01 novembre 07 15:57
“ LO STEREOTIPO ETNICO IN ETA' EVOLUTIVA: INDAGINE SPERIMENTALE CON IL MODELLO DELLA CORRELAZIONE ILLUSORIA” di Christina Bachmann

Il bias della correlazione illusoria porta ad un errore nei giudizi di co-variazione quando dobbiamo stabilire il tipo di relazione tra due eventi che co-occorrono e si verificano insieme. Il paradigma della correlazione illusoria è stato utilizzato per la prima volta da Hamilton e Gifford (1976); i numerosi studi successivi hanno confermato che gli adulti percepiscono una correlazione illusoria, che in realtà non esiste, tra l'appartenenza a un gruppo di minoranza e la messa in atto di comportamenti negativi. Questo porta a sovrattribuire e sovrastimare i comportamenti negativi messi in atto da membri di gruppi di minoranza. Le ricerche sugli effetti della correlazione illusoria in età evolutiva sono molto ridotte e dimostrano che il bias della correlazione illusoria è presente anche nei bambini. Inoltre è stato evidenziato che variabili come l'appartenenza al gruppo possono portare ad una modifica di tale bias. La presente ricerca si è svolta a Prato, città che registra il più alto numero di cinesi in rapporto alla popolazione complessiva. Scopo del lavoro è di indagare se l’appartenenza al gruppo influisce sulla direzione del bias. Si è perciò adattato il paradigma sperimentale di Hamilton e Gifford (1976) per i bambini, mettendo a punto 4 situazioni sperimentali in cui i soggetti raffigurati nel materiale stimolo si differenziavano sia per la diversa composizione numerica (gruppo di maggioranza e gruppo di minoranza) che per la diversa origine etnica (italiana o cinese). In particolare, in una condizione (Set 1), che rappresentava la condizione di controllo, sia i bambini del gruppo di maggioranza (Pini) che quelli appartenenti al gruppo di minoranza (Abeti) mostravano tratti somatici che comunemente sono associati a persone di origine italiana; nel Set 2, le caratteristiche somatiche di entrambi i gruppi, sia di maggioranza (Pini) che di minoranza (Abeti), corrispondevano a quelle ritenute tipiche delle persone di origine cinese; nel Set 3 i bambini del gruppo di maggioranza (Pini) mostravano tratti somatici che comunemente sono associati a persone di origine italiana, mentre i bambini del gruppo di minoranza (Abeti) mostravano tratti somatici considerati tipici delle persone di origine cinese; nel Set 4 vi era un'inversione dell'appartenenza etnica dei gruppi, infatti il gruppo di maggioranza (Pini) mostrava i tratti somatici ritenuti tipici delle persone di origine cinese, mentre il gruppo di minoranza (Abeti) mostrava i tratti somatici comunemente associati a persone di origine italiana. Ciascun partecipante veniva assegnato ad una delle 4 condizioni in maniera casuale. Dopo aver mostrato tutti e 21 i disegni del set assegnato, i partecipanti erano chiamati ad eseguire tre compiti: un compito di valutazione, un compito di attribuzione al gruppo e un compito di stima della frequenza dei comportamenti negativi. Nell’Esperimento I i partecipanti erano 237 bambini di origine italiana di terza e di quinta elementare (età media: 114.41 mesi ± 14.61). Il gruppo di origine italiana rappresenta il gruppo di maggioranza sociale nel contesto pratese, dove i membri della comunità cinese di Prato sono per i bambini delle scuole pratesi prese in esame un gruppo etnico noto, che nella realtà sociale in cui vivono corrisponde ad un gruppo di minoranza. I risultati hanno dimostrato che si verifica una correlazione illusoria tra i membri del gruppo di minoranza e la messa in atto di comportamenti negativi; questa correlazione si è verificata in tutti e 4 i set, in particolare anche nel Set 4, in cui i membri del gruppo di maggioranza mostravano caratteristiche fisiche tipiche dei soggetti di origine cinese, mentre i membri del gruppo di minoranza mostravano tratti somatici tipici dei soggetti di origine italiana. La variabile "appartenenza etnica" non sembra quindi aver influito sul bias della correlazione illusoria. Visti i risultati, si è voluto verificare se l'appartenenza al gruppo influenza il bias della correlazione illusoria anche nel caso in cui i partecipanti nella realtà sociale fanno parte di un gruppo di minoranza. Si è proceduto perciò con l’Esperimento II, in cui i partecipanti erano 49 bambini di origine cinese di terza e di quinta elementare (età media: 122.49 mesi ± 17.95). Mentre nel Set 3 si è notato un effetto di correlazione illusoria come nell’Esperimento I, nel Set 4 si è notato il ribaltamento della direzione del bias della correlazione illusoria: non è avvenuta la sovrattribuzione dei comportamenti negativi al gruppo di minoranza, in questo caso rappresentato da soggetti con caratteristiche somatiche tipiche delle persone di origine italiana, la cui attribuzione e stima si avvicina ai valori reali. In questo la situazione che veniva presentata all’osservatore (di origine cinese) mostrava il proprio gruppo etnico di appartenenza come gruppo di maggioranza, mentre le persone di origine italiana erano rappresentate come gruppo di minoranza. Il ribaltamento della direzione del bias indica che il gruppo di minoranza, in questo caso il gruppo di origine italiana, non è visto più negativamente dell'ingroup. In conclusione, la presente ricerca evidenzia come il bias della correlazione illusoria non sia solo un fenomeno cognitivo, ma implica anche altre variabili di tipo motivazionale e sociale, tra le quali l'appartenenza al gruppo, che porta a percepire ed elaborare diversamente le informazioni che provengono dalla realtà che ci circonda.
giovedì, 01 novembre 07 15:57

Va a ruba in Spagna 'baby Down', la prima bambola con i tratti somatici di un bebe' con la sindrome di Down. Immessa sul mercato spagnolo al prezzo di 25 euro -tre dei quali andranno a favore della Fundacion Down Espana- la bambola è disponibile nella versione femminile e maschile.
L'obiettivo, oltre a incrementare i fondi della ong, è quello di favorire "l'integrazione nella società" delle persone affette da questa alterazione cromosomica. "Baby Down non ha nulla di speciale", ha spiegato la portavoce dell'azienda produttrice, solo i tratti caratteristici di un bebè con la sindrome, "con le ditine un po' separate e la lingua un pochino all'infuori".
La bambola, le cui vendita hanno superato le aspettative persino dei distributori, è concepita perchè si conoscano le necessità dei bambini affetti dalla sindrome; ed è infatti accompagnata da un foglietto che spiega quali sono le attività che si possono fare per sviluppare le capacità dei piccoli con l'alterazione cromosomica nota come Trisomia 21.
http://canali.libero.it/affaritaliani/cronache/giocattoliarrivaccicciobellodown.htm
giovedì, 01 novembre 07 15:46
Identità e appartenenza. (tra qualche anno)
Sono cambogiano, anzi no, sono italiano, come tanti figli adottati in adozione internazionale, ho tratti somatici molto differenti da quelli dei miei genitori. Ho tratti somatici differenti anche da quelli dei miei zii, dei nonni, dei cugini, dei miei compagni di scuola, dei miei amici e conoscenti.
Mi sono ormai arreso all'evidenza di vivere sapendo di essere diverso, costantemente diverso, ma sarei diverso anche vivendo in Cambogia, perché ormai non conosco la lingua, le abitudini, le tradizioni, i gesti, ecc. Sono un perfetto italiano in un involucro da cambogiano! Il mio amico filippino, figlio di immigrati, ha un aspetto molto simile a me, tanto che spesso scambiano anche me per un filippino, ma lui ha i genitori che gli assomigliano, in casa mangia dei piatti che ricordano la cucina filippina, i suoi genitori parlano spesso in filippino tra di loro e raccontano storie filippine, la loro casa è come un piccolissimo pezzetto di filippine trapiantato in Italia. Il mio amico si sente un po' filippino e un po' italiano. Io forse non mi sento ne italiano, ne cambogiano.
Io sono stato adottato quando avevo due anni, i miei genitori e mia sorella hanno fatto un lungo viaggio per accogliermi nella loro famiglia, io ero stato abbandonato dalla nascita ed ero sopravvissuto negli stenti e nella povertà. Senza l'adozione forse non sarei vivo, sicuramente non avrei goduto dell'amore e delle possibilità che mi hanno offerto. Non parlerò in questa sede delle domande irrisolte relative al mio abbandono e che vorrei porre alla persona che mi ha generato e che poi mi ha abbandonato. Ma ora mi chiedo: "chi sono?" La mia cambogianità sopravvive in me nel colore della pelle, nel taglio degli occhi, nel profilo un po' schiacciato del mio naso, nella mia statura, ma tutto il resto, il modo che ho di interagire con il mondo è da italiano, i gesti lo sono, non solo la lingua ma anche il modo di pronunciare i suoni della lingua è italiano, anzi lombardo, il modo di pensare, di agire e di reagire è italiano, probabilmente tutto il mio comportamento è diverso da come si comporta un mio coetaneo cambogiano di Cambogia.
Quando pian piano ho abbandonato i gesti abituali del mio mondo di provenienza per sostituirli con quelli attuali, ho imparato a parlare questa nuova lingua, ho cambiato le espressioni del viso, le posture, i modi di approccio alle persone e ho compiuto un percorso senza ritorno, potrò studiare e imparare perfettamente il cambogiano, potrò studiare gli usi, i costumi, la storia, la cultura, le espressioni, ecc. della Cambogia ma non saranno mai più mie come se le avessi ereditate crescendo.
Quando mi dicono che sono cambogiano, quando mi chiamavano 'piccolo khmer', facevano riferimento all'involucro, questo è naturale, contenuto e contenente generalmente coincidono. Ho pensato che potrebbe sentirsi come me anche un discendente di terza o quarta generazione di immigrati, quando il legame della famiglia con la terra d'origine è diventato molto labile (i dotti direbbero fantasmatico), ma non è così, perché sarebbe comunque un discendente e potrebbe sempre pensare di avere degli avi tangibili giunti qui in cerca di lavoro e di fortuna. Pur avendo perso i legami culturali avrebbe i genitori e i parenti presenti che sarebbero somaticamente come lui. Il fantasma cambogiano che è in me invece è solo in me e non nei miei parenti, mi consola che se avrò dei figli lo condividerò con loro come condividerò il cognome italianissimo che a volte spiazza gli interlocutori, e che mi diverte non poco.
Per fortuna non sono stato vittima di comportamenti razzisti particolarmente gravi, solo qualche idiota (le loro mamme sono sempre incinte come cita il proverbio) che ha tentato di prendermi in giro o di isolarmi, di emarginarmi. Ci vuole ben altro per crearmi dei problemi. Famiglia e cognome italiano in questi casi è molto importante, direi che per fortuna mia, ma non per gli immigrati, fa la differenza in molti aspetti della vita di tutti i giorni. Un certo fastidio soprattutto all'inizio è stata la fatica di dover spesso dimostrare che non ero straniero Perché appena uscivo dall'ambito familiare e dei conoscenti, trovavo subito qualcuno che si stupiva della mia capacità di esprimermi bene in italiano, oppure trovavo qualcuno che mi trattava da straniero. Poi ho fatto l'abitudine a queste piccole noie e, anzi, ho cominciato a divertirmi dello stupore provocato. Prima era una seccatura, ora è quasi una risorsa con cui convivo bene.
Rimane sempre quella domanda iniziale: "chi sono?", anzi meglio "cosa sono?". Viene risvegliata sempre dall’automatismo “tratti somatici = appartenenza etnica” che vorrebbe attribuirmi un’identità etnica che è assente, che vorrebbe affibbiarmi un’etichetta che in realtà è vuota, che è solo un involucro. Tutti gli insegnanti che ho incontrato prima o poi mi hanno parlato della grandezza dell'impero khmer, della cultura khmer, delle vicissitudini politiche cambogiane degli anni 70. Io apprezzo molto il fatto che abbiano studiato argomenti che altrimenti non avrebbero mai approfondito, e mi sembra anche indelicato dir loro che io con quella cultura e quella storia ho poco a che fare, ma è la verità: cosa può significare per me? Mi può interessare di più la storia dell'impero romano o la storia dell'impero khmer? Forse nessuna delle due.
Quando a scuola mi chiamano straniero e qualche idiota aggiunge di tornarmene a casa mia, cosa posso rispondere? straniero non mi sento proprio, anche se non sono nato qui, ci vivo da così tanto tempo che non mi ricordo altro luogo, e quindi non posso tornare in nessun luogo che non sia questo. Immagino che se andassi (e uso il verbo 'andare' al posto del verbo 'tornare' volutamente) in Cambogia mi scoprirei molto simile alle persone che si incontrano per strada ma sarei anche molto diverso da loro, non avrei la stessa lingua, non avrei gli stessi gesti, essendo ormai un occidentale, anche se mascherato da indocinese. Mi sento italiano in tutto tranne che nei tratti somatici.
I miei genitori (adottivi) mi dicono che la Cambogia è un paese bello, che i cambogiani sono accoglienti, sorridenti, gentili e che sono un popolo di cui posso andare fiero, che non devo vergognarmi delle mie origini, anzi che provengo da un popolo con una storia importante, che ha avuto recenti vicissitudini drammatiche che lo hanno reso povero ma mai domo, e che anche per questo devo esserne orgoglioso... ma come faccio a essere fiero di qualcosa che non conosco e che in fondo non mi appartiene. Le mie origini sono perse per sempre, rimane solo l'indirizzo dell'istituto dove sono stato per una manciata di mesi. Altre notizie certe della mia provenienza non ce ne sono, c'è il caldo, la polvere o la pioggia, le palme e le acacie, i profumi dei fiori e delle spezie che ho conosciuto quando ero molto piccolo e di cui non ho ricordo.
Fortunatamente il mio carattere è sufficientemente positivo da accettare questi aspetti potenzialmente traumatici dell'esperienza adottiva. Non sono solo, i miei genitori e mia sorella (lei è nata in Italia) mi vogliono bene, non sono solo, conosco altri ragazzi nati in Cambogia e adottati in Italia, non sono solo, ho tanti amici che sono affascinati dai miei tratti somatici esotici. Siamo tutti cittadini del mondo e il resto conta poco.
Tratto da "Intervista a mio figlio adottato" by Gabriele
giovedì, 01 novembre 07 15:43
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