FISIOGNOMICA
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mercoledì, 16 novembre 05 17:17
VOLTI NELLA FILOSOFIA(appunti per una ricerca)
di Andrea Bonavoglia 1) Ritrattistica e filosofia Nella storia della pittura e della scultura occidentale si incontra con frequenza il tipo del ritratto, legato sia all'arte religiosa e celebrativa, sia a quella funeraria e realistica. A seconda delle epoche, l'autorità politico-religiosa può essere resa visibile da una statua del capo degli dei (lo Zeus di Capo Artemision ad esempio) o da un'immagine di Cristo, mentre la verità della morte o della vita può essere eternata da un monumento dell'uomo illustre (l'Augusto di Prima Porta, il papa Urbano VIII in San Pietro) o da unÂ’immagine cruda nella sua sincerità (il vecchio pescatore in età ellenistica, il ritratto di una pazza in età romantica). Queste varie funzioni che la ritrattistica ha assunto nel corso del tempo, sono state studiate con attenzione in numerosi testi e in ancor più numerosi saggi, ai quali si rimanda per approfondimenti. Con frequenza, inoltre, sono state organizzate mostre a tema, o sui grandi ritrattisti, o sui ritratti di una certa epoca, o su interessanti percorsi storici che affrontavano il variare della tipologia stessa del ritratto nel corso del tempo, e anche i cataloghi di queste mostre possono rivelarsi fruttuosi testi di riferimento (su tutto questo, cfr. la breve bibliografia in appendice). AllÂ’interno quindi di una ricerca consolidata, sembrerebbe oltremodo interessante porsi degli obiettivi parziali, tanto sincronici, come l'analisi di un determinato tipo di stile o di tecnica, quanto diacronici, come lo studio dell'evoluzione di un determinato tipo nella storia dell'arte: l'iconografia di Cristo ad esempio potrebbe facilmente sovrapporsi alla storia della pittura europea tra IX e XIX secolo. In termini generali, il ritrattista non deve obbligatoriamente conoscere tutto di colui o colei che deve rappresentare, gli basta conoscere le circostanze in cui il personaggio vive (o visse), una sintesi del suo carattere e del suo pensiero (o magari la parte di quel carattere o di quel pensiero che sia funzionale allo scopo per cui il ritratto viene realizzato) e naturalmente la sua fisionomia. Quest'ultima può essere derivata tanto dall'osservazione diretta (il personaggio si reca nello studio dell'artista come modello), quanto da quella indiretta (l'artista desume le fattezze del personaggio da un'altra riproduzione, altro quadro o statua che sia, o da una fotografia, o da una descrizione attraverso le parole); non è da escludere comunque che l'artista inventi l'immagine del personaggio senza conoscere nulla della sua vera fisionomia. Quest'ultima ipotesi, per ovvi motivi, si verifica di regola in gran parte dell'Arte religiosa e simbolica, mentre non dovrebbe verificarsi se non eccezionalmente nella ritrattistica di stampo storico e politico. Fare il ritratto di personaggi a volte celebri e ammirati, a volte meno noti e discussi, quali sono gli intellettuali, assume un aspetto particolarissimo quando l'intellettuale è un filosofo. Per l'artista che ritrae (non dimentichiamoci che un quadro è sempre opera di un pittore e una statua di uno scultore, cioè di qualcuno che usa le mani e la tecnica per creare, e non soltanto il cervello e la sensibilità), vale a dire per l'artista visivo, il volto da costruire materialmente deve di norma essere chiaro, cioè esplicito, cioè diretto a estrinsecare non un mistero ma una verità, e sicuramente la verità dell'intelletto è più difficile da esprimere che le verità del coraggio, del potere o della bellezza. Raffaello, non a caso tra i ritrattisti più celebrati della storia della pittura, nella sua mirabile Scuola di Atene, descrive il pensiero di Platone, di Aristotele e di tanti altri servendosi del prediletto linguaggio dei gesti (il dito verso il cielo, la mano rivolta alla terra) e per dare il massimo della vita a quei volti utilizza come modelli i sembianti di uomini a quel tempo ben noti. Anche Botticelli, quando aveva raffigurato Sant'Agostino nello studio, ce lo aveva proposto credibilissimo e umano, lo studioso che scrive, uomo di fede e profondo e accorato pensatore, e che legge, non solo libri sacri e di filosofia, ma anche teoremi pitagorici, come testimoniano l'ambiente e i testi visibili. Il celebre volto di Socrate tramandatoci dal passato, attraverso le copie romane di un originale forse lisippeo, è un volto che comunque ha finito per diventare vero, l'icona dell'uomo Socrate, filosofo e simbolo di un mondo lontano. Come è ovvio, a questa icona si sono poi ispirati tutti i pittori e gli scultori che hanno dovuto o voluto affrontare la rappresentazione del filosofo, in particolare Raffaello, che lo dipinge mentre espone un sillogismo contando sulle dita, e David, che ne fa fisicamente e moralmente un eroe neoclassico pronto ad affrontare la morte. Si noti come i lineamenti fissati nell'antica statua, dalla fronte spaziosa al naso e alla barba, ritornino con maggiore fedeltà in Raffaello, che riesce miracolosamente ad animare quel volto senza alcuna forzatura, e con maggiore libertà in David, che migliora e abbellisce i tratti meno nobili e regala al vecchio filosofo una corporatura e una presenza degne di un dio. 2) Fisionomia dei filosofi Ma che cosa fa sì che il volto di un uomo assuma un aspetto, un'espressione o un significato diverso a seconda del variare di dettagli apparentemente minori quali l'altezza delle sopracciglia, le proporzioni tra bocca e naso, la distanza degli zigomi? Cercare di capire come i lineamenti del volto di un uomo ispirino interpretazioni sul suo carattere, come l'aspetto esterno possa manifestare il carattere interno e al limite addirittura esserne uno specchio rivelatore, è stato da secoli occupazione prediletta da pittori e da studiosi del comportamento. Sono stati scritti innumerevoli manuali sull'argomento, ora rivolti a una dimostrazione psicologica, in cui quindi prevale il dato caratteriale, ora invece a una dimostrazione di tipo scientifico, in cui prevale il dato anatomico. Da Aristotele a Kaspar Lavater, cui nel XVIII secolo si attribuì la creazione della scienza fisiognomica, passando per il contributo fondamentale di Giovanni Battista Della Porta nel XVI secolo, il tentativo comune è stato di trovare una chiave per definire quali elementi visibili della fisionomia umana possano coincidere con elementi interni, e quindi non visibili, del carattere umano. Lucia Rodler ha con grande lucidità sintetizzato tale storia fino all'Ottocento: "Già praticata nel XII secolo a.C. dagli indovini babilonesi, la decifrazione dei fenomeni somatici viene compiuta allo scopo di verificare l'intreccio tra il passato, presentificato dalle forme corporee, e il futuro, svelato attraverso la loro interpretazione". In tempi moderni, dopo che una sorta di degenerazione razzista aveva fatto convergere su questa disciplina, in particolare a seguito dell'opera di Cesare Lombroso, una connotazione universalmente deprecata, e dopo che la psicanalisi di Freud aveva determinato in Occidente una fondamentale e radicale trasformazione del modo di interpretare la realtà, studiosi come Arnheim e Gombrich hanno restituito interesse e serietà a questo genere di studi. Come scrive, ancora, Lucia Redler: "Gombrich ha definitivamente chiarito il funzionamento della percezione fisiognomica". Infatti, lo storico austriaco-americano ha posto questi prerequisiti nella trattazione dell'argomento: a) la nostra esigenza di trovare un rapporto tra corpo e carattere dipende dalla nostra necessità di ricondurre la realtà a schemi noti e rassicuranti, b) spesso accettiamo i rapporti così trovati senza porli in discussione, c) tutto ciò è comunque strettamente collegato alla nostra cultura. E' del resto evidente che la fisiognomica non può essere tout court considerata una disciplina non motivata o magari vicina soltanto ad argomentazioni esoteriche; gli artisti di ogni tempo hanno, con maggiore o minore consapevolezza, modificato in meglio o in peggio l'aspetto esterno degli uomini che ritraevano sulla base di precise scelte e conoscenzee fisionomiche. Il fatto stesso che ancor oggi, spesso, ci capiti di associare a un certo tipo di qualità umana un certo tipo di bellezza, rivela che persino l'atteggiamento di Lombroso non è del tutto estinto. In questa sede allora può essere utile considerare la fisiognomica come una delle componenti dello studio anatomico e cercarne altre tracce nella storia dell'arte. L'esempio citato in precedenza, relativo all'iconografia di Socrate, ha messo in luce una possibilità interessante di lettura dei temi della ritrattistica nel corso del tempo: dati per accertati i caratteri fisionomici, a caratterizzare la rappresentazione del volto sono gli elementi propri dello stile e del tempo. Lo pseudo-Lisippo e Raffaello sono realisti, accettano che il grande personaggio possa non essere un modello di regolarità e di bellezza, e studiano lo sguardo, o l'espressione, o i gesti, per accentuarne le caratteristiche non ordinarie; David invece non può concepire che la bellezza morale non sia anche riflesso della bellezza fisica, e si sente libero di apportare correzioni all'immagine codificata. Anche quando non è possibile un riscontro storico così evidente, si può comunque rintracciare con una certa facilità l'influenza stilistica sul modo di ritrarre. Lo stile chiaro, rinascimentale, dei ritratti filosofici di Bramante e di Botticelli (Democrito e Eraclito e il già citato Sant'Agostino), è in palese contrappunto con lo scuro, ossessivo, barocco dei ritratti di Josè De Ribera e di Luca Giordano (Democrito, Archimede, Eraclito e un filosofo cinico), a prescindere dal filosofo rappresentato. In realtà, sembra difficile che gli spettatori profani, ma anche molti tra i più esperti, siano in grado di distinguere un personaggio dall'altro: le caratteristiche visibili, a differenza degli attributi così suggestivi dei Santi cristiani, sono ridotte al minimo (la veste composita del filosofo cinico ad esempio) e si ripetono senza apparente specificità: il filosofo studia, legge, scrive ed è profondamente concentrato e appassionato dal proprio lavoro, come i gesti delle mani sottolineano; il suo ambiente è un luogo dove abbondano libri, carta e penne. Nell'opera di Bramante, Democrito ed Eraclito parlano tra di loro, ma i libri oggetto del loro dialogo sono ben visibili. Secondo una tradizione consolidata, Democrito sorride e Eraclito appare sofferente, ma questo non può certo aiutarci a distinguerli in assoluto dagli altri. E si noti come Eraclito, nel ritratto di Luca Giordano (che per molti anni fu interpretato come socratesco), sia tanto vicino al Sant'Agostino di Botticelli nell'atteggiamento, quanto ne è lontano per stile, per colore, per impatto visivo. Il ritratto di Nietzsche opera del norvegese Munch, il celebre autore del Grido, rappresenta un episodio straordinario nel contesto della nostra ricerca: un pittore sofferente e profondamente legato ad una visione interiore ed espressionista dell'arte, ritrae (non dal vero, Nietzsche era già morto) il filosofo che così profondamente sarà oggetto di studi nel Novecento e al quale lo accomuna il disagio mentale. Le fluide colline e la valle riprendono la tematica del Grido e avvolgono la figura dell'uomo come se ne fossero un'emanazione, ma la nostra attenzione cade sicuramente sul volto di Nietzsche, che conosciamo dal vero attraverso fotografie di alto livello artistico. La capacità di verosimiglianza di Munch è indubbia, ma alcuni particolari pittorici risultano fisionomicamente indicativi, laddove la fotografia ci consente di controllarli. Nel quadro Munch ha accentuato, anche attraverso la posizione di tre quarti del volto, non solo la prominenza delle sopracciglia, che rende ancor più intensa la profondità degli occhi, ma anche quella dei baffi e dei lobi frontali. E se il Nietzsche fotografato ha uno sguardo incisivo, il Nietzsche di Munch non guarda fuori, i suoi occhi sono socchiusi, egli guarda dentro. L'effetto è icastico e conferma, se vogliamo, la superiorità dell'artista nei confronti del mezzo meccanico, che, pur guidato da mano espertissima, non può per sua natura modificare il mondo reale. D'altra parte, forse nessun pittore può evitare di modificare il mondo a propria immagine. Quando Leonardo e il suo allievo Francesco Melzi eseguono le loro celebri caricature, senza pretese di fornire all'umanità un modo di capire il passato o il futuro, stanno soltanto studiando come e perchè certe parti del volto, se deformate, risultino comiche e altre invece tragiche, e fino a che punto esista una pretesa regolarità dei lineamenti: in altri termini, stanno inventando la fisiognomica in una chiave moderna, ancor oggi accettabile per pittori e scultori. Appunti per una bibliografia cartacea e virtuale Nel testo citato di Lucia Rodler, Il corpo specchio dell'anima, da pag.159 a pag.198, è presente un eccellente percorso blibiografico internazionale, al quale rimando per ogni ulteriore approfondimento. Libri e articoli Rudolf Arnheim, Arte e percezione visiva, Feltrinelli 1962 Carlo Carena, Fisiognomica, dai greci a Lombroso, Corriere del Ticino 20 ottobre 1998 Flavio Caroli, Storia della fisiognomica. Arte e psicologia da Leonardo a Freud, Leonardo Arte 1998 G. Battista Della Porta, Coelestis phisiognomonia libri sex, Edizioni Scientifiche Italiane 1996 Piero Gaspa, Manuale pratico di fisiognomica, l'Airone 1995 Ernst H. Gombrich, Arte e Illusione, Einaudi 1962 Kaspar J. Lavater, Della fisiognomica, TEA 1993 Giovanni P. Lombardo e Marco Duichin, Frenologia, fisiognomica e psicologia delle differenze individuali di Franz Joseph Gall. Antecedenti storici e sviluppi disciplinari, Bollati Boringhieri 1997 Lucia Rodler, Il corpo specchio dell'anima. Teoria e storia della fisiognomica, Bruno Mondadori 2000 Paul Zanker, La maschera di Socrate, Einaudi 2000 Il ritratto. Capolavori tra la storia e l'eternità, Electa 2000 Cataloghi di mostre recenti L'anima e il volto: Ritratto e Fisiognomica da Leonardo a Bacon, Milano, Palazzo Reale (30/10/1998 - 14/03/1999), Catalogo Electa. Il volto di Cristo, Roma, Palazzo delle Esposizioni (9/12/2000 - 16/04/2001), Catalogo Electa Von Angesicht zu Angesicht. Mimik, Gebärden, Emotionen, Catalogo della mostra del museo di Leverkusen, 2000, ed. E.A.Seemann In Internet Ritratto e società, www.comune.roma.it/museodiroma/indice.htm CGFA http://sunsite.dk/cgfa/jdavid/p-jdavid30.htm Hidden Things of God's Revelation by Arthur C. Custance Gli ultimi giorni di Socrate The last days of Socrates Spazio filosofico dell'Università di Milano http://www.lettere.unimi.it/~sf/index.html Philosophers and Philosophy http://www.columbia.edu/~pjs38/ Catalogo per argomenti (fisiognomica) dei libri in vendita presso Internet Bookshop http://www.internetbookshop.it/hme/hmepge.asp Catalogo per argomenti (fisiognomica) dei libri in vendita presso Amazon Europa http://www.amazon.co.uk/ Catalogo per argomenti (fisiognomica) dei libri in vendita presso Unilibro http://www.unilibro.it/find_buy/default.asp Immagini citate (ordine alfabetico per autore e poi per soggetto) Gianlorenzo Bernini, Monumento funebre a Urbano VIII, marmo e bronzo, 1627-47, Basilica di San Pietro in Roma Sandro Botticelli, Sant'Agostino nello studio, affresco, 1480 ca., chiesa di Ognissanti a Firenze Donato Bramante, Democrito e Eraclito, affresco di Casa Panigarola, 1487, ora al Museo di Brera di Milano Jacques-Louis David, Morte di Socrate, olio su tela, 1787, Metropolitan Museum of Art di New York Jusepe De Ribera, Ritratto di filosofo (Archimede?Eraclito?), olio su tela, 1630, Museo del Prado di Madrid Jusepe De Ribera, Democrito, olio su tela, 1630, Museo del Prado di Madrid Théodore Géricault, Ritratto di una pazza, olio su tela, 1822-23, Museo del Louvre di Parigi Luca Giordano, Ritratto di fliosofo (Democrito? Eraclito?), olio su tela, 1652-1653, Napoli Luca Giordano, Filosofo cinico, olio su tela, Alte Pinakothek di Monaco di B. Leonardo da Vinci, Studi di cranio, disegni, 1489, Windsor Royal Library di Londra Francesco Melzi, Caricature e ritratti, disegni su carta, XVI secolo Edvard Munch, Ritratto di F. Nietzsche, olio su tela, 1906, Thielska Galleriet di Stoccolma Raffaello, La Scuola di Atene, affresco, 1509-1510, Stanza della Segnatura dei Palazzi Vaticani Augusto di Prima Porta, marmo di 2,04 m., 14-29 d.C., Musei Vaticani Cristo Pantocrator, mosaico absidale nel duomo di Cefalù, 1148 ca. scuola di Lisippo, Socrate, testa in marmo di 35 cm., copia romana del III sec. a.C. da un originale greco, Museo Nazionale di Roma particolari del volto di Socrate tratti da incisioni di : Daniel Nicholas Chodowiecki, La morte di Socrate, XVIII-XIX secolo Johann Friedrich Greuter, Socrate e i suoi discepoli, XVII secolo Antoine Louis Romanet, Aglae, XVIII-XIX secolo Vecchio Pescatore, marmo, copia romana da bronzo del II secolo a.C., Museo del Louvre, Parigi Zeus (o Poseidone) di Capo Artemision, bronzo di 2.09 m., 460 a.C., Museo Nazionale di Atene Ringraziamenti Nonostante la sua semplicità, questo articolo ha richiesto impegno e tempo, soprattutto per la ricerca delle immagini e della terminologia. Devo allora caldamente ringraziare, per l'aiuto che mi hanno dato e per i suggerimenti, innanzitutto Star Meyer e Piero Palmero, e poi altri corrispondenti come Lola Kazovsky, Marilyn Lavin, William Steinhurst, John Davies e Juergen Zaenker. mercoledì, 16 novembre 05 16:47
TRATTI SOMATICI NELLA STORIA
Quali erano i tratti somatici degli antichi abitanti di Pompei ??? Da quello che si è potuto dedurre e dai reperti archeologici ritrovati, si può affermare che la tipologia di persone all'epoca, non si differenziava tanto da quella attuale. Si riscontra indubbiamente che la forma e l'anatomia dei volti fosse prevalentemente di tipo mediterraneo, visto il clima e la posizione geografica. Si denota inoltre che gia a quell'epoca esistevano prodotti cosmetici, utilizzati sia dalle donne che dagli uomini, unguenti preparati con estratti di piante e grassi animali, e anche la cura dei capelli, giocava un ruolo di primo piano, con acconciature e oggetti ornamentali. La cura del corpo era una pratica molto utilizzata dagli antichi, lo testimonia il fatto che a Pompei esistevano numerosi centri termali, utilizzati sia a scopo curativo che cosmetico. Gli uomini tendevano a farsi crescere la barba, ma gia all'epoca esisteva la rasatura, basti infatti vedere alcuni affreschi che evidenziano, facce di uomini, molto ben rasati. Ci viene quasi da pensare che forse esistevano dei veri e propri mestieri, come ad esempio il barbiere o"facciere", colui che alle terme aveva il compito di modellare barba e capelli. Possiamo quindi pensare che gli antichi pompeiani, non erano poi cosi tanto diversi da noi oggi. mercoledì, 16 novembre 05 16:43
FISIOGNOMICA
Scritto da: Domenico Laurenza Sintesi intervento. La nozione di uomo bestiale in Leonardo tra fisiognomica e ricerca de animalibus. (D. Laurenza) Appiattita su Vesalio, la ricerca anatomica di Leonardo ha suscitato nella recente storiografia scientifica più delusioni che sorprese, inducendo un generale calo di interesse. Non è questa la prospettiva giusta. Una esatta comprensione dell'anatomia vinciana non può che passare attraverso la sua connessione con il profilo alto, teorico di ricerca anatomo-biologica come filosofia naturale propria della medicina scolastica. La fisiognomica è un campo ideale per verificare questo assunto. Prima delle sue ricadute in campo artistico, essa è infatti parte integrante della ricerca antomica di Leonardo. E' quanto mai evidente in questo campo la connessione con la fisiognomica 'naturale', fondata cioé su leggi fisiologiche, elaborata tra XII e XIII secolo da autori come Michele Scoto e Alberto Magno. Numerosi disegni-studi di fisiognomica accompagnano perciò i tempi e i temi di una ricerca sul corpo umano inteso come 'corpo animato'. Il soggetto dell'anatomia leonardesca così intesa è, oltre il corpo, l' 'anima organica' che lo abita con una connessione forte tra biologia e psicologia di cui la fisiognomica è un aspetto. Posto l'accento sulla 'natura organica' dell'anima umana ne consegue una forte tendenza a studiare l'uomo nella sua natura animale. La ricerca anatomica leonardesca è, a differenza di quella vesaliana, fortemente improntata, sia pure ovviamente con ampi margini di originalità e sviluppo, ai modi della ricerca aristotelica e scolastica de animalibus . La fisiognomica zoologica rientra appieno in questo orizzonte di ricerca. Tutto questo deve molto alla fisiognomica scolastica. Tuttavia rispetto ad una particolare tendenza di quest'ultima, recentemente rilevata negli studi, a distinguere la specificità umana rispetto al mondo animale e quindi a rifiutare il metodo zoologico, in Leonardo si assiste ad una convinta asserzione della validità scientifica dell'analogia fisiognomica zoologica strettamente connessa alla sua ricerca sull'uomo in termini de animalibus . Ricercare le premesse medievali di questa impostazione (specie nel secolo XIV) equivale a ricostruire l'origine di una tradizione di studi strettamente aristotelica che continua a dare frutti interessantissimi ancora in pieno secolo XVI. E' parte integrante di questa concezione la nozione, molto ricorrente nell'opera leonardesca, di 'uomini bestiali'. L'uomo può trasformarsi in bestia perchè la sua anatomia e la sua anima organica sono consustanziali a quelle degli altri animali terrestri. Questa potenziale metamorfosi viene studiata da Leonardo essenzialmente a due livelli: passioni dell'anima e capacità sensitivo-intellettive. Di entrambi questi aspetti psicologici viene data una lettura psicosomatica, anatomica in cui la fisiognomica è un fondamentale trait-d'union e di cui la sua arte è l'espressione più piena. Anche buona parte della meccanica leonardesca, dagli studi sul volo umano a quelli sulle macchine natanti e subaquee, rientrano in una dimenzione zoologica e analogica mercoledì, 16 novembre 05 16:34
FISIOGNOMICA
In margine all'album Fisiognomica del 1988, Guido Guerrera ha scritto su questa disciplina o arte dell'umano convivere un testo molto interessante e ricco di suggestioni: "Il volto, I'incedere, la gestualità, il timbro della voce, le rughe d'espressione, il sorriso non costituiscono aspetti marginali nel complesso della nostra personalità, ma quando insieme considerati sono gli oracoli del nostro destino e i testimoni di ciò che siamo stati e forse saremo. Si dice comunemente che il volto e gli occhi, in special modo, sono lo specchio dell'anima, lasciando alla fisionomia il compito forse esorbitante di sondare, portandole alla luce, qualità psichiche e morali. Eppure, come lo stesso Umberto Eco sostiene nella prefazione a una recente edizione del celeberrimo lavoro di Lavater 'Della Fisiognomica', nessuno si fiderebbe mai di mettere i risparmi o i propri figli nelle mani di un figuro "dagli occhi iniettati di sangue, dal muso prognato, dal naso camuso, dai grandi canini aguzzi, dalla barba ispida e sudaticcia...". Perciò quella che potrebbe sembrare una forma di psicologia immediata, spicciola, forse dozzinale e popolana, non va liquidata tanto sbrigativamente, privandola del suo indiscutibile valore. E' evidente che fin dall'antichità le stravaganze morfologiche hanno sempre incuriosito filosofi, naturalisti, pensatori e scienziati. Aristotele, che diede il nome a questa disciplina, affermava che era possibile giudicare un uomo dalla sua struttura fisica; ma anche Plinio, Seneca e lo stesso Cicerone ebbero modo di esprimere serie valutazioni sul tema. Inoltre allo studio delle affinità tra astrologia e fisiognomica si sono dedicati insigni studiosi come Tolomeo, Manilio e Paracelso che nel 'De Occulta Philosophia', in particolare al capitolo intitolato 'Philosophia Sagax', fa molto riferimento alla tastiera astrologica quale ottimo strumento di indagine della tipologia umana. Dopo gli studi di Darwin e la visione 'criminalizzante' di Lombroso, non sono stati in tempi recenti compiuti studi apprezzabili sull'argomento che per motivi di 'pudore' socio-culturale è stato praticamente trascurato. E' vero che l' analisi della fisionomia e del comportamento fa parte di quelle scienze inesatte definite 'empiriche' e basate sull'osservazione piuttosto che sulla certezza matematica. Tuttavia non va dimenticato che altre 'scienze' dello stesso genere come la psicologia, la statistica e la meteorologia, sono state curiosamente 'laureate' al rango di dignità accademica, senza opposizioni. Si potrebbe dire che parlare oggi di fisiognomica necessiti di una considerevole dose di coraggio, senza temere di finire bruciati nel rogo del preteso 'qualunquismo' appiccato dagli ideologi dell'appiattimento etico, culturale ed estetico. Forse i siciliani, probabilmente perché vicini a canoni di idealizzazione greca, o perché più inclini all' osservazione del prossimo con occhio scrupoloso e non visto, alla maniera araba, sono dei fisionomisti nati ignorando ogni rischio. In ogni caso cercare di scrutare i tratti del viso, le sue fantastiche analogie con il mondo animale, trarre auspici dalla mimica facciale e gestuale è da considerare l' estrema risorsa di difesa in tutti i popoli che per la loro storia hanno dovuto sempre capire al volo chi poteva essere considerato amico o viceversa doveva essere temuto. E' vero che l' esasperazione di questa indagine, a volte impietosa, ha in qualche caso dato origine a una sorta di 'razzismo dei poveri' fabbricando 'mostri' inesistenti e comunque legati a psicologismi intrisi di cattolicesimo delirante, vicini alla formula 'brutto come il diavolo', con tutti i suoi derivati e le possibili varianti. Ma a parte ciò, l'esercizio della psicologia fisiognomica è sinonimo di immediatezza, di poesia, ed ha tutto il fascino possibile delle cose buone e fatte in casa: forse non perfette, certo distanti dal rigore, ma quanto gioiose e creative! Senza dimenticare che la fisiognomica, come abbiamo già potuto considerare, ha una sua tradizione colta. Il fatto che abbia attinto alle abitudini spicciole del popolo non ne sminuisce il significato, ma spiega uno dei non rari processi formativi della ricerca empirica. In fondo non v'è letteratura moderna o antica che non usi la forza delle analogie per far risaltare meglio i personaggi descritti: forte come un leone, dal naso aquilino, con i capelli neri come ala di corvo, dagli occhi di lince... ... Insomma la morfopsicologia, com'é stata definita dal dottor Corman, aiuta a creare nella mente l'ideogramma di un linguaggio spesso carente di sintesi esemplificativa. E molto più lungo spiegare tutte le bellezze muliebri di una ragazza piuttosto che definirla con un solo tratto espressivo: bella come il sole. Ci si perderebbe in inutili chiacchiere se per descrivere l'uomo avido si trascurasse la pennellata morfologica delle mani abituate naturalmente al gesto rapace dell' afferrare. Allora stupenda e coraggiosa si staglia l' analisi di Battiato: raffinata e puntuale nel cogliere tutti i sintomi della fragilità, dei conflitti, delle cadute cui l' uomo è esposto, giacché la sua immagine non è più a somiglianza di quel Dio dal quale si è troppo allontanato. Guardare nell'altro tutto un universo di caratteristiche, scrutare con mediorientale sagacia le miriadi di sfumature del comportamento umano significa con certezza avviare un'esplorazione diretta a se stessi, un guardarsi allo specchio per colmare il bisogno di un' urgente indagine introspettiva. Franco dimostra di essere particolarmente versato in questo genere di osservazioni, proprio per un'abitudine a scrutare e un indulgere "al piacere di stare insieme solo per criticare" come dice la frase di una sua famosa canzone. Lo ha visto fare in casa dalle sartine che aiutavano la zia, lo ha appreso con la naturale sveltezza di chi scopre un codice intelligente e irresistibilmente divertente fino a organizzarlo e farlo proprio. Regole di vita popolare su cui non si poteva non essere d' accordo: Non vedi che è uno stupido? Ha l'espressione di un asino! Quello ci frega sicuramente: Non hai visto che occhi da volpe? Oppure: Hai riconosciuto quell' anima lunga? Quello è tanto fesso quanto è alto. Forse molti sarebbero tentati a colpevolizzare quest'attitudine tacciandola come poco rispettosa: invece vista nella giusta luce è la testimonianza di un affetto indiscusso e la prova di una ingenua innocenza. Non c'è traccia di malizia in tutto questo, ma anzi la dimostrazione di un' attenzione speciale nei confronti del prossimo, che permette di esercitare il senso critico e di sviluppare in futuro più meditati criteri di giudizio. Se Battiato, in breve, non fosse vissuto in quel contesto sociale, se di quell'ambiente non avesse gustato tutte le peculiari, acerbe esperienze, oggi difficilmente si sarebbe potuto improvvisare squisito fisiognomista. "Vedo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi": parole intense per esprimere la meraviglia estasiata del filosofo e del poeta di fronte al traslucido abisso dello sguardo, nelle cui profondità possono racchiudersi i segni della memoria universale, di ciò che l' essere umano è stato, è e sarà. Può allora essere importante il fatto di vivere a lungo, ma nelle tenebre dell' ignoranza spirituale? Oppure come suggerisce l' autore non è essenziale "capire ciò che è giusto" prima di rivolgere, trepidi, mente e attenzione al Signore, affinché scenda l' illuminante certezza della nostra condizione "di miseri ruscelli senza fonte"? L'uomo immaginato da Battiato è non solo morfologicamente androgino, ma il compendio di ogni possibile attributo: nei suoi limiti è celato il beneficio e viceversa, nelle sue tensioni si nascondono le potenzialità della sua coscienza. E' se non è contemporaneamente, come suggerisce la lezione taoista, oscilla nella perenne ricerca del suo sé, separato da questo dalla malattia silente di un atavico peccato d' orgoglio. "Fisiognomica" nasce dunque dalla esigenza di cercare nell'uomo i semi del divino ed è la nuova prospettiva spirituale verso la quale il cercatore Battiato sente di dilatare i suoi orizzonti speculativi, per trasformare il metafisico intendere dell'anima in sovrannaturale benedizione dello Spirito." Testo tratto da: Guido Guerrera, Franco Battiato: Un sufi e la sua musica, Ed. Shakespeare and Company, Firenze 1994
Fisiognomica Leggo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi dal taglÃo della bocca se sei disposto all'odio o all'indulgenza nel tratto del tuo naso se sei orgoglioso fiero oppure vile i drammi del tuo cuore li leggo nelle mani nelle loro falangi dispendio o tirchieria. Da come ridi e siedi so come fai l'amore quando ti arrabbi se propendi all'astio o all'onestà per cose che non sai e non intendi se sei presuntuoso od umile negli archi delle unghie se sei un puro un avido o un meschino. Ma se ti senti male rivolgiti al Signore credimi siamo niente dei miseri ruscelli senza Fonte. Vedo quando cammini se sei borioso fragile o indifeso da come parli e ascolti il grado di coscienza nei muscoli del collo e nelle orecchie: il tipo di tensioni e di chiusure dal sesso e dal bacino se sei più uomo o donna vivere venti o quarant'anni in più è uguale difficile è capire ciò che è giusto e che l'Eterno non ha avuto inizio perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita. Ma se ti senti male rivolgiti al Signore... mercoledì, 16 novembre 05 16:30
FISIOGNOMICA
http://www.ilcentrista.com/jahia/page397.html Fisiognomica "La forma è anche sostanza" potrebbe essere lo slogan degli studiosi di fisiognomica, la scienza che, dall'osservazione dei volti umani, fa discendere la valutazione del carattere e della psicologia dell'individuo Fisiognomica "La forma è la migliore rappresentazione della sostanza". L'aforisma, che è di Aristotele, ha avuto una grande fortuna nel corso dei secoli presso il mondo scientifico, ma anche presso le comunità esoteriche che, tra il '500 ed il '600, si diffondevano in Europa. "La forma è anche sostanza" potrebbe essere lo slogan degli studiosi di fisiognomica, la scienza che, dall'osservazione dei volti umani, fa discendere la valutazione del carattere e della psicologia dell'individuo. Un po' la base scientifica del detto popolare secondo cui gli occhi, il viso, il modo di gesticolare, sono lo specchio dell'anima. Giovanni Battista Dalla Porta, famoso studioso campano della fine del '500, si dedicò con particolare impegno a questa disciplina, sviluppando gli studi che scoprono le somiglianze tra uomo ed animale. Del resto anche nel gergo popolare i confronti tra uomo e bestia sono frequenti: non si dice forse che quell'uomo ha un passo "felino", e quell'altro una furbizia "volpina", o quel delinquente ha una ferocia "ferina", o di quella donna che ha gli occhi di "serpente" ? Abbiamo provato ad applicare il rigoroso criterio di Giovanni Battista Dalla Porta ai politici della Seconda Repubblica, per rintracciare, secondo le regole della fisiognomica e della zoomorfologia,i caratteri psicologici e le similitudini tra i nostri leader di oggi con i modelli animaleschi. D'Alema: tipo GATTO Cossiga: tipo LEONE Prodi: tipo TORO Lamberto Dini: tipo SERPENTE Fini: tipo CAVALLO Andreotti: tipo GUFO mercoledì, 16 novembre 05 16:11
CITAZIONI
FISIOGNOMICA (Totò) Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.
Che la natura imiti l'arte è una massima troppo prudente. La natura è un prodotto dell'arte e del discorso
La fisiognomica dei signori della guerra In questi giorni La Nazione sta pubblicando delle interessanti schede su quanto possono dirci i volti dei protagonisti di questa guerra. La fonte, tradotta dal francese da Marie-Emmanuelle Lauwers, é una certa Beatrice Grimblat, astrologa e specialista in morfopsicologia, autrice di "Les Visages vous disent tout" - I visi vi diranno tutto - (1993, ed. Albin Michel). La specialista francese interpreta regolarmente la fisionomia di molte celebrità per diversi giornali
George W. Bush: rigido ed egoista Bush appare compresso. I recettori (occhi, naso, bocca), sono molto nascosti: tradiscono una sensibilità acuta e una forte suscettibilità. Gli occhi piccoli ed infossati indicano la sua tendenza a fissarsi su un'idea, rinchiudendosi in un mondo al di fuori della realtà. Un pensiero rigido, duro, eccessivamente soggettivo. La piccola bocca stretta indica difficoltà nel controllare gli istinti, ma anche volontà di portare avanti le sue sfide. Le narici allargate indicano reattività. Le tre parti del viso sono equilibrate e ciò é indice di sensazione di sicurezza: si sente realizzato in campo sociale e personale. I tratti del suo volto indicherebbero così una tendenza a concentrare le energie verso scopi prefissati e personali, unita all'ambizione che traspare dalla larga mascella. La scheda si conclude così: "un egoista con tendenze paranoiche".
Saddam Hussein: intollerante ed ambizioso Il viso largo e grassoccio del dittatore tradirebbe una natura campagnola ed una personalità alquanto bigotta. La contrazione della fronte (profilo eretto), indica controllo, padronanza, misura e riflessione. Secondo l'esperta ci sarebbe uno strano contrasto fra la rozzezza del volto ed il profilo sottile degli occhi. La parte cerebrale, con fronte bitorzoluta e ruga di Marte (quella sul naso), indicherebbe un pensiero analitico, preciso, ma anche testardaggine, ostinazione. La ruga sul naso in particolare mostra un lato interessante: il distacco fra lato affettivo e lato cerebrale... La preponderanza della parte cerebrale su quella istintiva rivela che l'immaginazione è al servizio del concreto, di tipo opportunistico. Il lato istintivo mostra invece forti bisogni fisici: il profilo rotondo mostra la sua forte volontà di potere, l'ambizione, il desiderio di lasciare la propria impronta.
Rumsfeld é una persona energica, come Blair a dominanza celebrale, come indica l'ampia fronte. Il viso allungato e le guance piatte confermano lo slancio ed il dinamismo della sua mente, tuttavia il contorno del viso, che la Grimblat classifica come "ondulato-piatto", testimonia la prudenza e la riserva in campo affettivo. Tutti i recettori (occhi, naso, bocca, orecchie), sono piccoli e nascosti, il che é segno di grande controllo di sé, di perseveranza e coerenza. Il mento, largo e pronunciato mostra potenza, ambizione, tenacia, volontà ferrea. La bocca, fine e rettilinea, indica fermezza nel passare all'azione. Donald Rumsfeld sa dosare bene le sue energie, calcolando per tempo e progettando con cura. Quanto si slancia in avanti ha già previsto tutto e niente potrà farlo tornare indietro sui suoi passi. Vivace nello spirito, scrupoloso e attento all'opinione altrui, ha la capacità di guidare gli altri.
Blair é una persona dinamica, come sembra indicare la contrazione laterale del volto e la dominanza cerebrale indicata dall'ampia fronte. La sua caratteristica tendenza "reattiva" invece è resa manifesta dai suoi recettori: occhi, naso, orecchie, bocca, che sono grandi, aperti, sporgenti. Si fa avanti, si butta con tutto se stesso: un dinamico conquistatore. L'eccessiva sporgenza dei suoi recettori tradisce però anche la sua mancanza di distacco, di controllo, così come il suo bisogno di essere apprezzato. Gli zigomi sporgenti sono un segno di bisogno affettivo e mentre la mascella indica ambizione, l'asimmetria degli occhi (il destro é più infossato), indica una difficoltà di sintesi nel pensiero. Secondo la Grimblat l'asimmetria del suo viso e la continua alternanza fra il lato destro e quello sinistro del volto, vanno di pari passo con la sua volubilità, i suoi improvvisi mutamenti. Il contorno ondulato del volto tradisce una certa dolcezza di carattere, ma anche una certa influenzabilità. L'inclinazione della fronte invece tradisce una eccessiva rapidità nel prendere le decisioni, una scarsa tendenza alla riflessione. Agisce per prove ed errori. Secondo la morfopsicologa é il bisogno di Blair di essere amato che gli fa scegliere di stare dalla parte del più forte...
mercoledì, 16 novembre 05 16:05
Giovan Battista Della Porta, De humana physiognonomia
Pubblicata in una prima redazione di quattro libri (Vico Equense, G. Cacchio, 1586; riprodotta a Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1986), fu tradotta in volgare dallo stesso Della Porta, con lo pseudonimo di Giovanni De Rosa: Della fisionomia dello uomo, Napoli, T. Longo, 1598. L'anno seguente uscì presso il medesimo tipografo l'edizione definitiva in sei libri e nel 1610 (Napoli, G. G. Carlino e C. Vitale) ne apparve una traduzione italiana, non per cura dell'autore, alquanto scorretta e lacunosa. Su di essa, ricontrollata sul testo latino, si basa l'edizione Guanda, Parma, 1988, con introduzione di Mario Cicognani. Il primo libro pone le premesse del trattato, esponendo i principi secondo i quali dall'aspetto e dal temperamento dell'uomo si possono trarre conclusioni sulle sue qualità mentali e sul carattere. Della Porta teorizza la corrispondenza perfetta tra carattere e forma esterna del corpo e su questa fonda la possibilità di riconoscere in tutti gli esseri animati le inclinazioni dell'animo dai tratti somatici. Dopo avere esaminato le opinioni degli Antichi intorno alla fisiognomica, illustra la teoria degli umori e passa in rassegna le parti di vari animali, dalle quali si ricavano informazioni sulla natura degli uomini. Il secondo libro esamina nel dettaglio i segni che si ricavano dalle varie parti del corpo e confronta immagini umane e animali. Il corpo è sottoposto a una minuziosa disamina che va, ogni volta con numerose specifiche, dal capo alla fronte, sino alle sopracciglia, tempie, orecchie, naso, e così via sino alle estremità. Il terzo libro è interamente dedicato agli occhi, dei quali si esaminano la forma, i colori, le palpebre e i loro movimenti. Il quarto tratta di altri particolari come capelli, peli, qualità della carne, magrezza, pinguedine, modi di camminare, bellezza o bruttezza di viso, abbigliamento e acconciatura dei capelli. Il quinto libro è dedicato a delineare i vari caratteri sulla base dei "segni" indicati nei libri precedenti. Della Porta dà così una sequela di ritratti morali ricavati dall'aspetto fisico: il giusto e l'ingiusto, l'uomo dabbene, l'uomo cattivo, il fedele e l'infedele, il prudente e imprudente, l'ingegnoso fino agli esempi massimi di vizio e di virtù rappresentati nell'ordine dal "ferino o bestiale" (sentina di ogni vizio che rende l'uomo simile alla bestia) e dall'eroe (cioè chi per la virtù eroica della carità sopravanza la natura umana e si avvicina a Dio), che concludono la rassegna. Il sesto libro elenca una serie di rimedi per riparare ai vizi descritti nel libro precedente, ma non mediante il ricorso ai mezzi della filosofia morale, cioè esortazioni, persuasioni, discorsi ed esempi, bensì alla terapeutica medica, vale a dire con esercizi, diete, purghe, salassi vari. Della Porta fornisce così una serie di prescrizioni affinché ad esempio l'uomo ignorante possa diventare savio e prudente, o i mesti diventino allegri, gli innamorati smettano di amare, i ghiottoni e ubriachi divengano morigerati, i pavidi audaci, gli avari e i ladri generosi e onesti. È questa la parte più curiosa del trattato, dato che l'autore prende le distanze dalla farmacopea tradizionale, indicando rimedi spesso inediti o fantasiosi, e d'altro canto rispetto alla medicina rivendica alla fisiognomica un più diretto intervento nella sfera morale come metodo scientifico per emendare i vizi e riportare l'uomo sulla via della virtù. Con questi caratteri di conciliazione tra scienze naturali e scienze umane, la fisiognomica di Della Porta rappresenta una espressione tarda e già rivolta alla cultura barocca di quelle corrispondenze tra le diverse sfere del cosmo che era stato uno dei capisaldi della cultura umanistica e rinascimentale, e che ora, spogliata delle coloriture neoplatoniche ed ermetiche, trovava nell'opera dello scienziato napoletano una definizione chiara e didascalica in una dottrina dai limiti e dalle metodologie precise, destinate ad essere riprese a partire da altre premesse filosofiche e con più doviziosi mezzi tecnologici dai cultori sette e ottocenteschi della materia. mercoledì, 16 novembre 05 15:58
Vizi di forma: stereotipo e realtà di Marco Strano
Brutte facce Fisiognomica e illegalità Spesso ci capita di identificare e classificare alcuni individui come aventi "una brutta faccia"; con questa definizione ci riferiamo generalmente ad una serie di tratti somatici che lasciano trasparire una certa durezza e determinazione, e un ipotetico vissuto delinquenziale che avrebbe segnato quei volti. La valutazione fisiognomica iniziale può anche generare in noi una condizione di "allerta", di sfumato timore, nel caso in cui un essere umano con tali caratteristiche ci si avvicini in un luogo isolato; allo stesso modo il suo "oltrepassarci" può suscitare un certo sollievo, quando si è constatato che non è successo niente di grave per la nostra incolumità. La dinamica appena descritta si manifesta normalmente anche nelle persone che affermano di essere immuni da certe valutazioni stereotipali e che intellettualmente professano una filosofia di vita "positivista." Questo quadro emotivo è forse noto a tutti gli abitanti "per bene" delle città occidentali e rappresenta la risposta emotivo-comportamentale ad uno stereotipo appreso assai diffuso e radicato. Tale stereotipo, del resto, in parte affonda le sue radici in meccanismi reali, dovuta alle conseguenze delle lotte per la sopravvivenza che avvengono frequentemente nei gruppi delinquenziali di strada e che abituano i membri di tali gruppi ad utilizzare la mimica facciale per "segnalare" la loro durezza agli altri membri del gruppo evitando così continui scontri cruenti per ribadire il loro valore. Le espressioni del viso corrucciate ed in grado di incutere timore, con il tempo si ritualizzano così come altre caratteristiche esteriori (es. l'abbigliamento, i tatuaggi, il taglio di capelli, l'andatura) costituendo un quadro comportamentale stabile. In alcuni luoghi del pianeta oggetto di flussi migratori, i tratti somatici che destano allarme sono anche quelli appartenenti al fenotipo razziale della popolazione giunta da altri luoghi che spesso presenta difficoltà di integrazione ed è statisticamente più incline a forme delittuose di strada più che ai white collar crimes. Una cospicua porzione dello stereotipo della "faccia da ladro" è comunque anche frutto delle generalizzazioni cognitive tipiche del genere umano. Com'è noto, gli stereotipi diffusi sono legati all'incapacità della mente umana di affrontare la complessità esterna con un continuo e stressante processo di selezione e organizzazione delle informazioni. Un'esperienza saltuaria si trasforma in una categoria interpretativa stabile e si diffonde poi come atteggiamento a livello sociale. Lo stereotipo del criminale La dimensione stereotipale ha costituito nella storia della Criminologia un fattore assai importante, e su di esso si sono focalizzate intere scuole scientifiche. I più famosi teorici dell'etichettamento (Labelling approach) e degli stereotipi in Criminologia tra cui Becker, Lemert, Kitsuse, agli inizi degli anni Sessanta, consideravano il crimine quasi esclusivamente come l'esito di un processo di etichettamento sociale. Tale processo, ritenuto in grado di provocare alla fine una riorganizzazione del Sé del deviante (il delinquente comincia a sentirsi come tale), è per questi autori dovuto ad un intervento selettivo della società sul deviante stesso. La devianza si costruisce quindi progressivamente in base all'azione della società sui soggetti che hanno commesso qualche piccola infrazione o che sono stati addirittura ritenuti ingiustamente responsabili, a causa del loro modo di fare, di qualcosa di illegale. Il Sociologo inglese Dennis Chapman, nel suo famoso saggio Sociology and the stereotype of the criminal (1968) attribuiva proprio agli stereotipi sociali e istituzionali la responsabilità di generare il crimine. Secondo lo studioso, la discriminazione dei soggetti in base alla classe sociale e alla visibilità pubblica, operata a livello sociale e istituzionale, avrebbe generato un comportamento più "ostile" nei loro confronti rispetto a quello riservato agli appartenenti alle classi agiate. Tale ostilità avrebbe poi in qualche modo incanalato alcuni individui (solitamente i poveri) su un percorso di devianza difficilmente reversibile. L'individuo con l'aspetto fisico e comportamentale poco rassicurante, in tale ottica, godrebbe di minore immunità rispetto all'individuo esteriormente rassicurante, nei processi selettivi della rappresentazione sociale e del controllo istituzionale. Lo stereotipo di Chapman è stato effettivamente documentato da ricerche sull'attribuzione semantica del crimine in cui la parola "criminale" è stata frequentemente associata dagli intervistati ai delinquenti delle classi svantaggiate mentre il termine "disonesto" è stato riservato ai delinquenti per bene, i famosi white collars crime. Per i teorici dell'etichettamento il delinquente sarebbe quindi come "sballottato" dal controllo sociale e avrebbe una ridotta capacità di selezionare ed organizzare, attraverso la mente, il suo comportamento sociale. Il deviante, colpito dagli stereotipi, entrerebbe quindi nei processi di selezione sociale solo come oggetto di selezione, senza essere in grado in alcun modo di variare il corso della sua storia personale. Lo stereotipo del matto criminale Altra storica convinzione stereotipale è legata ai parallelismi teorici tra crimine e malattia mentale. Alcuni criminologi tradizionali hanno addirittura affermato che il reato dovrebbe essere sempre considerato come un sintomo di un disagio psichico, supportati da un'apposita categoria diagnostica nel D.S.M. (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). La ricerca criminologica moderna ha però ampiamente dimostrato che quasi tutti i criminali non presentano disturbi psichiatrici significativi e che i cosiddetti "matti" non commettono statisticamente più reati rispetto ai cosiddetti "sani di mente". La maggior parte dei crimini posti in essere da soggetti con patologie psichiatriche è oltretutto relativa a comportamenti illegali di basso o bassissimo profilo (atti osceni, danneggiamenti, eccetera). Ciò nonostante, gli studi sulla percezione sociale dei malati di mente mostrano un livello di allarme elevatissimo tra la gente rispetto a possibili azioni delinquenziali di tali soggetti, evidenziando la presenza di un diffusissimo stereotipo. La situazione attuale In effetti la dimensione stereotipale riveste ancora oggi, nelle società che si autodefiniscono moderne, un ruolo primario all'interno dei processi di valutazione e giudizio da parte della gente nei confronti del crimine. L'immagine sociale del ladro, quella che per prima si affaccia nella mente quando nominiamo tale parola, è quella del balordo di strada che si introduce "furtivamente" nelle case di notte e non quella del giovane "per bene" che sottrae della merce nei grandi magazzini per provare il gusto del brivido o quella dell'amministratore pubblico che si appropria di fondi destinati alla collettività. I criminologi moderni, però, pur riconoscendo la significatività dei processi di etichettamento in talune dinamiche delinquenziali, tendono ad essere più cauti, relativizzando ed inserendo tali meccanismi all'interno di un processo più complesso di attribuzione di significato e di pensiero razionale. Il criminale "vistoso", quello con la faccia, l'abbigliamento e i modi da criminale, subisce probabilmente degli atteggiamenti più ostili, da parte della società rispetto al suo collega con giacca, cravatta e modi gentili, ma tali atteggiamenti non sono più ritenuti sufficienti per spiegare interamente la sua condotta illegale. mercoledì, 16 novembre 05 15:42
Domenico Esile
Morfopsicologia, dal volto all'anima a cura di Domenico Esile, morfopsicologo e fondatore della Scuola di Psicofisionomia IntegrataIl volto è lo specchio dell'anima. Questa frase, spesso oggetto di banalità, cela, al contrario, significati e relazioni molto più profondi di quanto siamo abituati a pensare. Ben lo sanno scrittori e registi quando devono animare un personaggio attraverso un volto. L'analisi dei lineamenti del viso non è cosa nuova e si perde nella notte dei tempi. Aristotele studiò il legame tra carattere e costituzione fisica; Pitagora favorì l'approccio alle proprie discipline a quei soggetti che rivelassero segni esteriori di un'intelligenza riflessiva; il filosofo Lavater scrisse nel settecento un'opera monumentale sulla fisiognomica; Lombroso nell'Ottocento diede il via alla criminologia tramite l'analisi di particolari anomalie fisiche, che vi si creda o meno. Le origini della morfopsicologia (da "morfo", volto e "psiche", persona) risalgono dunque alla fisiognomica, ma da questa ben presto se ne differenzia. Se la fisiognomica nasce in pieno periodo illuminista, quando la ragione assurge a timone della civiltà occidentale, la morfopsicologia si sviluppa a partire dal 1937 nell'arco del XX secolo e rispecchia sia la crisi del pensiero unilaterale, sia i tentativi di dare delle risposte inglobando altri metodi di conoscenza. Louis Corman, medico psichiatra e pediatra francese (1901 - 1996) definisce quali siano le linee guida di questa nuova materia e diventa ben presto un nome di riferimento nel panorama della psicologia francese, tanto da far assurgere l'insegnamento della morfopsicologia in ambito universitario. La fisiognomica, troppo analitica, statica e concentrata sull'utilizzo dell'emisfero logico sinistro della mente umana, mal risponde alle necessità di ricerca della nostra epoca, in cui la diffusa libertà di scelta, l'essere artefici del proprio destino si dovrebbe accompagnare ad una approfondita conoscenza di se stessi. Si può arrivare all'integrazione prendendo finalmente in considerazione il grande escluso della civiltà occidentale: l'emisfero destro della mente, che porta con sé capacità analogiche, sintetiche, intuitive. La morfopsicologia cerca dunque di formare una visione globale di ciò che noi siamo. Certo perché l'analisi è rivolta innanzitutto a se stessi, a comprendere meglio il proprio lato nascosto, i talenti da valorizzare, i nodi su cui lavorare per arrivare ad un miglior equilibrio e benessere. Se il nostro volto è lo spazio su cui vanno ad agire nel tempo le forze della vita, quale migliore materia di studio potremmo avere a disposizione? L'obiettivo della morfopsicologia non è quello di imporre un'analisi asettica, ma di proporre una visione nuova, olistica delle nostre carenze e potenzialità, soprattutto di portarle alla nostra attenzione. Come avviene l'interpretazione morfopsicologica? La legge di base su cui si fonda l'analisi è la legge di dilatazione e ritrazione. Rappresenta due livelli estremi di rappresentazione all'interno dei quali si colloca il reale percorso fatto dal soggetto durante l'arco della propria esistenza. All'interno di questa legge si riscontrano cinque modelli fondamentali: il dilatato tonico, il dilatato atonico, il contratto laterale, il contratto frontale ed il contratto estremo. Si tratta di tipologie pure, difficilmente riscontrabili nella realtà dove abbondano invece le cosiddette tipologie miste che portano con sé elementi sia di dilatazione che di ritrazione. In un secondo momento si analizzano le tre zone in cui viene suddiviso il volto: la zona istintiva, la zona affettiva e quella cerebrale. L'integrazione delle tre aree permette di esprimere una sintesi caratteriale su cui lavorare. L'obiettivo, immutato da secoli, è sempre il "Conosci te stesso" dell'oracolo di Delfi, ma cambiano gli strumenti. mercoledì, 16 novembre 05 15:32
Le funzioni della fisiognomica da Della Porta a Lombroso
di Lucia Rodler
L'interesse per la fisiognomica nasce da una curiosità per così dire filosofica circa il nesso tra corpo e anima, esteriorità e interiorità, che costituisce uno dei processi di tematizzazione più complessi della cultura occidentale. Bisogna anzitutto prestare attenzione alla teoria della percezione, così come suggerito tra gli altri da Rudolph Arnheim e Ernst Gombrich [1] . Si comprende allora che l'occhio non registra tutti i dati visivi, ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che riconosce gli elementi più semplici (nel senso di marcati, che risaltano con evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge, una serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza di economia percettiva. La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé: non per caso nelle Lezioni americane, alla voce Visibilità, Italo Calvino si diceva convinto che «la nostra immaginazione non può che essere antropomorfa» [2] . Ecco allora che la selezione operata dall'occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde al bisogno di attribuire un senso coerente a ciò che circonda. E poiché difficilmente si accetta di avere sbagliato, Gombrich ha parlato di un vero e proprio «pregiudizio fisiognomico».
mercoledì, 16 novembre 05 15:22
mercoledì, 16 novembre 05 15:21
Giuseppe Arcimboldo (1527-1593).
Uno famoso realizzatore di fisiognomiche è Giuseppe Arcimboldo (1527-1593). Il padre Biagio Arcimboldo o Arcimboldi era pittore presso il Duomo di Milano. E' ancora un problema irrisolto la versione corretta del nome dato che lo stesso Giuseppe si firmava in modo diverso di volta in volta. L'origine del nome è alemanna e la storia del casato risale ai tempi di Carlo Magno, al cui seguito c'era un nobiluomo d'origine alemanna, Saitfrid Arcimboldi. Il titolo nobiliare fu conferito grazie a tre dei suoi sedici figli che si distinsero particolarmente. Uno dei tre si trasferì in Italia e divenne il capostipite della famiglia di Giuseppe. Il trisavolo di Giuseppe, Guido Antonio Arcimboldo, divenne arcivescovo di Milano nel 1489 dopo essere rimasto vedovo come successore del fratello Giovanni, morto da poco. Il figlio di Guido Antonio, Filippo, era padre di Pace, nonno di Giuseppe e padre del padre Biagio. Gianangelo, nipote di Giovanni Arcimboldo, fu arcivescovo di Milano e, prozio di Giuseppe, ebbe un ruolo importante nella formazione del giovane fornendogli contatti con artisti, letterati, eruditi e umanisti che frequentavano la sua casa. Il precoce contatto di Giuseppe con l'arte e la letteratura fu favorito dall'amicizia del padre con Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci, anche se non è documentato un contatto diretto con i due artisti. In ogni modo, grazie al figlio Luini, Arcimboldo ebbe l'opportunità di venire in possesso degli appunti e dei quaderni con gli schizzi di Leonardo. Arcimboldo coltivò contatti anche con filosofi e altri scienziati dell'epoca e debuttò come pittore nel 1549, a soli 22 anni, come aiutante del padre presso il Duomo di Milano per alcuni disegni per le vetrate. Arcimboldo fu segnalato a Ferdinando I di Boemia durante il viaggio a Milano di quest'ultimo, per il quale nel 1551 dipinse cinque insegne. Arcimboldo già a quell'epoca godeva di ottima fama come pittore raro, eccellente, virtuoso e studioso delle arti. Dopo la morte del padre avvenuta probabilmente intorno al 1551 Arcimboldo compare da solo con regolarità negli atti del Duomo fino al 1558. Di tutti i disegni per cui fu pagato, gli sono però stati attribuiti solo quelli per la vetrata raffigurante Santa Caterina d'Alessandria divisa in 48 comparti. Di alcune vetrate l'attribuzione è ancora incerta anche se vi sono chiare anticipazione del suo futuro stile. L'ultima comparsa di Arcimboldo negli atti del Duomo di Milano risale al 1559, mentre nel 1558 viene registrato nel libro della cassa del Duomo di Como per un arazzo. Altri sette arazzi sembrano essere opera della sua mano. Tutti della stessa misura e colorazione, presentano nei loro disegni, ancor più che nelle vetrate, anticipazioni del suo stile futuro, caratterizzato dalla generosità delle bordure stracariche e dalla rappresentazione delle scene. L'insistente richiesta dell' imperatore Ferdinando I fece in modo che Arcimboldo si trasferisse a Praga nel 1562, in veste di ritrattista di Corte ("Hof-Conterfetter"). Presso la corte dell'imperatore fu molto ben veduto e ben pagato, non solo per i suoi dipinti, ma anche per molte sue altre invenzioni come giostre, giochi e decorazioni per matrimoni e altre feste. Uno dei favoriti dell' imperatore Massimiliano, non fu meno lodato e amato dal figlio Rodolfo che gli fu successore. Servì per ben ventisei anni la casa d'Austria e dovette supplicare l'imperatore per due anni, per poter tornare in patria e godere della sua vecchiaia. Durante il servizio prestato sotto Ferdinando I, in soli due anni Arcimboldo dipinse numerosi ritratti della famiglia reale e la prima serie delle " Quattro Stagioni". Un improvviso mutamento di stile, caratterizzato da una singolare concezione artistica dell' immagine emersa dai suoi dipinti fu basilare per il successo di Arcimboldo dato il tale entusiasmo che aveva suscitato a regnanti e contemporanei. I quadri di Bosh, Brughel, Cranach, Grien e Altdorfer determinarono la completa esternazione di questo nuovo modo di esprimere il suo talento artistico. Dopo la morte di Ferdinando I, la condizione di Arcimboldo come ritrattista di corte stipendiato 20 fiorini al mese rimase invariata anche sotto il regno di Massimiliano II, che gli pagava dei generosi supplementi se un quadro gli era particolarmente gradito. Per dodici anni fino al 1576 lavorò presso Massimiliano e dipinse nel 1566 "I Quattro Elementi" e "Il Giurista", nel 1572 una serie delle "Quattro Stagioni", un "Autunno" e un "Inverno", nel 1573 due serie delle "Quattro Stagioni" e nel 1574 "Il Giurista" e "Il Cantiniere". Arcimboldo oltre a essere un pittore di grande talento disponeva di vaste conoscenze e per questo fu di grande aiuto a Massimiliano in vari campi. Architetto, scenografo, inventore di giochi d'acqua, ingegnere edile, idraulico e intenditore d' arte affascinò e esercitò una tale influenza su Massimiliano che l'imperatore lo teneva in tal conto e tendeva a farsi così influenzare dall'artista che ascoltava attentamente ogni suo giudizio e adattava il suo gusto affinché coincidesse con quello del suo adorato tuttofare artistico. Grazie all'opera di Arcimboldo furono ampliati i gabinetti d'arte e di curiosità, creando così il nucleo di un museo. Da ciò ebbe origine la famosa opera delle galleria d'arte e delle meraviglie (Kunst-und Wunderkammern) che ebbe il suo maggior sviluppo durante il regno di Rodolfo II. In tutte le corti di Europa era diventata usanza l'organizzazione di tornei, feste e spettacoli per festeggiare in pompa magna ogni ricorrenza. In queste occasioni si potevano vedere riuniti tutti gli esponenti dell'aristocrazia, gli eruditi, le dame, i cavalieri, gli artisti e gli alti dignitari di corte della società mondana dell'epoca. Il personaggio al centro dei festeggiamenti era il principe, visto come eroe e vincitore. Questa era la ragione della presenza di un torneo, vinto da un eroe, e di un corteo finale, nel quale l'eroe ricompariva come vincitore. I personaggi si ispiravano all'antica mitologia, mentre l'accenno alla odierna situazione politica erano un'espressione del potere e della magnificenza del regnante. Arcimboldo, divenuto abile ideatore di queste feste, fu una fonte inesauribile di sorprese: costumi sempre nuovi, svaghi di vario genere, personaggi stravaganti, maschere grottesche, cavalli mascherati da draghi e perfino maestosi animali veri, come un elefante.
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mercoledì, 16 novembre 05 14:57
FIOOGNOMICA(tratti somatici)
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