FISIOGNOMICA

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TRATTI SOMATICI RAFFAELA MARIA SATERIALE blog gestito da Raffaela Maria Sateriale Nuova pagina 1

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LA MORFOPSICOLOGIA

La disciplina svela l'indole delle persone attraverso la forma del volto, inteso come punto di incontro tra il nostro patrimonio genetico a l'ambiente che ci ha formati. A differenza della fisiognomica lo studio è dinamico: ogni elemento del viso dà significati diversi a seconda del contesto in cui si inserisce.

Le osservazioni si basano sul quadro cranio-facciale, il telaio osseo e muscolare del viso e del profilo. Una struttura larga è segno di estroversione; una stretta di abilità difensiva e sensibilità. Si basano anche sui recettori (occhi, naso e bocca), che esprimono gli scambi inconsci. Recettori grandi in un quadro stretto indicano che si assorbono più informazioni di quanto si possa elaborarne. La tipologia che ne deriva è quella del reagente, chi disperde le energie con una certa facilità. Recettori piccoli in un quadro largo sono segno di concentrazione. Questa struttura si ritrova in persone che procedono per obiettivi, ferme e determinate. Il modello esprime il comportamento e l'atteggiamento verso il mondo. Scavato, evoca allarmismo, agitazione; tondo, diplomazia; piatto, difesa; tonico, dinamismo, attività; rilassato, rinuncia e tranquillità. Quest'ultime sono caratteristiche prevalentemente femminili. Il viso è diviso in tre piani: quello superiore o cerebrale, che comprende la fronte e gli occhi, corrisponde alla funzione del pensiero e dell'immaginario e traduce il grado della nostra comprensione razionale del mondo. Il piano medio o affettivo-sociale, con gli zigomi e il naso, è legato ai sentimenti e ai valori ed esprime la nostra percezione intuitiva del mondo. Il piano inferiore o istintivo, mascella e bocca, corrisponde alle funzioni di nutrizione e indica il nostro interesse per il concreto, la materialità. In un'analisi completa, vengono presi in considerazione l'equilibrio fra i tre piani, il piano dominante, che rivela le principali tendenze del comportamento, e quello meno sviluppato. Le due emifacce del viso rivelano la nostra dualità interna, la ricerca di equilibrio e il cammino di evoluzione. In genere il lato sinistro dà informazioni legate al passato, il destro su come la persona affronta la realtà e su come si proietta nel futuro.

Si può procedere a un'analisi del volto a partire dall'adolescenza. Nel bambino non si potrebbe avere un quadro competo perché la zona relativa all'affettività non è ancora ben sviluppata. Salendo con l'età, non ci sono limiti: siamo in continua evoluzione, anche se certi elementi, come la struttura ossea, non cambiano. Tra zero e due anni, il bebè si trasforma fisicamente e mentalmente. Fino a otto mesi, assimila passivamente tutti i contributi dell'ambiente circostante. Il viso è dilatato, sviluppato in rotondità, poco tonico, gli occhi sembrano quasi galleggiare, il naso è all'insù, la bocca socchiusa. Verso il nono mese, con lo sviluppo del sé soggettivo, l'eruzione dei denti, i primi passi e le prime parole, il viso diventa più tonico, il naso si affina, la mascella e la bocca sono più definiti. Verso i tre anni, gli occhi, il naso, la bocca arretrano, la figura diventa più ritratta. A questo punto è già possibile vedere le tendenze, gli eventuali squilibri e le caratteristiche importanti del piccolo, come il grado di introversione, se è portato o no al dialogo, se è diretto o impacciato...

L'analisi del volto permette di orientarsi professionalmente perché identifica il potenziale di ognuno, aiutando a trovare la propria vocazione. Può anche dare una mano nell'educazione dei bambini: una volta definito il loro atteggiamento verso il mondo -e quello dei genitori- è più facile stabilire una buona comunicazione. Utile anche per le coppie in difficoltà: riconoscendo le motivazioni del partner, si può adottare più facilmente un linguaggio comune. È una disciplina che si lega molto al concetto di amore, inteso in senso lato, come capacità di sintonizzarsi al meglio con chi si ha di fronte. Nel suo delicato lavoro, il morfopsicologo deve rispettare un severo codice deontologico, mantenendo il segreto professionale e presentando il proprio contributo come aiuto, non come critica. La frase ci lo rappresenta è: non giudicare ma comprendere, non convincere ma proporre. Ma ci si può fidare di una disciplina che non è oggetto di alcuna statistica? È una scienza clinica che si basa su innumerevoli osservazioni, a partire dalle quali non si stabiliscono leggi, ma ipotesi, che permettono di interpretare e comprendere in parte alcuni comportamenti, non di spiegarli in maniera esaustiva e definitiva, pur avendo conferma e verificabilità. Quando si analizza l'uomo, occorrono delicatezza e uno studio accurato, oltre al beneficio dell'inventario.

 

Il vostro viso: il quadro è piuttosto stretto. Colpiscono la grandezza e l'apertura della bocca. Gli occhi sono abbastanza larghi, mentre il naso è più fine e piccolo.

Il vostro carattere: curiosi, siete portati a partecipare attivamente alle cose della vita. Avete tanti interessi e la tendenza a iniziare più attività insieme, facendo poi fatica a portarle a termine. Vi contraddistingue l'"argento vivo" dell'adolescente, caratterizzato da immediatezza e improvvisazione: gli imprevisti non vi fanno paura e ammortizzate bene i cambi di scena. Tutto questo può portare a volte a un'inquietudine interiore. A livello affettivo, siete piuttosto selettivi.

 

Il vostro viso: il quadro è largo, dilatato, con un modellato tondo dalle carni atoniche. I recettori, in rapporto al quadro, sono abbastanza piccoli, con il naso che ricorda quello di un bambino.

Il vostro carattere: aperti e in fusione con l'ambiente circostanze, siete socievoli e avete un buon grado di ricettività nei confronti degli altri. La vostra voglia di partecipazione è grande e vi trovate molto bene in compagnia. A volte non riuscite a esprimervi pienamente. Altre rischiate di allacciare rapporti di dipendenza affettiva e/o sociale. Un po' lunatici, vivete spesso momenti alterni di "alti e bassi" umorali.

 

Il vostro viso: il quadro è ben compatto, il modellato decisamente tonico. I recettori non sono molto grandi e gli occhi, tendenzialmente incavati, rendono lo sguardo fisso e deciso. Le tempie sono un po' appiattite.

Il vostro carattere: intensi, dinamici e vitali, avete un buon acceleratore unito a un buon freno. Fuor di metafora, amate il rischio e la velocità. Allo stesso tempo volete anche indagare, capire il perché delle cose. E il vostro autocontrollo vi dà una mano a interiorizzare ciò che vi succede. Una volta presa una decisione, non vi guardate mai indietro.

 

Il vostro viso: il quadro è largo, il modellato tonico, con carni sode. I recettori sono abbastanza aperti con occhi pronti a captare quello che succede intorno. Il piano istintivo, largo, è quello dominante.

Il vostro carattere: siete così attivi e dinamici che le vostre riserve vitali sembrano infinite. In voi è la componente maschile a essere più sviluppata. Decisi e determinati, raggiungete obiettivi che vi ponete, grazie al buon mix di ambizione e caparbietà. Sopportate bene la fatica e gli sforzi fisici. Ottimo senso del ritmo.

 

Il vostro viso: giusto equilibrio fra quadro e recettori, che sono ben disegnati. Il naso ha le narici fini. Il piano cerebrale, con una fronte ben suddivisa e bombata in alto, è quello dominante.

Il vostro carattere: sensibili e intuitivi, riuscite a captare e selezionare le informazioni e gli stimoli ambientali. Più che all'apparire, siete portati per lo stare dietro le quinte a descrivere e raccontare gli eventi. Doti di strategia vi portano ad avere lungimiranza su fatti e persone, grazie al vostro formidabile "fiuto" psicologico. Non esagerate con l'idealismo.

 

Il vostro viso: il quadro, abbastanza largo, ha linee morbide e piene. I recettori sono ben disegnati: occhi lievemente indagatori, labbra carnose, naso dritto con punta tondeggiante (a patatina). Zigomi sono abbastanza larghi, guance tornite.



Il vostro carattere: disponibili e comprensivi, vi contraddistinguete per la positività verso gli altri e l'amore nei confronti della vita. Sapete di essere seducenti, ma per voi la sessualità non è mai slegata dai sentimenti. Siete l'archetipo di Venere, con uno sviluppato senso estetico e ponete particolare attenzione alla vostra immagine.

TRATTO DA http://bracca82.myblog.it/archive/2007/03/30/la-morfopsicologia.html

I busti fisiognomici di F. X. Messerschmidt- 13 giugno 2008 - Pubblicato da Salvatore Martini in App

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F.X. Messerschmidt (1736-1783), scultore viennese, visse a Roma e a Londra ed insegnò presso l’Accademia d’arte di Vienna fino al manifestarsi dei primi disturbi mentali all’età di 35 anni.

Allontanato dall’insegnamento, si ritirò in solitudine a Pressburg (Bratislava) dove, sollecitato dal generale interesse per gli studi di fisiognomica di quel periodo, nonché dalle trame complesse e spaventose dei suoi deliri, iniziò a scolpire i suoi “busti fisiognomici” (oltre 60 autoritratti).

La straordinaria capacità di riprodurre fedelmente il corpo umano e le sue espressioni gradualmente si intrecciò con un’idea delirante secondo la quale i demoni delle proporzioni erano intenzionati a punirlo, violentandolo sessualmente, per questo suo innato talento artistico. Secondo lo storico dell’arte e psicoanalista E. Kris, lo scultore, nel suo delirio, si servì del suo talento per esprimere delle angosce rispetto alla propria potenza sessuale e alla possibilità di creare/generare: la sua creatività (rappresentante della potenza sessuale) non poteva infatti essere espressa liberamente, pena l’ira dei demoni, che inevitabilmente l’avrebbero trasformata in assenza di creatività (passività) attraverso una sodomizzazione.

Per fuggire l’ira dei demoni Messerschmidt ideò alcuni stratagemmi e soluzioni bizzarre; utilizzò, ad esempio, dei titoli chiaramente non corrispondenti all’espressione facciale riprodotta nei busti, sperando di convincere i demoni della propria assoluta incapacità di comprendere, padroneggiare e dunque generare le proporzioni umane, compito che solo a Dio compete.

Inoltre, nello scolpire i busti, evitò di riprodurre le labbra esasperando in varie smorfie le espressioni facciali, nel tentativo di allontanare qualsiasi fantasia sessuale e di scongiurare le aggressioni da parte dei demoni.

Se da una parte è possibile constatare come la psicosi di Messerschmidt abbia influito sulle sue capacità artistiche e sul suo stile, dall’altra è possibile evidenziare come l’intera produzione dell’artista viennese si collochi coerentemente all’interno della tradizione artistica del suo tempo.

Un ambiente ricettivo come quello dell’Europa al tempo di Messerschmidt, rese possibile, infatti, l’accettazione delle particolari opere del geniale scultore e permise il passaggio da un barocco ormai stanco ad un classicismo capace di aprire nuovi orizzonti agli artisti dell’epoca.

La patologia dello scultore sembra essersi presentata dunque in un contesto culturale in evoluzione particolarmente ricettivo ai cambiamenti formali in campo artistico ed aver permesso lo sviluppo di nuove correnti artistiche presenti in nuce nella società viennese.

Scrive Gombrich: “Quello che conta è che egli [l'artista] si sia trovato in una situazione in cui i suoi conflitti hanno acquistato importanza artistica. Senza i fattori sociali (cioè senza gli atteggiamenti, lo stile, le tendenze del gusto della sua epoca), le necessità private del suo creatore non potrebbero tramutarsi in arte.”1

Fisiognomica e rimedi

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Luigi Giannelli

Fisiognomica e Rimedi

Secondo la medicina tradizionale mediterranea

MIR Edizioni - aprile 2007 
 
 
 
 
Libro , Pagg. 118
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Volto e Personalità

Volto e Personalità

L’ARTE DI COMPRENDERE LA PERSONALITA’ AL PRIMO SGUARDO

La Morfopsicologia studia le Relazioni tra forme del Viso e la Personalità secondo il principio che il volto è lo specchio dell’anima. Distanziandosi dalla visione statica della Fisiognomica, propone una lettura del volto in ottica dinamica, di continua trasformazione delle forme come riflesso dell’evoluzione interiore.

Il linguaggio della Morfopsicologia efficace e agevole perché desunto dall’osservazione del viso, consente di capire se stessi e gli altri, comunicare meglio, instaurare relazioni più gratificanti, riconoscere e realizzare il proprio talento.

http://www.morfopsicologia.net

Storia della fisiognomica

Storia della fisiognomica
di Luca Leonello Rimbotti - 24/03/2009

Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]

 

La fisiognomica è qualcosa più di una scienza: è il dominio della realtà, che si esprime con tratti visibili. È la mistica dell’apparenza. La possibilità di conoscere l’anima attraverso i segni esteriori del volto e del corpo. Che non sono forma, ma sostanza. Non sono intercambiabili, ma fissi. Ad ogni tipo umano corrispondono dei tratti esteriori, fisiognomici appunto. E ad ogni sistema di cultura corrispondono tratti comuni, un tipo, un profilo, alla fine una stirpe particolare. Con un’apparenza fisica e una natura psichica. E solo quelle. Dice la fisiognomica che la nostra faccia non appartiene soltanto a noi, ma al tipo umano a cui noi stessi apparteniamo. Tutti quelli come noi si somigliano e ognuno somiglia nel fisico a chi gli è simile nell’anima, nel carattere, nell’indole. La natura ha creato tipi omogenei, e i tipi sono segnati dallo stigma: un marchio d’identità, anzi un marchio di qualità che si mostra all’occhio con sintomi inconfondibili. La scienza dei segni fissi è inalienabile come la natura dell’uomo. È dall’antichità che l’uomo ha imparato a verificare l’attinenza tra conformazione esteriore e qualità dell’anima, E che quindi studia le identità che accomunano e quelle che differenziano.

I filosofi greci erano incuriositi dalle varietà dei volti umani e dei relativi caratteri. Il viso come specchio dell’anima. E spesso apparentavano i caratteri umani alle specie animali: c’erano l’uomo leonino, quello volpino, quello rapace. Chi ha il naso di coniglio vorrà dire che è codardo; chi ce l’ha d’aquila sarà d’animo grande; chi camuso è lussurioso come i cervi; chi ha il labbro superiore che sporge su quello inferiore è stupido come gli asini; chi ha le gengive sporgenti è litigioso come i cani…e così via. Troviamo queste similitudini elencate nel testo straordinario intitolato Fisiognomica, opera dagli antichi attribuita ad Aristotele in persona, dai moderni invece ritenuta di mano di qualche suo allievo. Fronti alte e basse, complessioni grossolane o esili, occhi piccoli o sgranati, labbra sottili o tumide, corpi gentili e ben proporzionati oppure tozzi e sgraziati: tutto partecipa di un vero e proprio sistema in cui, alla maniera greca, ciò che è bello è anche buono e ciò che è brutto è anche cattivo. E non si tratta di pregiudizi o di sciocchi paragoni.

Al contrario, si tratta di giudizi espressi solo dopo l’osservazione e l’analisi comparativa dei tipi. Dietro c’era un’intera visione del mondo. Lo pseudo-Aristotele costruisce una vera scienza della forma umana. Della fisionomia, i Greci fecero una techne, un sapere: e il fisiognomo è colui che dallo sguardo comprende il pensiero, dalla conformazione fisica, dagli occhi, dalla fronte, dal naso trae gli elementi per capire la sostanza morale di chi gli sta dinanzi. Secondo questi parametri, Socrate, che era notoriamente bruttissimo, avrebbe dovuto essere anche stupido… e difatti non fu Nietzsche a scrivere che la «bruttezza di Socrate è di per sé una confutazione», intendendo dire che la sua bruttezza aveva generato pensieri brutti e pericolosi, da rifiutare senz’altro? Il Greco fa della tipologia fisica un’estetica e dell’estetica un’ideologia. E l’ideologia è la seguente: i caratteri umani sono differenziati nel corpo e nell’anima, da individuo a individuo ma, ancor più, da gruppo a gruppo, dato che si hanno i tipi dominanti che decidono il tipo fisico di un popolo e, con esso, il tipo psichico, culturale, morale. Come si vede, nulla a che fare con l’egualitarismo universale o con la globalizzazione multietnica…

Questi primi antropologi della nostra civiltà avevano un criterio: “a un determinato corpo è connesso un determinato comportamento“. Alcuni millenni prima dei “comportamentisti” americani, quei geniali pionieri avevano dunque ben chiara la connessione tra caratteristiche fisiche, ambiente e caratteri innati, ciò che è il nocciolo del differenzialismo antico. Ad esempio, la Fisiognomica dello pseudo-Aristotele studiava anche la gestualità, sia umana che animale, e ne traeva conclusioni generali sui tipi e sulle razze, anticipando di parecchio gli studi di David Efron su Razza, gesto e cultura, risalenti agli anni settanta del Novecento. Nel Trattato di fisiognomica di un anonimo latino che alcuni credono sia Apuleio, ma altri fanno invece risalire a un autore pagano del IV secolo d.C., noi leggiamo sorprendenti anticipazioni di Jung. Quando, ad esempio, si dice che i sessi, pur nella loro differenziazione, mostrano alcuni lati presenti sia nelle donne che negli uomini: «non c’è un’indole buona se non accoglie in sé il valore del maschio e la saggezza della femmina». Oppure quando si dimostra l’evidenza della psicologia collettiva, che riconduce gli individui alla somiglianza con il proprio popolo: «Questo è simile a un Egizio, e gli Egizi sono scaltri, ma cedevoli, incostanti, sfrontati, dediti ai piaceri del sesso. Questo assomiglia a un Celta o, se si vuole, a un Germano, e i Celti sono indomiti, forti e fieri; questo a un Trace e i Traci sono malvagi, pigri e amanti del vino». È insomma la scienza del dettaglio, che attribuisce importanza sostanziale a un particolare, piccolo o grande. È una scienza dei segni, ma solo quelli costanti e naturali, non quelli occasionali o momentanei. Spesso rifacendosi ad Aristotele, che trattò di fisiognomica, o al medico Losso, che stabiliva nel sangue la sede dell’anima, questi antichi batterono una strada oggi politicamente scorrettissima, ma che - quando i popoli non avevano ancora tra i piedi anabattisti o liberali a insegnar loro cosa dovessero pensare - è sempre stata percorsa dalla nostra cultura.

Fu infatti Leonardo, nel suo Trattato sulla pittura,  a scrivere: «Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo: altrimenti la tua arte non sarà laudabile». Era l’idea che tra apparenza e sostanza, tra corpo e spirito, corre un nesso essenziale. E l’occhio diventerà allora “finestra dell’anima“. Leggendo la Storia della fisiognomica. Arte e psicologia da Leonardo a Freud di Flavio Caroli, noi comprendiamo quanto, lungo tutto l’arco della cultura europea, la fisionomia dell’uomo sia stata considerata una vera e propria filosofia. E l’arte, nella sua rappresentazione dei tipi, ne è stata la più evidente dimostrazione. Corpo e psiche, secondo lo stile greco, sono stati sempre considerati un’unità inscindibile. Nel Cinquecento umanista, nel Seicento scientista, nel Settecento razionalista, nell’Ottocento romantico o nel primo Novecento sperimentalista, noi ritroviamo la medesima attitudine aristotelica di sogguardare l’uomo nella sua totalità: un essere il cui corpo ci parla di lui prima ancora che apra bocca. Dagli schizzi di Rubens sugli uomini leonini ai profili fisiognomici di Lavater; dagli studi sull’angolo facciale (dal perfetto profilo di Apollo si degrada a quello piatto del rettile) fino alle moderne ricerche antropometriche e agli studi di Lombroso sul legame tra criminalità ereditaria e depravazione fisiologica: si è detto che vi fosse, in tutto questo, una sorta di lotta culturale tra l’intuito e la ragione. Tra chi riconosce valore psicologico e concreto alla forma e chi invece - dapprima pochi, poi sempre di più - nega l’assonanza che corre tra il proporzionato e il nobile, e giunge a vedere nello scarabocchio umano o in quello artistico un vertice culturale da affiancare alla Venere di Milo.

L’ideologia della bruttezza e della mescolanza degradante di tutte le forme umane ha così finito col produrre la ben nota attitudine contemporanea all’informe: che oggi domina le menti tanto nell’arte quanto nella politica, nella letteratura come nel comune immaginario. Fu Spengler a scrivere di questa lotta tra la fisiognomica e la sistematica: tra l’onore che è nella bellezza (sia quella reale sia quella ideale) e l’involuzione che è nel corrodersi con i concetti, trascurando le evidenze. Diceva Spengler che la fisiognomica è storia: «la più profonda, la più naturale, la più antica immagine del mondo, è quella che ci offre la fisiognomica. Mentre l’altra, quella sistematica, è artificiale e transeunte». L’istinto dei nostri antenati faceva loro rappresentare la realtà per come era: e chiamava brutto il brutto e deforme il deforme. L’istinto conosce la forza e la rispetta, ne capisce il segreto di energia di natura, comprende che quella è la vita. E l’istinto tende a rappresentare l’anima per come essa è, non le sue degradazioni imposte dal pregiudizio. Quella presente è invece l’epoca del trionfo dell‘uomo informale: informe egli stesso nell’animo come nel corpo, questo tipo d’uomo tardo e ottuso è afflitto da pregiudizi inumani legati all’indifferenza per ciò che è sano e ciò che è malato, per ciò che è chiaro e ciò che è scuro, il bello parendogli - per la prima volta nella storia - esattamente equivalente al brutto.

«In questo momento - ha scritto Caroli - l’uomo contemporaneo ha perso anche il residuo orgoglio umanistico che lo portava a interrogare - fuori - gli spazi della natura e - dentro - i mostri della psiche. Ha un’opinione disperata di sé, l’uomo informale». Questa disperazione è il frutto maturo di quelle ideologie contronatura che da qualche secolo, martellando la mente dell’uomo, vanno compiendo un’inaudita catastrofe antropologica. Oggi non è più l’uomo che osserva se stesso e che si giudica e rappresenta, come tranquillamente ha fatto per millenni. Oggi l’occhio cieco della scimmia egualitaria vede attorno a sé soltanto un universo di miliardi di altre scimmie, tutte uguali e tutte egualmente incapaci di avere un’anima.

FISIOGNOMICA

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FISIOGNOMICA

di Tommaso Iorco
(autore tutelato dalla S.I.A.E.)

 

«Non ti ho dato né viso né luogo che ti sia peculiare,
né alcun dono speciale, o uomo, affinché
il tuo viso, il tuo posto e i tuoi doni
tu li scelga, li conquisti e li possegga da te stesso.
[…] Ti ho messo al centro del mondo affinché tu
possa meglio contemplare ciò che il mondo contiene.
Non ti ho creato né celeste né terrestre, mortale o immortale,
così che per tua scelta, liberamente, alla maniera
di un buon pittore o di un abile scultore
tu completi la tua stessa forma».
Pico della Mirandola

 

La fisiognomica è una scienza affascinante e molto antica. Già nel Mahabharata troviamo alcuni passi che mostrano quanta importanza gli indiani accordassero allo studio dei tratti del volto per capire le pieghe più nascoste della personalità di un individuo. E qualcosa di simile accadeva anche presso molte altre popolazioni, cinesi, greche, romane e via di seguito. Ma, come ogni scienza, la fisiognomica (o, utilizzando il termine coniato dallo psichiatra francese Louis Corman, la ‘morfopsicologia’) richiede pazienza e precisione; non la si può penetrare con un atteggiamento sbrigativo e frettoloso, leggendo un semplice manualetto — richiede anni di studio, di osservazione, e una capacità di analisi il più possibile globale. In questo articolo mi propongo perciò di effettuare solo qualche breve riflessione e nulla più.

Il nostro volto rivela assai più di quanto crediamo, e probabilmente è anche per questo che si sta diffondendo in modo direi patologico il ricorso alla chirurgia plastica: oltre al bisogno di apparire eternamente giovani (indice di enorme immaturità e insicurezza), c’è il desiderio inconscio di nascondere agli altri il nostro vissuto (quando non lo accettiamo) e, più ancora, le nostre menzogne. Ci si illude insomma di poter annullare il proprio fardello mediante un semplice lifting facciale. Recentemente ho incontrato una donna anziana, che aveva almeno ottant’anni, la quale aveva visibilmente il viso completamente rifatto, ma anche il seno e il fondoschiena; era vestita in modo molto giovanile, con indumenti piuttosto attillati (perfino nel parlato cercava di imitare i giovani), ed era raccapricciante guardarla: mi hanno colpito particolarmente le mani, tutte incartapecorite e anche un po’ segnate da una sia pur lieve forma di artrosi; insomma, era impressionante guardare il suo corpo, che era quello di una donna anziana, ma con un seno e delle natiche turgidissime, del tutto innaturali e in disarmonico contrasto con il resto del corpo, e con un volto che sembrava quasi una maschera (alla Michael Jackson, per intenderci)! Credo che quella signora, quando si guarda allo specchio, rimuove inconsciamente tutte le parti cascanti del suo corpo e vede solo quelle passate al bisturi, al punto che la sua stessa visione della propria fisionomia è totalmente falsata da ciò che lei desidera vedere: un corpo giovane e attraente. Devo confessare di non aver mai visto nulla in vita mia di così repellente (e dire che in India ho visto persone il cui corpo era visibilmente e drammaticamente segnato dalla lebbra, senza considerare che all’età di vent’anni prestai per alcuni mesi volontariato presso il Cottolengo), e sono certo che se quella signora si vedesse con uno sguardo distaccato, al pari di chi la guarda, si vergognerebbe infinitamente e non uscirebbe più di casa.

Ritornando alla fisiognomica, il nostro volto è la parte del corpo forse più imbarazzante, perché possiamo vederlo solo riflesso in uno specchio, mai direttamente. È qualcosa che, in genere, vedono gli altri, non noi. E questo ci causa un certo comprensibile disagio... Se, per fare un esempio molto banale, abbiamo qualcosa sul viso, da una semplice macchietta a una caccola, sono gli altri ad accorgersene prima di noi, e questo ci imbarazza enormemente. Oltre al fatto che viviamo in una società che tende a nascondere, per senso di pudore o di difesa, ciò che può diventare preda di altri, come ad esempio gli organi sessuali (soprattutto femminili). Ecco allora il bisogno di nascondere il nostro volto, di camuffarlo con il trucco o con la chirurgia estetica, con l’illusione di calcellare in tal modo le tracce del tempo, le sofferenze, e qualche volta anche i segni di una natura malvagia.
Molto significativo, nel riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con il proprio volto e con la sensazione di denudamento che si percepisce quando qualcuno ci guarda dritto negli occhi, è il rapporto che intercorre fra uno psicanalista e il suo paziente: durante le sedute, l’analista non guarda mai in faccia il suo paziente, perché sa che questo metterebbe a disagio il paziente stesso, il quale tenderebbe a innalzare meccanismi di difesa e a mentire; mentre, facendolo sdraiare comodamente su un lettino, facendolo conversare come se parlasse a se stesso, senza dover guardare in faccia nessuno, ci sono possibilità molto più elevate che emerga qualcosa di più intimo e rivelatorio ai fini della terapia. Una analoga riflessione si può fare a proposito delle ‘chat-lines’ su Internet, in vertiginoso aumento: quanti non si accettano per quello che sono (sempre più individui, purtroppo), preferiscono contattare persone a distanza, senza mai essere visti in faccia. In questo modo la menzogna può continuare a regnare senza correre il rischio di essere spodestata. L’assenza di contatto fisico mi pare sia uno dei segni più inquietanti dei nostri tempi. Si trascorrono ore del proprio tempo libero davanti al computer, o davanti alla televisione, perché questo esclude la possibilità di confrontarsi con gli altri e quindi di mettersi a nudo, di mostrare loro le nostre falle e, ancor più, di mostrare a noi stessi quelle imperfezioni che ci danno fastidio. È un modo molto sbrigativo per mettere a tacere la nostra coscienza (la quale saprà tuttavia prendersi la sua rivalsa, in un modo o nell’altro), ma è anche la perdita della grande opportunità di progredire attraverso il riconoscimento dei nostri stessi limiti. Viviamo in una società dove sbagliare è segno di debolezza, perciò molti tendono a circoscrivere al massimo i propri errori limitando il più possibile di interagire con gli altri, di vivere. E questa è la scappatoia più veloce, ma anche la più ingenua e inefficace, per non affrontare l’ombra che è in ognuno di noi.

Il nostro volto contiene un centinaio di muscoli che quotidianamente utilizziamo, contraendoli e rilasciandoli in continuazione. A ogni stimolo forte che ci colpisce in maniera sensibile, i muscoli si contraggono; se lo stimolo è tenue e piacevole, i muscoli si distendono. Uno stimolo forte non è necessariamente negativo — può avere un effetto positivo o negativo a seconda del tipo di stimolo stesso; infatti, quando qualcuno non reagisce a stimoli forti, lo definiamo un pezzo di ghiaccio e ci dispiace del fatto che non sappia godere di questi stimoli. Ognuno di noi ha un suo modo particolare di reagire davanti alle sollecitazioni della vita, alle gioie, ai dolori, alle delusioni, alle sconfitte, alle vittorie e alle nostre stesse pulsioni interne. Il nostro viso diventa in tal modo, con il trascorrere degli anni, il risultato di una accumulazione del nostro vissuto quotidiano. Si dice che da bambini il nostro volto è opera di Madre Natura, mentre con l’avanzare degli anni — soprattutto dopo i quaranta — il volto diventa una nostra personale, sia pur involontaria, creazione. La bocca, gli occhi, il naso, le orecchie e ogni nostra ruga ci smascherano, mettono a nudo ciò che realmente siamo. Insomma, tutti gli elementi del viso sono, come dice Garboli, i correttivi facciali del pensiero.

Prendiamo la bocca, per esempio: si tratta di una parte del volto particolarmente importante, poiché attraverso di essa noi comunichiamo con gli altri per mezzo del linguaggio verbale: esprimiamo i nostri pensieri e talvolta addirittura, raramente, esterniamo le nostre emozioni. E tuttavia, se attraverso le parole possiamo mentire, la bocca in sé rivela la nostra vera natura. I muscoli della bocca sono quelli maggiormente in attività nel nostro volto, e mentre parliamo la bocca prende la forma delle parole che pronunciamo. Se ci alleniamo a osservare i volti (il nostro e quello degli altri), possiamo ricevere una quantità impressionante di indizi e fare scoperte molto interessanti. Noto ad esempio una grande quantità di bocche che, quando parlano, assumono una strana piega, come se fossero storte o per metà irrigidite. E lo trovo un segno piuttosto sintomatico di una società fasulla, come quella attuale, dove molti individui mentono, non solo nella sfera privata, ma attraverso l’esercizio stesso di professioni in cui mentire è fondamentale per la buona riuscita del proprio obiettivo: spillare quattrini agli altri. Viviamo in una società profondamente disonesta, e ognuno di noi, volente o nolente, deve fare una scelta: essere sincero (anzitutto con se stesso e, di conseguenza, con gli altri) e quindi accettare anche l’eventualità di vivere ai margini, senza avere alcun riconoscimento (economico o di altro tipo), oppure accettare di prostituirsi e farsi parte integrante di questa dilagante menzogna, che ci ripagherà abbondantemente con onori, soldi, carriera, prestigio. È la battaglia che avviene in ognuno di noi fra la mediocrità e la libertà. La mediocrità è sempre la via più facile, mentre la libertà è molto esigente, richiede attenzione, sincerità, approfondimento continui.

Lo studio della fisiognomica spesso può essere utile per capire alcuni lati nascosti degli individui che conosciamo poco (o che crediamo di conoscere bene), per non ricevere brutte sorprese. Sarebbe tuttavia un grossolano errore generalizzare, come fece Lombroso, credendo che tutti quelli che hanno determinate caratteristiche hanno un certo carattere: le labbra sottili sarebbero proprie di nature crudeli, la fronte bassa di persone poco intelligenti e così via. Avere delle labbra sottili è un segno esteriore di crudeltà, ma non sempre: talvolta può rappresentare il segno di una natura dotata di una capacità di autocontrollo superiore alla norma (un asceta, per esempio). Così come la fronte bassa non è sempre indizio di mancanza di intelligenza. La corrispondenza è sempre fra il dentro e il fuori, mai tra il fuori e il fuori. Vale a dire che è l’interno che modella l’esterno, e bisogna sempre partire da lì per capire i segreti della personalità — segreti che uno studio accurato e intelligente della forma esteriore, presa nella sua globalità e non dissezionando le varie parti costituenti, può aiutarci a cogliere. In un determinato volto, grosse labbra possono rappresentare una natura socievole, affabile, aperta, disponibile; in un altro volto, quelle stesse labbra possono rappresentare una persona lasciva, infedele, scostante, facilmente irritabile.

Ci sono, certo, alcune linee base per decifrare i tratti del volto, ma non si può dedurne leggi rigide. Come recita un trattato attribuito a Aristotele: «Ciò che è duraturo nella forma esprime quanto è immutabile nella natura dell’essere e ciò che è mobile e fugace in detta forma esprime quanto, nella medesima natura, è contingente e variabile». La prima distinzione riguarda infatti il rapporto fra la natura permanente della psicologia di un individuo, rappresentata dall’ossatura del volto, e la natura mobile rappresentata dai muscoli e dalla pelle.

Alcuni ricercatori (a partire da Adamanzio per arrivare al grande Giordano Bruno), hanno notato singolari rassomiglianze fra alcuni volti umani e quelli degli animali. Mentre altri (come i medici cinesi dell’antichità) hanno cercato di leggere nel volto il grado di salute dell’individuo, vedendo nel viso uno specchio energetico dei vari organi del corpo umano e delle sue funzioni. Similmente, in tempi più recenti (ma rifacendosi comunque a studi medioevali), in Europa sono state individuate alcune tipologie che individuano caratteristiche psicosomatiche (celebre in tal senso il trattato del medico francese Léon Vannier).

A un medico lionese (ai principi del XX secolo), Claude Sigaud, si deve comunque il merito di aver formulato la legge basilare della morfopsicologia: il principio della dilatazione-ritrazione in rapporto alla forma degli organismi viventi, secondo cui il corpo (il volto in particolare) passa dalla dilatazione alla ritrazione in rapporto all’impatto che riceve con l’ambiente che lo circonda, in particolare il modo di reagire nei confronti delle difficoltà della vita. Perché le esperienze determinanti della nostra vita lasciano sempre una traccia sul nostro volto.

Uno studio del genere può risultare molto utile per guardare bene in faccia eventuali colleghi di lavoro, vicini di casa, amici e conoscenti. Così come può essere di grandissimo aiuto nello smascherare le vere intenzioni di persone che non conosciamo ma di cui dobbiamo formarci una qualche opinione — mi riferisco ai politici, per esempio. Noi non li conosciamo personalmente, ma diamo o neghiamo loro la nostra fiducia quando andiamo a votare. Perciò è importantissimo per noi capire se quanto dicono rappresenta solo un discorsetto preparato per fare presa sui potenziali elettori, oppure se è il risultato di una verità che sta dentro. La fotografia di un manifesto elettorale, soprattutto se scattata con tutti gli accorgimenti del caso (filtri più o meno sofisticati) e successivamente ritoccata, può ingannarci. Ma una ripresa video effettuata in presa diretta, senza cioè un lavoro di montaggio e di post-produzione, è infallibile in questo senso. Può rivelare perfino dietro un sorriso apparentemente innocuo una perversione diabolica. Perché nessuno può stare in posa per più di tre o quattro minuti, parlando, senza smascherarsi, sia pur per qualche istante. La telecamera è impietosa nel mettere a nudo ciò che veramente siamo. Ricordo che parecchi anni fa Dario Fo consigliò, molto saggiamente, di registrare una tribuna elettorale e di rivederla escludendo l’audio: in questo modo la nostra attenzione si sarebbe focalizzata esclusivamente sulla fisicità del politico, assai più loquace delle stesse parole nel trasmetterci il grado di convinzione e di sincerità (o di falsità) che sta sotto. Ma qui alla fisiognomica si aggiunge lo studio del linguaggio non verbale, ovvero della gestualità.

FISIOGNOMICA

 

La fisiognomica (detta anche fìsiognonomia, o fisiognomia, o fisiognomonomia) è nota fin dall'antichità, ma istituzionalizzata in una traiettoria proto-scientifica a partire dal XVI secolo. Fu fin dall'inizio un metodo per cogliere dalle forme del volto e dalle sue espressioni, il carattere e le tendenze interiori dell'uomo.

Partendo da una base empirica, diretta ad analizzare i personaggi valutandone le connotazioni simboliche di tradizione esoterica ed astrologica, la fisiognomica in tempi più recenti è stata occasione per valutazioni introspettive, per conoscere i "moti dell'animo" che hanno attratto e affascinato artisti e scienziati in particolare a partire dal XVIII secolo. Si è assistito quindi ad una valutazione dei caratteri interiori, rivelati da quelli esteriori, che anticipò metodi e sistemi di indagine tipici della moderna psicoanalisi.

Cardano

Un importante contributo alla ricerca sulla fisiognomica giunse nel XVI secolo da Gerolamo Cardano (1501-1576): medico e autore di pubblicazioni e trattati sui più diversi ambiti dello scibile. Esperto di astrologia e in odore di occultismo e magia nera, Cardano nel 1557 fu arrestato a Bologna dall'Inquisizione e costretto all'abiura de vehementi. Definitosi "magus, incantator, religioniis contemptor" nella Autobiografìa, Cardano pose all'interno della sua nutrita bibliografia anche un libro che in questa sede ci interessa particolarmente: “Metoposcopia libris tredecim, et octingentis faciei humanae eiconibus complexa”.


Della Porta

Un contributo fondamentale allo studio proto-scientifico della fisiognomica giunse da Giovan Battista Della Porta (1550-1615) che, pur non negando alcuni legami con la cultura magica, offrì un primo interessante momento di riflessione simbolica intorno al ruolo della raffigurazione umana.

Nella sua opera scientifica, "Magiae naturalis sive De miraculis rerum naturalium libri III" (1558), il Della Porta si proponeva di dimostrare, attraverso la magia, come fosse possibile scorgere delle oggettive analogie fra micro e macrocosmo, fra l'uomo e i fenomeni della natura, tra i vegetali e gli animali.

In questo libro è rinvenibile quella ricerca di corrispondenze tra l'uomo e gli altri esseri che sarà uno degli elementi trainanti del suo testo più emblematico, "De humana physiognomonia" (1586).


Bacone

Con Francesco Bacone (1561-1626) la fisiognomica entrava nell'ottica di un'analisi che non si fermava alla sola valutazione esteriore, ma diventava occasione per affondi psicologici: “Ci si dica anzitutto quali sono questi lineamenti corporali, determinandone anche il numero; poi come siano connessi e subordinati gli uni agli altri, affinché si possa esercitare una sapiente anatomia delle nature e delle anime; infine, che di quanto c'è di più segreto e di più nascosto nelle disposizioni degli uomini sia messo in piena luce, e che da tale conoscenza si possano trarre migliori precetti per la cura delle anime”.

Lavater

Nel suo "Della fisiognomica" è raccolto il testo di una conferenza che Lavater tenne nel 1772 presso la Società di Scienze naturali di Zurigo, che in seguito fu ulteriormente elaborato e completato con altri contributi, fino a raggiungere un corpus considerevole, quattro volumi intitolati: "Frammenti di fisiognomica".

Mentre, di certo in buona fede, Lavater non mancava di aggiungere: “Il fisignomono vero deve avere il carattere degli Apostoli e dei primi cristiani, che ricevettero nella Pentecoste il dono di conoscere gli spiriti e di leggere i pensieri nell'anima”.

Lichtenberg

Il lapidario commento di Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799), docente di fìsica sperimentale a Gottinga, non lascia dubbi sugli atteggiamenti nei confronti delle tesi di Lavater, espressi da gran parte del mondo scientifico: “Se la fisiognomica diventerà un giorno quello che si aspetta Lavater, si impiccheranno i bambini prima che abbiano compiuto imprese che meritano la forca: vorrà dire che ogni anno si assisterà a un nuovo tipo di cresima generale: e sarà un autodafé fìsiognomico”.

Messerschmidt

Verso la fine del XVIII secolo, accanto alle prese di posizione pro e contro la fisiognomica, sorte sulla scorta del dibattito aperto da Lavater, si inserì l'esperienza di Franz Xavier Messerschmidt (1736-1783): esperienza della quale non possediamo alcuna fonte, ma solo 64 misteriosi busti riproducenti contrazioni, smorfie di dolore e mimica che sembrerebbero anticipare le inquietanti fotografie di Duchenne de Boulogne.


Darwin

Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, cioè nel punto in cui era forte l’anello di congiunzione tra l'Illuminismo e il Positivismo, la fisiognomica di Lavater e la patognomica di Lichtenberg, conobbero una sorta di evoluzione applicativa nella frenologia e nella mimica.

Sul piano scientifico la frenologia, la fisiognomica e la mimica trovarono alcuni sostenitori tra i cosiddetti alienisti, studiosi della malattia mentale e delle problematiche sociali ad essa collegate.

La mimica (che si avvale di espressioni passeggere a differenza della fìsiognomica che invece è determinata dai tratti persistenti) servì a Charles Darwin (1809-1882) per condurre i propri studi sull'espressione dei sentimenti nell'uomo e degli animali (1872), ricerca iscritta nel percorso teorico dell'evoluzione. Secondo Darwin, però, non era corretto credere che esistesse un meccanismo statico dell’espressione, ma un processo evolutivo determinante espressioni evolute in relazione alle necessità naturali.

Al di là dell'eco che incontrarono le teorie di Darwin sulla continuità fra tutte le razze umane, esplicitata con l'ausilio della fotografia, va segnalato che il mezzo adottato dallo studioso si rivelò comunque uno strumento essenziale per una reinterpretazione scientifica della tradizione fisiognomica e mimica, che in Italia fu ripresa da Mantegazza e da Lombroso, se pur con indirizzi e finalità diversi.


Tratto da ENCICLOPEDIE DELLE DISCIPLINE BIO-NATURALI DI Valerio Sanfo ed A.E.ME.TRA.

FISIOGNOMICA

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TitoloFisiognomica. Nei segni del volto il destino dell'uomo
AutoreCentini Massimo
Prezzo€ 8,50
Prezzi in altre valute
Dati2004, 174 p., ill., brossura
Editore

Red Edizioni  (collana Economici di qualità)

 

Il volto è una mappa sulla quale sono tracciati i segni dell'anima. La fisiognomica è l'arte che ci insegna a individuarli e ad interpretarli. A cavallo tra scienza e antropologia, la fisiognomica è una disciplina antichissima, che ha trovato nel corso dei secoli varie applicazioni nella medicina, nella psicologia e nella criminologia. Grazie alle numerose illustrazioni, questo libro svela le potenzialità di un metodo di analisi che ha trovato, in tempi a noi vicini, inaspettati utilizzi perfino nell'omeopatia.


Qualche indicazione fisiognomica

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 Autoritratto informale, 2009 di Raffaela Maria Sateriale

 

Il colorito "ideale" è quello rosato e acceso, poichè esprime vitalità, positività ed estroversione; il viso troppo pallido indica malumore, negatività e pigrizia; quello olivastro irascibilità ma anche altruismo. Il naso greco indica lealtà, sensualità e in generale bontà d'animo, mentre quello aquilino indica tenacia, carisma ma anche nervosismo e iracondia. Il naso a patata indica tristezza e idealismo; il naso all'insù è sintomo di ottimismo e apertura verso il mondo che può però talvolta sconfinare nell'eccessiva invadenza. Il labbro sottile indica introversione e romanticismo, mentre quello carnoso, viceversa, l'esuberanza e la sensualità. Gli occhi più sono grandi più denotano la tendenza ai grandi sentimenti e ai grandi valori, mentre se piccoli indicano la razionalità e la maggiore attenzione alla vita pratica.

 

La nuova fisiognomica: le profezie che si autoavverano e si autodistruggono

Nel 2008 Justin Carré and Cheryl McCormick della Brock University hanno condotto uno studio su 90 giocatori di hockey su ghiaccio per verificare se e in che misura differenze individuali nel rapporto larghezza/altezza del volto fossero associate al tratto di personalità “dominanza” (valutato con un questionario) e all’aggressività (valutata durante un compito comportamentale e in un setting naturalistico).
I risultati hanno evidenziato che gli uomini con un maggior rapporto larghezza/altezza del volto ottenevano punteggi più alti al questionario sul tratto dominanza e mostravano comportamenti più aggressivi misurati, in partita, come numero di penalità ottenute per gioco scorretto o falloso. Per quanto riguarda dominanza e aggressività appare pertanto non fittizio il legame fra aspetto e personalità, tutt’al più che è stata plausibilmente ipotizzata la variabile che media il suddetto legame: l’ormone sessuale testosterone.
Secondo un recente studio pilota condotto sempre da Carrè gli uomini con facce più larghe avrebbero infatti una maggior concentrazione di testosterone nella loro saliva.
Questo potrebbe significare che uomini con alti livelli di testosterone, noti per essere più grossi, più forti e più dominanti, potrebbero avere con maggior probabilità facce più larghe che lunghe e noi tutti ci saremmo evoluti con l’abilità di individuare al volo questa loro caratteristica stante la forte probabilità di ricevere da essi un attacco.

Ma la dominanza o l’aggressività non sono gli unici elementi di personalità che sembriamo in grado di rintracciare nei volti degli altri. Anthony Little della University of Stirling e David Perrett della University of St Andrews hanno individuato per esempio un legame tra aspetto e personalità relativo all' estroversione. La ricerca, pubblicata su Social Cognition, ha coinvolto 146 uomini e 148 donne che hanno fornito le loro fotografie e hanno completato un questionario di personalità (Big Five). 10 soggetti hanno poi giudicato queste fotografie sulla base di cinque dimensioni di personalità.
I risultati hanno evidenziato una congruenza superiore al caso fra risposte dei giudici e questionari self-report per quanto riguardava l’estroversione e, solo per i volti maschili, anche per quanto riguardava la stabilità emotiva e l’apertura all’esperienza. Il briciolo di verità nell’ipotetico legame tra aspetto e personalità è pertanto rintracciabile anche su queste dimensioni personologiche, ma in questo caso è molto più complicato immaginare quale possa essere la variabile che media questo legame.
In altre parole cosa “dipinge” sul viso di una persona la sua estroversione? Cosa scrive sul volto di un uomo la sua stabilità emotiva o la sua apertura all’esperienza?
Qualcuno suggerisce la profezia che si autoavvera….

esiste “un briciolo di verità” nel presunto legame tra aspetto fisico e personalità. In alcuni casi tale legame, per esempio tra facce maschili più larghe e dominanza e/o aggressività, potrebbe essere mediato da fattori biologici come i livelli di testosterone. In altri casi il legame tra aspetto e personalità è parimenti rintracciabile, ma sono meno chiari i fattori che lo determinano.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che un ruolo non specifico abbastanza rilevante sarebbe giocato da una
profezia che si autoavvera. In altre parole se un individuo in giovane età ha un aspetto particolare ("infantile" piuttosto che "accigliato", piuttosto che "mascolino" e così via) i pregiudizi degli altri in merito alle presunte caratteristiche di personalità associate a quel tipo di volto finirebbero per plasmare effettivamente il carattere della persona in conformità con quanto atteso.
Ad esempio sentirsi dire continuamente che si ha “un viso angelico” potrebbe influenzare a comportarsi in coerenza con tale caratteristica sviluppando pazienza, cortesia, garbo, altruismo, onestà, imparzialità etc. etc. con il risultato di realizzare un’ accoppiata aspetto-personalità per induzione esterna diciamo.
Questo stesso meccanismo potrebbe avere però esiti completamente opposti se si innestasse una cosiddetta profezia che si autodistrugge, ovvero una predizione che diventa falsa come diretta conseguenza dell’ essere stata pronunciata.
Le persone con visi particolarmente “angelici” potrebbero “ribellarsi” allo stereotipo in cui gli altri sarebbero portati a inserirle e reagire modellando il proprio comportamento e la propria personalità in assoluta controtendenza.
Leslie Zebrowitz della Bradeis University ha per esempio scoperto che uomini con volti particolarmente infantili sono in media più educati, ma anche più assertivi o francamente ostili, ottengono un maggior numero di medaglie al valor militare, e tendono a diventare dei criminali con probabilità maggiori rispetto a coloro che hanno un viso dall’aspetto più maturo (!). Nell’immagine in alto c’è Al Capone e si commenta da sè!
Ad ogni modo noi tutti di fronte a un viso adulto dalle caratteristiche infantili saremmo portati istintivamente ad attribuire al possessore qualità caratteriali di remissività e ingenuità, anche toppando talvolta clamorosamente. 
Secondo la Zebrowitz questo accade perché sovrageneralizziamo le nostre ancestrali reazioni ai volti dei bambini piccoli. 

tratto da http://psicocafe.blogosfere.it/2009/02/la-nuova-fisiognomica-le-profezie-che-si-autovverano-e-si-autodistruggono.html